Nel corso dell’Anteprima dell’Expo della Conoscenza, si è accennato alla
necessità di abbandonare l’idea semplificante e rassicurante del rapporto
lineare (proporzionale) obbligatorio tra realizzazioni e il loro supporto, ad
esempio economico: più si investe e più si otterrebbe.
Occorre distinguere tra progetti, aventi ovviamente obiettivi e
finalità, e la gratuità.
I primi hanno un andamento di natura manageriale, sono dipendenti dalle
risorse impegnate e dalle condizioni al contorno come sociali, economiche,
politiche e organizzative.
Esempi sono grandi progetti di ingegneria come l’alta velocità, la banda
larga, dispositivi come aerei e computer, e farmaci.
La gratuità si manifesta in deviazioni tra percorsi equivalenti dal
punto di vista delineato prima. Essa si trova cioè tra eventi tutti autorizzati
ad accadere perché rispettanti protocolli prestabiliti di un progetto o perché
al di fuori di essi.
Ad esempio un docente universitario oppure un ricercatore ricevono
benissimo il loro stipendio senza dover obbligatoriamente generare qualche cosa
di innovativo…
Nessuno ha sponsorizzato o progettato la Teoria dei Sistemi oppure la
Relatività.
Bach non era certo obbligato a realizzare innovazioni musicali
straordinarie, per altro ritrovate per caso (ad esempio i concerti
Brandeburghesi).
La gratuità si supporta con gli sfridi, i residui opzionali (ad esempio
del tempo o delle risorse) del quotidiano ed avviene per motivi puramente
personali come la gratificazione, il perseguimento di un’intuizione e un’idea,
una vocazione, ecc.
Ecco chi paga la gratuità.
Come sempre le due dimensioni, quella della progettualità e della
gratuità, vanno combinate lasciando ai sistemi sociali parti significative di
non-proceduralizato in cui possano avvenire eventi significativi gratuiti
supportabili eventualmente con condizioni inducenti quali disponibilità di usi
di risorse in modo non-prestabilito, interazioni e accessibilità.
Viene da pensare all'esempio di aziende che hanno fondato l’industria
dell’elettronica che lasciavano ai propri dipendenti la possibilità di portarsi
a casa per il fine settimana alcuni dei dispositivi e attrezzature usati per
lavoro. I tecnici potevano così sperimentare creando una fecondissima
continuità tra l’attività professionale e quella gratuita personale di cui non
dovevano dare conto a nessuno.
Gran parte degli innumerevoli articoli e libri scientifici (e non solo)
vengono da gratuità. Sto scrivendo ora per gratuità…
Occorrono approcci manageriali capaci di far avvenire la gratuità, di
potenza inaudita, e da solamente indurre, proteggere e non certo pianificare,
sponsorizzare o comprare.
Questa gratuità ha lavorato e lavora ancora, qualche volta, nelle
piccole imprese.
Vogliamo generalizzarla come risorsa strategica zittita dai progetti e
dalle procedure?
Menziono solamente che essa è parallela concettualmente ad approcci
usati per la scienza della complessità in cui non si possono dare ordini ai sistemi
ma solo indurne la loro evoluzione come in biologia.
Credo sia ora di considerarla anche per l’economia. Ogni genitore la usa
per la famiglia ovviamente gratuitamente…
La società industriale è intrinsecamente
una società elitaria: c’è chi comanda e chi ubbidisce, c’è chi scopre e chi
impara.
Anche
l’EXPO 2015 è profondamente industriale: c’è chi espone e chi guarda.
La
nostra proposta di Expo della Conoscenza rompe lo schema dell’elitarismo. In
questo post provo a descrivere uno degli elementi di rottura: all'Expo della
Conoscenza non ha senso assistere. E’ necessario sperimentarlo. Non dico
partecipare perché è diventato un verbo banale, non basta. Dico che l’Expo
della Conoscenza occorre viverlo. Occorre partecipare in un senso molto
specifico: partecipare a creare la nuova conoscenza di domani, partendo dalla conoscenza
esistente.
Concretizzo
ulteriormente.
Oggi
sull'inserto del Corriere “La lettura” è pubblicato un articolo di Sandro Modeo
che parla del nuovo libro di Peter M. Hofmann (un fisico) dal titolo: “Gli
ingranaggi di Dio. Dal caos molecolare alla vita.”.
Il
dilemma è quello eterno: pro o contro il riduzionismo. Gli ulteriori testi di
riferimento citati dall'autore sono quello classicissimo di Shrodinger (Cosa è
la vita), quello di Mario Ageno (Le radici della biologia). Modeo cita anche un
testo di Telmo Pievani (Evoluti e abbandonati) dove sostiene che la spiegazione
dei comportamenti umani in termini biologico evoluzionistici e di là da venire.
Aggiungo
io, per fornire ulteriori stimoli: i due volumi curati da Lucia Urbani Ulivi “Strutture
di mondo”. Il secondo ha la postfazione di Cesare Sacerdoti, Socio Fondatore
ApEC. Nei due volumi appare in ogni angolo l’idea di una sistemica quantistica (riassunta
nel saggio finale di Strutture di mondo II da Gianfranco Minati (Socio Fondatore
di ApEC) che propone concetti come: la rottura di simmetria, l’entanglement, le
correlazioni a lungo raggio, le rappresentazioni non equivalenti le metastrutture
(concetto sviluppato sempre dal prof. Minati).
Cosa
propongo? Che coloro che vogliano vivere l’esperienza dell’Expo della
Conoscenza si cimentino a tentare una nuova sintesi in questo insieme di
risorse cognitive, per dire una parola nuova che ci faccia uscire da questo
davvero eterno dibattito tra riduzionismo ed antiriduzionismo.
E dell’ignoranza. E’ un rumore assordante,
inumano. Uomini, facciamolo tacere.
