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domenica 2 agosto 2015

Inutilità del Post-moderno? E la Grecia?

di
Francesco Zanotti
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Che c’entra la Grecia col post-moderno? Lo vedrete.
Cominciano dal postmoderno. Il riferimento è ad un pezzo di Carlo Bordoni su “La lettura”, supplemento domenicale del Corriere, di questa settimana dal titolo “L’inutilità del post-moderno”. Egli sostiene, appunto che si è trattato di frivolezze inutili. Mi scuso innanzitutto con l’autore se il mio tono apparirà un po’ polemico. Ma sono i limiti della mia generazione, formatasi nel contestare. Speriamo che i giovani sappiano superare questi limiti. D’altra parte anche Carlo Bordoni usa la strategia retorica della polemica (anche forte) giudicando inutile un movimento culturale a cui molti e degni hanno dedicato la vita.
Dunque il post moderno. Non nasce come l’Autore sostiene con il manifesto di Lyotard della fine degli anni settanta.
Nasce con la pubblicazione di una serie di articoli di un oscuro funzionario dell’ufficio brevetti di Berna: tale Albert Einstein. Quegli articoli (uno addirittura gli fruttò il Nobel) diedero vita alla teoria della relatività ed alla fisica quantistica (meccanica quantistica, prima, e teoria quantistica dei campi, dopo). Forse si potrebbe addirittura risalire alla scoperta delle geometrie non euclidee nel 1800.
Non è certo questa la sede per fare una sintesi di fisica quantistica e relatività. Ma è possibile, almeno, citare tre concetti che hanno rivoluzionato (questo sì per sempre) il moderno. Il primo è il ruolo costruttivo dell’osservatore. Non soggettivo, interpretativo come diranno i filosofi post-moderni. II secondo è quello di vuoto quantistico come ontologia di fondo del mondo. Il terzo è la scoperta che non solo un osservatore costruisce il mondo, ma lo fa in un modo suo specifico (tecnicamente, mi riferisco alle rappresentazioni non equivalenti).
Poi è venuto il post moderno di cui parla Bordoni. Ma molto dopo. E non con questa profondità. Perché Derrida e soci si sono fermati a metà strada nella contestazione del moderno. Ed è accaduto proprio perché non hanno guardato ai veri fondamenti del post-moderno.
Oggi il nostro compito è quello di completare il superamento del moderno in una nuova visione del rapporto tra uomo e mondo.
I tre concetti che hanno rivoluzionato il moderno non sono solo filosoficamente decisivi, ma ce li portiamo in tasca e li usiamo ogni giorno. Tutt’altro che superati, quindi. E’ possibile usare sistemi Gps solo perché esiste la teoria generale della relatività. Siamo riusciti a costruire computer, telefonini e quant’ altro perché abbiamo “scoperto” la fisica quantistica.
Naturalmente non c’è solo la fisica, c’è la biologia con Maturana e Varela, c’è la sociologia con Luhmann nell’ambito del post-moderno.
E la Grecia? Il problema della Grecia e, più in generale dello sviluppo, è che il pensiero economico che guida le scelte della politica è rimasto al “moderno”.
Poi, l’autore mi scuserà, per l’accento polemico: ma che c’entra Berlusconi e il “drive in” col postmoderno? Lasciamolo stare Berlusconi e parliamo di cose più serie E, poi, perché demonizzare il “Drive in”, attribuendogli una profondità che non voleva avere e che tutti quelli della mia generazione hanno guardato con piacere?


domenica 22 febbraio 2015

Cent’anni di Relatività Generale … e l’umano

di
Francesco Zanotti


Su “Letture” l’inserto culturale del Corriere Paolo Giordano presenta la teoria della Relatività generale che quest’anno compie cent’anni.
Affronto l’argomento per tentare una innovazione epistemologica.
Come tutti sanno la fisica del novecento ha costruito due grandi teorie: la relatività (prima ristretta poi generale) e la fisica quantistica (prima meccanica quantistica e poi Teoria quantistica di Campi). Il problema di fondo è che queste due teorie sembrano incompatibili: non si riesce proprio a costruire una teoria del tutto.
Dove sta l’innovazione epistemologica?
Ora, tutti sono convinti che queste teorie siano adatte al mondo microscopico (la fisica quantistica) e al mondo macroscopico (la scala dell’Universo: la relatività generale). E siano contro-intuitive perché estranee all'esperienza umana di tutti i giorni.
Io ho (ecco l’innovazione tecnologica) una convinzione contraria: è proprio la vita di tutti i giorni che diventa comprensibile se si usano queste due teorie. E faccio degli esempi.
Il primo è l’emergere della massa (una parte della massa) delle particelle elementari dovuta alla rottura di simmetria del vuoto quantistico a causa di campi di Higgs.
Teoria astrusa? No! L’impresa viene creata da un processo di rottura di simmetria del vuoto quantistico costituito dalla società dall'azione del campo costituito dall'azione imprenditoriale. Per chi volesse approfondire il tema trova un mio articolo qui
Il secondo esempio riguarda proprio la Relatività Generale. La storia dell’impresa procede costruendo la competizione che la fa precipitare in un buco nero. Esattamente come accade ad un stella sufficientemente massiccia quando esaurisce il suo carburante nucleare.
Detto questo si può fare un ulteriore passo avanti: perché non si comincia a pensare che non ha senso cercare di conciliare le due teorie perché spiegano due fasi diverse (la nascita e la morte) di un sistema qualunque? Possiamo dire che sono due rappresentazioni non equivalenti del mondo. Propongo, insomma, di allargare l’utilizzo dell’approccio che il Prof. Gianfranco Minati suggerisce per la sistemica: l’uso dinamico dei modelli (Dysam).