Tutti sono colpiti nel profondo della loro
umanità per quello che è successo a Brindisi. Io, come tutti, non so chi è stato
così inumano, né perché lo ha fatto. C’è chi deve scoprirlo e tutti siamo certi
lo farà con tutta la dedizione di cui è capace e la professionalità che lo
contraddistingue.
Ma tutti noi possiamo e dobbiamo riflettere
sul mondo futuro che vogliamo costruire. Non possiamo cullarci nell’illusione
di far funzionare meglio quello attuale, non possiamo attendere che un nuovo
mondo si formi da solo.
E qui nasce la tragedia delle banalità che si
rappresenta sia nei commenti all’atrocità brindisina, sia nei discorsi dei grandi
della terra.
Se si guarda alle “ricette” proposte per
promuovere quella nuova società nella quale episodi come quello di Brindisi non
potranno accadere, si leggono auspici del tipo “una coscienza civile vera e
diffusa, maggior coesione sociale, più vivo spirito di legalità, forte senso
dello Stato”. Sono auspici banali: e chi vorrebbe il contrario? L’assordante
rumore delle banalità: tanto assordante quanto uno scoppio inumano. Per far
tacere la banalità occorrerebbe dire come si raggiungono questi obiettivi. Forse
con una stagione di prediche dai pulpiti dei media, fatte da sacerdoti votati
alla religione della conservazione? Provando a dire come si raggiungono questi
obiettivi si scoprirebbe che sono obiettivi generici. Cosa significa “coscienza
civile?”. Se i nostri lettori provassero a rispondere, si avrebbero tanta
definizioni quanti sono i lettori stessi. “Coesione sociale”, ma per costruire
che tipo di società? “Forte spirito di legalità”, certo, ma discutiamo della qualità
delle leggi che si invita a rispettare. “Senso dello Stato”: dopo aver spiegato
di che Stato si tratta. Nel cercare di rendere meno generici questi obiettivi si
arriverebbe alla scoperta che abbiamo bisogno di costruire una nuova società in
tutte le sue dimensioni. E si dovrebbe progettare un percorso per riuscirci, si proverebbe
ad esplorare il processo attraverso il quale costruirla. Ed a questo punto si
sentirebbe l’assordante scoppiare dell’ignoranza. Non dell’Uomo, ma delle classi
dirigenti che rimangono ancorate a schemi cognitivi superati e non vogliono
dotarsi in alcun modo dei nuovi “schemi cognitivi” che stanno nascendo in quasi
ogni “disciplina” umana (dalle scienze naturali a quelle umane). Dobbiamo esortarli
a farlo. Solo allora potrà nascere quella nuova società nella quale si
spegneranno insieme l’assordante rumore degli scoppi e delle banalità.
Se si guarda alle “ricette” proposte dai
grandi della terra, esse sono ancora più banali. Sostanzialmente: promuovere la
crescita. Forse la proposta della crescita è ancora più banale, generica ed
assordante. La cui onda stordente si è diffusa anche nei commenti di tutti i
giornali. Non ripeto i passaggi logici proposti nel passo precedente, arrivo
subito alla conclusione..
Una banalità che violentemente vuole ignorare
la domanda chiave: ma quale crescita? Per arrivare a capire l’importanza di
questa domanda e alla violenza sociale di chi vuole limitarla ad una crescita
quantitativa dei sistemi economici attuali basterebbe, anche in questo caso,
provare ad interrogare la conoscenza disponibile. Invece che ripetere per
intero il ragionamento proposto nel paragrafo precedente, propongo subito due
fonti di conoscenza “concrete” che i nostri “grandi” farebbero meglio a
conoscere per non perpetrare violenza sociale su tutti noi.
La prima è costituita da un post del Prof.
Gianfranco Minati sul nostro blog: "Oltre la sostenibilità"
La seconda è costituita da una figura
pubblicata a pagina 206 del libro «Sociologia
dello sviluppo» di Gianfranco Bottazzi, edito da Laterza. E’ intitolata: “Una
mappa di idee e pratiche per lo sviluppo” …
Provo a concludere: Uomini di buona volontà, abbandoniamo
la pigrizia e la superficialità intraprendiamo la strada della conoscenza. Ci
fornirà gli schemi cognitivi per leggere in modo nuovo la realtà attuale e per
trovare la modalità di costruire, tutti insieme, la melodia della nostra Storia
futura. Senza il frastuono delle bombe e dell’ignoranza.
Il mio riferimento è un articolo di Gian Antonio Stella sul Corriere della
Sera di ieri: parte bene e finisce … così così.
Parte bene perché riferisce l’obiettivo del Sole 24 Ore che cerca di
lanciare una Costituente che “riattivi il circolo virtuoso tra conoscenza,
arte, tutela e occupazione”. Ma poi finisce non benissimo perché ritorna alla
tentazione di ridurre il problema ad investimenti “museali”, come se di
Michelangelo e Leonardo non ce ne potessero essere più.
Davvero la tentazione museale è fortissima … Allora proviamo a fare
qualche passo verso un maggiore coraggio. Verso l’obiettivo di fare nascere una
nuova stagione dell’umanità dove anche il vicino di casa sia un novello
Leonardo. E’ questo l’obiettivo della Associazione per l’Expo della Conoscenza (ApEC).
E’ inutile che riassuma quanto già scritto. Quanto è reperibile su
questo blog: dal manifesto dell’ApEC al libretto (del quale è quasi pronta una
nuova edizione). Si tratta di una nuova visione delle conoscenze, di una
proposta per un’iniziativa di ricerca sociale complessiva, capace di generare
direttamente sviluppo.
Solo per dare un’idea veloce di cosa possa voler dire costruire una
nuova conoscenza attraverso una nuova ricerca cito qualche passo del capitolo
conclusivo del libro di un fisico famoso: Roger Penrose, intercalato da miei commenti. Il libro è: The Road to reality.
Da tempo ormai l’aspetto sociale
del fare scienza, come attività umana, tende a trasformarsi o ridursi o
degenerare in intreccio tra il fare scienza e modalità di essere dei sistemi
sociali.
Fanno parte di questo intreccio
l’uso concettuale e spaccio della
scienza come garanzia di oggettività, scoperta della verità e indipendenza o
neutralità. Ancora la necessità di finanziamenti ottenuti spesso sposando
interessi commerciali e militari http://www.nature.com/news/specials/military/index.html?WT.ec_id=NEWS-20111004 . I finanziamenti pubblici d’altro canto non
solo sono, eventualmente, erogati concessivamente come attività relativamente necessarie, ma anche risentono
sia della difficile comprensibilità dei progetti da parte di valutatori in
altre logiche (e quando nelle stesse, di
parte) sia della commistione e difficile distinguibilità tra uso
scientifico, spese di struttura e mantenimento di burocrazie e carriere
accademiche di difficile distinguibilità, nel migliore dei casi, da teorie,
progetti e approcci.
Questo intreccio infetta concettualmente il tutto.
Ricerche contro (è già un programma) la sclerosi multipla sono affidate alla
vendita di arance per strada -sono personalmente un disabile con la sclerosi
multipla…-. A quando anche quelle di fisica? Collette e marketing di scienza.
_________________________
Francesco Zanotti è intervenuto su
aspetti di questi processi degenerativi
dove quella che dovrebbe essere interdisciplinarità si riduce a non si sa bene
chi e che cosa faccia come scienza.
Per sollevare lo sguardo dalle contingenze e respirare aria nuova che serva a capirne il senso profondo, abbiamo chiesto al Prof. Gianfranco Minati di aiutarci a comprendere un fenomeno davvero strano: l'emergere di mille nuove conoscenze in tutte le scienze naturali ed umane che non vengono usate, mentre sarebbero preziosissime per comprendere le ragioni della crisi attuale e iniziare a costruire un nuovo sviluppo. La sua risposta è stata …
Trasformare conoscenza in cultura
Gianfranco Minati
Associazione Italiana per la Ricerca sui Sistemi www.AIRS.it
La sfida che la discontinuità tra la società industriale e quella post-industriale, in cui la conoscenza è la risorsa principale, ha posto è ancora da capire, affrontare e accettare.
La cultura che si continua ad usare è quella ontologicamente corrispondente alla scienza dell’epoca industriale basata, ad esempio, su concetti quali:
E’ evidente che le classi dirigenti non sono ancora riuscite a trovare il bandolo della matassa della crisi. La crisi continua, anzi, continua a manifestarsi in modalità sempre diverse in diversi “pezzi” e “luoghi” della nostra società.
Non riuscendo a capire da dove viene questa crisi, non si riesce neanche a trovare il modo per uscirne. Anche i “profeti” più osannati, ad esempio, Obama e Marchionne (e, poi, non osannati da tutti) ) non riescono a costruire progetti di sviluppo alti, forti e condivisi.
Obama ha raccontato solo sogni generici. Tante buone, e piccole, intenzioni, ma nessun percorso mobilitante e convincente per realizzarle.
Marchionne racconta solo sogni “costretti”. Costretti da una competizione che spinge tutti verso la stessa strada che diventa sempre più fatta di lacrime, sangue e conflitti. Sogni costretti che somigliano sempre più ad incubi: sopravvivrà solo chi accetta di faticare sempre di più per guadagnare sempre di meno (gli operatori) e rischiare sempre di più (chi finanzia l’impresa).
Come riuscire a costruire un nuovo sviluppo attraverso la realizzazione di grandi sogni?
Noi insistiamo. Non parliamo di infrastrutture, né di persone. Noi insistiamo a parlare di contenuti. Vox clamans in deserto? No! E’ nostro dovere trovare il modo di farci ascoltare da tutti coloro che sono in altre faccende affaccendati. E convincerli che devono, qualche volta, per un sospiro del loro tempo, smettere, ma proprio un attimo, di pensare alle mura e rivolgere la loro attenzione al contenuto delle mura. In modo che l’Expo 2015 non sia solo un luogo visitato, ma sia un Evento che nasce da un cammino di sviluppo già avviato, che racconta, rilancia questo sviluppo iniziato, che continua a costruire sviluppo dopo che l’Evento si è concluso.
In un appassionato e lungimirante articolo di fondo, Sergio Romano accusa sostanzialmente l’attuale classe dirigente di debolezza e miopia. E l’accusa si fa indiscutibile quando ci si confronta con le forze e le lungimiranze che hanno, nel recente passato, costruito questo Paese.
L’Ambasciatore Romano ci pone, retoricamente, perché è chiaro che solo la seconda ha senso, di fronte a due strategie. La prima è quella di aggiustare il presente, la seconda è quella di costruire un nuovo futuro.
Ringraziando Sergio Romano per il suo articolo mi piacerebbe sapesse (cari balbettanti, mi aiutate a farglielo sapere?) che noi balbettanti poietici abbiamo scoperto, innanzitutto, quali sono le ragioni che impediscono una nuova ed intensa vastità dello sguardo.
Ieri (15 giugno 2010) sul Corriere della Sera è uscito un articolo a firma di Armando Torno che mi ha fatto riflettere sul tema della comunicazione scientifica.
E’ un articolo che annuncia un risultato matematico giudicato di grande rilievo. Ma la comunicazione è sensazionalistica e, anche molto imprecisa. Non è un servizio alla collettività insomma.
Un solo esempio: il titolo rivela che “ … hanno trovato una soluzione alla equazione di Boltzmann”.
Riceviamo e con molto piacere pubblichiamo, da parte del Prof. Minati, un contributo narrativo al nostro dibattito. Ne auspichiamo molti altri ancora.
So che mi vuoi così …
Ti scrivo senza sapere bene cosa tu sia. Ma la storia si chiarirà nel raccontare.
Ti pensavamo materialità con massa, volume, localizzazione. Usando le risorse cognitive che ci hai dato e che abbiamo sviluppato, abbiamo considerato le diverse potenze, efficacie cognitive del definirti, ipotizzarti, modellarti, così come pure del tuo esistere, nostra esigenza cognitiva per ammetterti. Addirittura ti pensiamo invisibile nell’universo, materia oscura, assunto chiuso nel suo essere aperto.
1: 2 La terra era sterminata e vuota…
Vieni dopo il vuoto (quantistico) che esisteva prima di te.
Sei forse una proprietà di altro, energia senza corpo, che abita momenti e soglie, quasi-particelle e quasi-materia.
Ti scrivo perché, a queste soglie, hai costruito mondi. Io abito uno di questi e hai materializzato processi a scala macroscopica. Chiamerò Natura il mio mondo. In esso hai assunto proprietà che diciamo vitali e parliamo di materia vivente. In questo mondo pezzi di carne, pezzi di materia vivente devono agire per mantenere le loro proprietà, come cibarsi, bere, riprodursi, riposare, ritardare il morire, ecc. Per far questo, questo mondo, la Natura, forse in connessione con altri ha fornito capacità cognitive per suoi fini alla materia vivente.
3:7 Allora si aprirono gli occhi di tutti e due …
Ti scrivo perché abbiamo iniziato ad usare impropriamente le risorse cognitive per capire loro stesse, cercare di capire te, capire noi.
La materia vivente ha iniziato a comportarsi, godere e respingere secondo i tuoi fini, alcuni evolutivi, altri che non capiamo. Capiamo forse fino a che ti serve? Siamo andati oltre? O è inclusa in te la capacità di capirti e noi la impersoniamo? Ora, speriamo, abbiamo gioia, non solo, piacere delle tue cose, ma anche delle nostre, come una musica, un dipinto, una poesia: un imprevisto per te?
Non ricordo più solamente l’odore del cibo, la strada per la tana, ma il sorriso e le parole dei miei morti e la musica. Se ti serve questo è, forse, per un altro, gioco.
Ti dobbiamo tutto.
Epicuro, Lucrezio[1], Giordano Bruno, Tommaso Campanella e Leibniz pensavano alle tue proprietà: ma rappresentano un modo con cui avviene il divenire. Non tanto il perché, quanto il come. Tutto deve avvenire in un qualche modo. Il divenire dei neuroni non raccontano il pensiero, ma da dove emerge.
Abbiamo costruito una vita di differenze dai tuoi comandi sgusciando tra e usando ciò che volevi che facessimo.
Perché ti serve la vita, per comprenderti? Devi accelerare qualche processo?
Ci devi far produrre sostanze o energie nuove?
Ci fai gioire di ciò che ti occorre: abbiamo imparato a gioire di altro. E’ una deviazione o volevi che costruissimo nuovi mondi?
La nostra vita è ormai un combinarsi di gioire di ciò che ti serve e di ciò che creiamo. Il prezzo è che abbiamo incominciato a soffrire e sperare: questo nella tua indifferenza, madre amorosa delle specie e matrigna insensibile per gli individui. La morte, per noi, è altro che il finire un compito che ci hai dato. La morte ti serve.
Pensiamo che sia il prezzo dell’autonomia (coscienza?), ma forse sei sempre tu con un altro volto, un altro mondo.
Esploriamo gli estremi dell’incomprensibile come proprietà di altro.
Mangiare la doppia mela
2:19 Allora il Signore Dio plasmò dal
suolo ogni sorta di bestie selvatiche
e tutti gli uccelli del cielo e li condusse
all'uomo, per vedere come li avrebbe chiamati:
in qualunque modo l'uomo avesse chiamato ognuno
degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome.
Usando aree non regolate dall’attività cognitiva richiesta dalla Natura per raggiungere i suoi scopi abbiamo raggiunto consapevolezza dei limiti di ciò che facciamo.
Si ipotizza un Convertitore Biologico-Cognitivo, per cui ci fai riconoscere e desiderare una forma, un comportamento, una sensazione, un atto. Non sappiamo come avvenga questa trasformazione, non semplicemente mediata da agenti biochimici: forse non ti serve che lo capiamo.
Qualcuno della nostra specie rifiuta il gioco creandosi finalità mistiche, giocando un altro gioco all’interno del tuo, o anche rifiutando la vita.
Ora, usiamo l’attività cognitiva che ci hai fornito per cercare di capire l’attività cognitiva stessa.
Ma quale è il limite del capire del nostro sistema cognitivo?
Impossibilità di mutue rappresentazioni in mondi non-equivalenti?
===============
Chi sono io? Quello che desidera ciò che ti serve, che ha in disgusto ciò che non vuoi o chi ha capito il tuo gioco?
Capisco che forse mi hai fatto capire il tuo gioco per altre finalità.
Non posso che continuare a giocare il tuo gioco, ma sapendolo. Che cosa cambierà?
Probabilmente è come il problema dell’alt, dovremo giocare tutto il gioco prima di saperlo.
3:11 [il Signore] domandò,
«Chi ti ha fatto sapere
che sei nudo?... »
Diffido del piacere e della gioia, come non miei. E del sorriso di un bimbo e del bacio di un amore. Ecco, devo viverli, ma non ti prenderai gioco di me, tu che, insensibile, sei pronta a togliermeli in qualsiasi momento. Continuerò a sorridere come atto di specie, ti impersonificherò negli istanti, ma canterò di atemporalità e di eterno nel mio cuore che, quando avrà finito di battere, non sarà stato solo tuo. Capisco ora che sarò sempre tuo, ma a livelli diversi, perché non ci sei che tu.
E l’altra materia vivente attorno a me? Solo questa consapevolezza mi permetterà di capire la miseria dei tuoi istanti da far divenire tempo di un mondo degno di ciò che mi hai permesso di diventare.
Comunque, ho acquisito una speranza: conoscerti, capirti e, forse, saprò, quando non sarò più solo proprietà di materia vivente.
Ti riconosco:
nel sorriso di un bimbo,
nel bacio di un amore,
nella gioia di una madre,
nel rantolo di un morente,
nel sorgere del sole,
nel parlare della luna con le montagne,
nello sguardo di un’agonia,
nel ricordare una gioia.
Sarò degno di te.
Una carezza non sarà più la stessa nella gioia di capirti, compimento che dà pace.
The Meta-Perspective
Vivo nel tempo,
ma non appartengo a questo tempo
Gioco questo gioco,
ma so che è una mossa di un altro gioco,
So che tutto questo è proprietà di altro
A presto, genitore senza volto e senza nome
Esodo 3:14
Dio disse a Mosè:
«Io sono colui che sono!»
Esodo 33:20
Disse ancora: «Tu non puoi vedere il mio volto,
perché l'uomo non può vedermi e vivere».
Esodo 33:23
«… poi ritirerò la mano e mi vedrai da dietro;
ma il mio volto non si può vedere».
[1]clinamen: … id facit exiguum clinamen principiorum nec regione loci certa nec tempore certo … Titus Lucretius Carus, ca.99 BC - ca. 55 BC, De
Oltre a pubblicare commenti ed opinioni, crediamo sia importante anche pubblicare risorse. Cioè strumenti culturali che possano servire come materia prima per costruire una nuova società. Cominciamo oggi con i contributi di due amici, personali miei e di noi tutti.
Il primo contributo è quello del Prof. Gianfranco Minati, Professore al Politecnico e Presidente dall’AIRS (Associazione Italiana per la Ricerca sui Sistemi). Si tratta della sua prefazione ad uno dei più famosi libri sulla teoria dei sistemi (Teoria generale dei sistemi di L. Von Bertalanffy). In questa prefazione il Prof. Minati riassume lo stato del’arte della Sistemica e prospetta la necessità di una Seconda Sistemica o Sistemica dell’Emergenza. Una sistemica che, nel mio piccolo, amo chiamare “Sistemica Quantistica”.
Il secondo contributo è una presentazione di un libro che sta sempre sulla m ia scrivania: la logica aperta della mente del Prof. Ignazio Licata, Direttore scientifico dell’ISEM (Istitute for Scientific Methodology). La presentazione è a cura di Francesco La Mantia. Credo che tutti coloro che hanno voglia di capire cosa vi è al di là della scienza da rotocalchi dovrebbe leggere questo libro che Licata stesso riassume nell’ultima pagina di copertina del suo libro con la seguente espressione: “La logica aperta della mente progetta continuamente nuovi impredicibili giochi, espressione di una connessione profonda tra mente e mondo che trova nell’attività cognitiva il suo nucleo dinamico”.
Emergenza e sincronizzazione spontanea sono processi caratteristici nei sistemi che si auto-organizzano. E' quello che è accaduto durante il convegno "Uscire dalla crisi : nuovi modelli per il management", tenutosi a Milano il 21 luglio ed organizzato da Francesco Zanotti della M&C, con la consulenza scientifica dell'AIRS (Associazione Italiana per la Ricerca sui Sistemi), rappresentata dal guru della sistemica italiana, Prof. Gianfranco Minati, e dell' ISEM (Institute for Scientific Methodology), di cui sono con il chimico Mario Pagliaro il fondatore.
Cosa significa fare impresa in una società che non può più essere modellizzata dalla metafora della macchina?Come si gestiscono i processi di cambiamento (costruzione) dell’organizzazione e del mercato? In sintesi: come si costruisce sviluppo etico ed estetico? Queste le domande comuni ad un operatore nel campo della consulenza d’impresa, ad un epistemologo costruttivista, ad un fisico dei sistemi collettivi che studia i processi di produzione scientifica. Come le voci di un’invenzione di Bach , tre approcci e linguaggi diversi si sono intrecciati ed integrati in una visione unitaria. L'idea di fondo è che la "crisi" che stiamo vivendo è frutto di miopia culturale e richiede una "riflessione trasgressiva" sulla necessità di nuovi modelli e metafore per leggere e trasformare il reale. Che significa poi ritrovare gli anelli di congiunzione vitali tra economia, ecologia ed epistemologia ed imparare a vederne le possibili rotte di collisione . E' il tema sempre più urgente posto da un sistema in cui la produzione non è più basata esclusivamente sui beni materiali , ma sulle dinamiche delle relazioni intellettuali ed emozionali tra esseri umani e sull’emergenza di nuovi soggetti sociali. Vedi ad es. Andrea Fumagalli e Sandro Mezzadra (a cura di), Crisi dell'economia globale. Mercati finanziari, lotte sociali e nuovi scenari politici, postfazione di Toni Negri, Verona, Ombre Corte, 2009, e l'indispensabile: Marcello Cini, "Il SuperMarket di Prometeo. La scienza nell'era dell'economia della conoscenza” , Codice Ed.,2008)
Il modo di pensare della società industriale e del mercato è ancora basato invece su un modello riduzionista e meccanico di homo oeconomicus stilizzato quanto quello degli urti perfettamente elastici o dei fluidi perfetti in fisica classica, ed è centrato su nozioni di stabilità, equilibrio e dinamiche deterministiche insufficienti a cogliere la complessità del quadro socio-economico. Come dice Paul Wilmott: "Fidarsi delle formule era come stare seduti con la cintura di sicurezza allacciata guidando come pazzi: non serve a salvarti la vita. Le persone che si occupano di gestione sanno ben poco di ciò che dovrebbero; non hanno spirito critico, non hanno testato i dati e non hanno usato la loro immaginazione per cercare vie d’uscita ai problemi”.
Inutile dire che la "politica" segue a ruota e diventa il paradigma di un modello infecondo.
Una tipica risposta apparente ed "automatica", sono le dinamiche "competitive", che si presentano come liberazione di energie creative e sono invece in larga misura strategie di difesa e conservazione: la concorrenza non nasce dal mercato ma è una forma di auto-costruzione dei partecipanti, di legittimizzazione reciproca e di accumulazione delle “anomalie” ai margini.
Come fisico non ho potuto fare a meno di pensare a molte teorie alla moda che hanno già esaurito il loro ciclo vitale e si presentano invece - anche grazie alla beatificazione mediatica - come vive, combattive ed "eleganti", ben arroccate nel loro castello di papers crescenti con una velocità superiore a quella della luce (possono farlo perché, come dice Bob Laughlin, non trasportano informazione!). Particolarmente interessante è il caso della mitologia diffusa dell'innovazione tecnologica, che non può colmare il gap della produzione di ricchezza delle imprese tradizionali e sopratutto non cambia il rapporto tra lavoro, capitale ed ambiente. La tecnologia, in sé, non può essere un driver di nuove progettualità, ma assume piuttosto il ruolo di racconto consolatorio sulle sorti magnifiche e progressive alle quali si vuol credere. Questo tipo di "story-telling" ha l'unica funzione di "tirare il collo" alla famosa funzione logistica, la curva ad S usata per modellizzare i processi di sviluppo. All'inizio, la crescita è quasi esponenziale, successivamente rallenta, diventando quasi lineare, per raggiungere una posizione asintotica dove non c'è più crescita. La competizione ed un'errata, o demagogica, visione dell'innovazione ha proprio il ruolo di ritardare il destino asintotico della curva di crescita, dove invece il problema è quello di innescare una nuova singolarità.
Ma questo non avviene, perché gli schemi cognitivi utilizzati sono sempre gli stessi.
E' necessario dunque un ripensamento radicale del rapporto tra conoscenza e mercato, ed accettare la sfida dell'incertezza radicale, la povertà della completezza e la ricchezza dell’incompletezza, imparando a rilevare emergenza (Minati).
Come ha scritto Cesare Sacerdoti sul Tempo Economico annunciando la giornata di studio:
“Per quanto riguarda i “pratictioners” lo stato dell’arte dell’utilizzo della cultura strategica rasenta l’ignavia. Un solo esempio: definire un business plan “Info memorandum” è davvero la dichiarazione, sostanziale se non formale, che la nostra conoscenza riesce solo a descrivere il presente, a prenderne atto. Se, poi, guardiamo a più generali culture e pratiche di Governo lo scenario è ancora più deludente, sia nella teoria che nella pratica”.
Le tradizionali analogie tra ecosistemi ed sistemi socio-economici mostrano una debolezza che è stata la sorgente storica di tante deformazioni "naturalistiche" della teoria economica (vedi L'Orologiaio Cieco e la Mano Invisibile). Un ecosistema non ha un modello cognitivo di sé stesso, un sistema socio-economico si! Il punto essenziale è che il management è non semplicemente una derivazione economica dell'azienda, ma ne costituisce il sistema cognitivo (Licata).
Un esempio è la marginalizzazione del concetto di cooperazione, riservato ad una dimensione "etica" ed "estetica" del mercato e dunque ineluttabilmente "altra".La "cooperazione" di cui parliamo- trasportata dai paesaggi di fitness della Artificial Life- nasce dalla capacità di una classe manageriale di usare più strumenti interpretativi per comprendere il mondo, ed il suo "successo" dipende dall'ampiezza dei suoi strumenti epistemologici e dalla loro capacità di accogliere le dinamiche sociali, non puntando su un "bisogno" o inducendolo, ma entrando in sintonia con le esigenze profonde del tempo. Sfuma dunque la tradizionale distinzione tra stakeholders e shakeholders in una visione costruttivista e sistemica delle dinamiche sociali (Minati). Stesso discorso per la “sostenibilità”, non più fanalino di coda o fiore di carta utopico, ma capacità di pensare il rapporto tra sistema- impresa ed ambiente a lungo termine ed in senso globale.
Il manager è dunque come un “operatore quantistico” che agisce sulle potenzialità del possibile rendendole reali ( Zanotti). Ma non ci si è limitati ad una discussione critica per metafore. All’interno del modello “Sorgente Aperta” di Zanotti è stato proposto un modello di life-cycle e di rating delle imprese basato su una matrice "fuzzy" estremamente facile da usare ed assai più efficace di certi schemi che somigliano alla risposta “quantitativamente esatta” del computer della Guida Galattica per Autostoppisti, di Douglas Adams:
Quarantadue!" urlò Loonquawl. "Questo è tutto ciò che sai dire dopo un lavoro di sette milioni e mezzo di anni?" "Ho controllato molto approfonditamente," disse il computer, "e questa è sicuramente la risposta. Ad essere sinceri, penso che il problema sia che voi non abbiate mai saputo veramente qual è la domanda."
Un’ immagine, per concludere. Il colosso Sony nacque nel Giappone disastrato del 1946 dalla visione di Akio Morita, un fisico, e Masaru Ibuka, ingegnere, per “riportare alto l'onore del Giappone nel mondo”. A ricordarci che il successo di un’impresa- economica, scientifica, culturale- è sempre il risultato di una storia d’amore con il proprio tempo.
E’ passato moltissimo tempo scientifico, sociale, politico ed economico da quando Aurelio Peccei e Alexander King fondarono negli anni ’60 il Club di Roma per affrontare ed individuare percorsi di crescita consapevoli ed alternativi adeguati per l’evoluzione globale del mondo (Meadows et al., 1972; 1993).
Il loro contributo generò, tra il resto, comprensione della sostenibilità di processi. In breve, come è ormai ben noto, la sostenibilità di un processo fu individuata nel fatto di non richiedere risorse di qualsiasi natura ad una intensità superiore a quella del loro rigenerarsi. Altrimenti il conseguente esaurimento avrebbe condannato qualsiasi processo basato su di esse a spegnersi oltre ad aver causato la scomparsa di tali risorse dissennatamente consumate.
Un atteggiamento di rispetto verso la sostenibilità ha inizialmente il positivo effetto di individuarla non solo nelle risorse direttamente da consumare, ma anche nella catena delle risorse da considerare. Si trattava di accendere attenzione ecologica non come posizione culturale o ideologica, ma come atteggiamento strategico e consapevole nuovo.
Il tema era infatti stato introdotto con riferimento alle risorse naturali di qualsiasi natura ed al loro ciclo di riproduzione naturale da conoscere e rispettare. Ciò riguarda, ad esempio, le risorse alimentari, energetiche, le materie prime e le necessità ambientali richieste dai cicli stessi, ad esempio climatiche come magistralmente introdotto da Georgescu-Roegen (1971, 1976, 1977a, 1977b, 1979).
Il riferimento era a processi di crescita quantitativa.
Successivamente il termine sostenibilità fu usato in maniera estensiva per processi di qualsiasi natura e con riferimento alle risorse richieste. Ecco che si parlò di sostenibilità di stili di vita, finanziaria, di aziende ed anche, in modo traslato, non misurabile, di rapporti interpersonali richiedenti tempo e attenzione dei singoli, come nel caso delle famiglie.
In campo socio-economico il termine fu usato non solo in riferimento alla possibilità di mantenere un processo nel tempo, ma anche in relazione alla sua crescita.
Riferendoci a sistemi socio-economici la crescita può essere considerata come un processo incrementale di qualsiasi natura (ad esempio lineare, esponenziale e descritto da curve logistiche caratterizzate da crescita decrescente limitata come nel grafico indicativo in fig. 1. Ciò era tanto più importante in quanto i sistemi economici dovevano manifestare continui processi di crescita, sostenibili ovviamente. Tuttavia era evidente la contraddittorietà tra la richiesta di sostenibilità e la richiesta di crescita continua. La tecnologia fu chiamata a risolvere la contraddizione estendendo la durata delle risorse con la loro riproduzione, ad esempio alimentari, sostituendo risorse tra loro, e riducendo i consumi.
Figura 1: Un esempio di curva logistica
Il termine sostenibilità fu poi esteso a tecnologie, prodotti e costruzioni intendendoli sostenibili quando capaci di ridurre non solo il consumo di risorse, ma anche l’inquinamento. A volte il termine sostenibile è sostituito da verde per indicare il rispetto per l’ambiente (ad esempio, benzina verde e ospedali verdi). Il termine verde è diventato una parola del marketing, mentre il termine sostenibilità inflaziona articoli; dichiarazioni, pagine web e brochure aziendali; libri e tesi nelle università.
Ormai anche bombardieri che utilizzano 1) solo bombe non messe al bando dalla comunità internazionale; 2) il cui equipaggio di cielo e di terra non è stato selezionato in base a criteri di razza, sesso, religione, età e lingua; 3) utilizzante carburante a basso inquinamento; e 4) che si prefigge di non colpire obbiettivi civili, sono sostenibili o verdi!
Quando ci accorgeremo che sono bombardieri???
La sostenibilità e l’essere verde sono diventate tematiche sintattiche e non semantiche.
La semantica viene ritrovata quando si parla di sviluppo e non solo di crescita. Si realizza che la crescita non è condizione sufficiente per lo sviluppo e neppure necessaria. Un processo di sviluppo può essere rappresentato in vari modi, ad esempio considerando (Minati and Pessa, 2006):
la successione nel tempo di processi di crescita relativi allo stesso singolo processo oppure a processi sostitutivi, attivati ad esempio dall’innovazione in campo economico;
l’armonicità o coerenza dei processi di crescita del sistema in esame in base ad un piano, un progetto di sviluppo. L’armonicità è così intesa come un fatto interno al sistema stesso, quasi fosse un aspetto inerente alla coerenza, alla reciproca compatibilità tra i processi di crescita stessa. Concettualmente si opera con considerazioni basate sul presupposto di operare in sistemi chiusi. Ad esempio crescite disarmoniche di vari aspetti aziendali come produzione, distribuzione, aspetti finanziari e risorse umane porteranno al fallimento. Allo stesso modo quando si parla di sviluppo di un bambino si parla dell’armonicità tra crescite di diversi aspetti del suo corpo e della sua mente. Disarmonicità nella crescita di singoli aspetti fisici porteranno a irregolarità antropometriche spesso di natura patologica;
il passaggiotra curve di crescita quando vi è la fine e l’inizio di nuovi processi e prodotti grazie all’innovazione ed alla tecnologia;
lo sviluppo come processo di emergenza1, come stormo di processi di crescita che acquisisce sviluppo come proprietà emergente. In questo contesto è il comportamento dello stormo di crescite a rappresentare sviluppo e può basarsi su comportamenti diversi delle singole crescite, anche disarmoniche ed alcune negative (come il volo degli uccelli di uno stormo).
In base a quanto sopra discusso, la tematica della sostenibilità si trova a diventare generica ed addirittura negativa quando intesa come conservativa e cioè inducente il mantenimento di equilibri incrementali piuttosto che trasformativi permessi da innovazione e processi tecnologici.
In questo contesto si va oltre la sostenibilità. Occorre considerare processi di creazione che possono sostituirsi ai precedenti, di emergenza e innovazione. Occorre considerare la sostenibilità di processi di emergenza, della capacità cioè di far emergere, innovare, trasformare e non solo dei singoli processi
La tematica della sostenibilità è spesso usata ipocritamente, confusa con tematiche ambientali ed ecologiche, senza permettere o favorire la visione sistemica complessiva dell’uso di risorse e neppure le relazioni tra effetti prodotti da cause e effetti prodotti da soluzioni.
Gianfranco Minati
1Si hanno processi di emergenza (in Inglese emergence e non emergency, quella dell’ambulanza!) quando sistemi di elementi in interazione tra loro acquisiscono autonomamente effetti e proprietà come il comportamento di stormi di uccelli, sciami, folla, traffico e mercati, solamente influenzabili ma non decidibili.
Ce ne stiamo accorgendo a colpi di crisi ricorrentesi in ogni dimensione dell'umano. E' evidente che dovunque guardiamo c'è qualcosa che, gravemente, non va: lo sviluppo economico, la povertà, il rapporto con la natura, la soddisfazione sul lavoro e le profonde esigenze di realizzare una vita degna... E allora vogliamo smetterla di denunciare il passato? Sta diventando stucchevole cercare l'ennesimo cantuccio della stanza della società industriale e scoprire ancora una volta l'accumularsi di una polvere. E' il momento di lasciar riposare per un po' la denuncia e la protesta anche perché, se siamo onesti, dobbiamo chiederci: ma noi dove eravamo in questi anni?
Vivevamo su Marte e improvvisamente siamo tornati sulla terra ed abbiamo scoperto che quegli inetti di terrestri, dopo la nostra denuncia, non aveva fatto nulla. E tocca ancora a noi risvegliare le coscienze? Certo che no! Noi abbiamo vissuto immersi in questa società. Sono anche le nostre azioni che hanno mantenuta chiusa la stanza. Lasciando accumulare e incancrenire polvere. Viene quasi da dire: l’accumularsi e l’incancrenirsi ci fa comodo perché la nostra unica competenza era il contestare. Visto che sul costruire abbiamo dato tutti pessima prova.
E non si dica che qualche potere forte, da qualche parte ha impedito che le nostre folgoranti idee liberassero la stanza dalla polvere dell’ingiustizia, del privilegio … Quelli che sembrano poteri forti lo sono solo di fronte alla nostra incapacità di costruire alternative.
Cara e vecchia società di tutti noi, dunque. Che ci ha permesso di superare secolari infelicità … Certo non tutte, certo non a tutti, certo non ugualmente, ma molto.
Cara e vecchia società dalla quale ora dobbiamo allontanarci con un pizzico di nostalgia. Portandoci dentro lo zaino che accompagna ogni viaggio tutto quello che di buono ha prodotto.
E con il passo che diventa sempre più baldanzoso a mano a mano che diventa chiaro il luogo, la nuova società verso la quale siamo diretti ..
Ma verso quale luogo vogliamo dirigerci? Quale nuova società vogliamo costruire?
Noi certo non lo sappiamo! Sappiamo solo come fare a costruirla!
Allora la nostra proposta è strana. Non abbiamo soluzioni, linee politiche, idee originali. Ma un metodo con il quale generarle.
Primo passo di questo metodo: cambiamo i linguaggi. Secondo usiamo questi nuovi linguaggi per progettare insieme .. Accidenti, mi rendo conto che mi sto avventurando in un sentiero accidentato …
Allora provo con una storiella. Pensiamo di indossare occhiali verdi e di dover dipingere una parete di un nuovo colore: il verde ci ha seccati. Ai nostri piedi abbiamo una vasta gamma di barattoli di vernice. Ma tutti i colori ci sembrano gradazioni del verde. E, così, piano piano ci sembra inutile ridipingere una stanza di un nuovo colore che potrà essere solo una gradazione di verde. Accidenti ai poteri forti che ci costringono a dipingere sempre e solo di verde …
Ma poi arriva qualcuno che ci convince che un certo barattolo contiene il rosso. Ma apparirà rosso solo quando lo stendiamo sulla parete … Così, spinti da nuova fiducia e dalla voglia di avere nuova fiducia, cominciamo a dipingere. Ma, anche dopo averlo steso sulla parete, quel colore continua ad essere l’ennesima gradazione del verde. Allora la nostra collera e massima: certo solo un grande complotto di qualche potentato molto potente ci può costringere a naufragare in un mare di verde …
Maledetti poteri forti .. .
Così attiviamo un Gruppo antiverde. Che, innanzitutto, continua ossessivamente a dimostrare che tutto è di quel verde che, oramai invece di speranza, sta a segnalare schifezza. E poi cerca di buttare via tutti i barattoli …
Cosa significa partire dai linguaggi e dal metodo per usarli?
Significa togliersi gli occhiali verdi. E riuscire così a scoprire che tutti i barattoli sono effettivamente di mille colori. Riuscendo a vedere mille colori rinasce davvero la speranza di poter dipingere diversamente la stanza. Ma non possiamo stare senza occhiali ed ogni tipo di occhiale, anche il più sofisticato, altera i colori … Anche il rosso più sfavillante sarà, poi, sempre, ideologicamente, rosso … Ed allora che fare? Impariamo a cambiare occhiali quando vogliamo vedere cose diverse. Ma, poi, come dipingiamo quella stanza? Inevitabilmente tutti insieme con occhiali diversi. Perché ognuno può portare un solo tipo di occhiali per volta. E per fare della stanza un capolavoro, sono necessari tutti i colori. Quando il dipinto a mille mani sarà finito potremmo vedere un miracolo che piacerà a tutti e che tutti potranno vederlo in modo sempre diverso. Basterà indossare gli occhiali degli altri e se ne scoprirà un bellezza diversa.
Allora il nostro programma è molto semplice. Apparirà forse banale e ininfluente: diffonderemo nuovi linguaggi ed attiveremo gruppi progettuali che li useranno per progettare i mille aspetti di una nuova società.
I linguaggi sono i modelli e le metafore che nell'ultimo secolo, provenendo sostanzialmente dalle scienze della natura, si sono aggiunti a quelli tipici della società industriale.
Il metodo con il quale li useremo sarà Sorgente Aperta …
Ma perché “balbettanti”? Perché nel progettare un nuovo mondo ci rendiamo conto che il primo esprimersi non sarà che un balbettio. E, perché “poietici”? Perché il balbettio dovrà essere fecondo. Si trasformerà certamente in storie che cominceranno ad essere vissute.
Allora anche questo manifesto è un balbettio poietico? Certamente. Speriamo di doverlo riscrivere al più presto meno balbettante e più fecondo.