domenica 9 novembre 2014

Big Data e … utilizzo travisato

di
Francesco Zanotti


I Big Data sono un argomento di moda, forse non solo tra gli specialisti.
Ma rischiano di riprodurre l’eterna illusione che esista il punto di vista di dio.
La fiducia nei Big Data riproduce l’illusione di Laplace: se conoscessi posizione momento di tutte le particelle dell’Universo …
Oggi sulla Domenica del Sole 24 Ore leggo la presentazione di un libro di Dario Antiseri e di Adriano Soi dal titolo Intelligence e metodo scientifico che rappresenta l’ennesima versione di questa illusione. Premetto, per correttezza, che non ho letto il libro: ne ho conosciuto l’esistenza solo stamattina. Quindi le mie osservazioni riguardano la presentazione di Angelo Maria Petroni.
Credo che tutto si concentri nella sintesi del pensiero degli autori che fa Petroni e che cito: “… sottolineano come il metodo scientifico sia unico e si applica tanto alla ricerca nel mondo della natura quanto all'interpretazione (ermeneutica) del mondo umano.”. La tesi insomma è che esiste una ermeneutica oggettiva. Ed è la stessa tesi di coloro che parlano di Big Data.
Questa sintesi, viene poi spiegato, e cito uno degli obiettivi che si affida ad una interpretazione “oggettiva”: controllare l’esattezza di una traduzione, generare una traduzione esatta.
Credo che queste tesi rappresentino l’asintoto di non sense a cui giunge la presunzione che esista il punto di vista di dio. Si arriva al paradosso. Che è, appunto, rappresentato dalla ermeneutica oggettiva.
Che la ermeneutica sia per definizione soggettiva, credo sia oramai accettato. Ma se proprio si volesse cercare nei metodi della scienza il supporto per cercare, invece, una interpretazione oggettiva, occorrerebbe buttare a mare, almeno, tutta la fisica quantistica. E la matematica post-godeliana. La visione di un metodo scientifico che porta univocamente alla verità e che esista un ragionare assoluto comporta pensare solo come un fisico classico o un matematico hilbertiano. Cioè come uno scienziato a cavallo dell’‘800 e del ‘900.
Secondo voi come si spiega queste esagerazioni vetero riduzionistiche?
Che, poi hanno anche un impatto politico rilevante. Perché gli Autori del libro, come cita Petroni, sostengono che “quale è mai l’operatore di intelligence (l’ermeneuta oggettiva) se non quello di offrire conoscenze al decisione politico?”. E questo rivela una visione troppo banale della politica. Una sola osservazione: il compito del politico non è decidere, ma progettare un futuro che ancora non c’è.


sabato 3 maggio 2014

Cambio culturale: che roba è?

di
Francesco Zanotti


Chi non parla dell’esigenza di un cambiamento culturale? Tutti! Anche Mario Platero che sul Sole di sabato 3 maggio dice sacrosante parole, ma che poi finiscono nella genericità.
Dice che dobbiamo fare un cambiamento culturale per eliminare le manifestazioni di intolleranza razziale nello sport.
Ma in cosa consiste? Nel cambiare la cultura dell’appartenenza, della rigidità, della burocrazia e del razzismo.
Sono parole generiche perché, ad esempio, sfido qualcuno a dirmi esattamente cosa sia la cultura della burocrazia. Forse intendeva parlare della degenerazione della burocrazia. Ma, anche in questo caso, non si sa bene cosa siano le cose da cambiare. La burocrazia è anche efficienza e ordine.
Io credo che occorra smettere di parlare di cambiamenti culturali. Ed occorra parlare di aggiungere conoscenza. Allora si individua esattamente quale cultura non basta più. Non basta più la visione riduzionistica del mondo che è sintetizzata nell'edificio teorico della meccanica classica. Essa vale solo per alcune porzioni della realtà. Non vale, però, in nessun modo per i sistemi umani. Per comprendere e gestire i sistemi umani occorre aggiungere alle conoscenze di tutti coloro che dirigono sistemi umani quella nuova visione del mondo la cui costruzione è stata avviata decisamente dalla fisica quantistica.
Usando questa nuova visione del mondo tante cose vanno in soffitta. Va in soffitta il concetto stesso di cambiamento: non si può dire cosa si deve cambiare. Si può dire cosa si può aggiungere. Va in crisi ogni appetito dirigistico ed ogni retorica dei talenti che serve solo a giustificare posizioni di privilegio assurde.

Va in crisi tutto il modello della società industriale che della fisica classica è una realizzazione.

venerdì 7 giugno 2013

Relazione Causale, Costruzione Sociale e Rappresentazione Comunitaria

Riceviamo e con piacere pubblichiamo un commento del Dott. Gianni Rizzi in relazione al post Galileo e riforme e del successivo commento del Prof. Andrea Ichino La risposta del Professor Ichino


Caro Francesco, 
ho letto con attenzione l'articolo di Andrea Ichino (Tornare Al Metodo Galileiano Per Le Riforme), il tuo commento critico e la replica di Ichino (La risposta del Professor Ichino). 
Ecco le mie note a margine.

Ichino sostiene l'opportunità di piccole sperimentazioni riformistiche prima di sviluppare interventi maggiori, e afferma l'idea della "relazione causale", che può essere identificata "soltanto attraverso la comparazione tra eventi controfattuali: ossia A causa B  se in presenza di A osserviamo B mentre in presenza di NON-A osserviamo NON-B". E sostiene: " 'l'arte' della statistica finalizzata a identificare relazioni causali consiste proprio nel trovare modi per costruire gli eventi controfattuali che nella realtà non possiamo osservare".

Tu critichi la proposta dicendo che l'idea sperimentale rientra nell'ideologia della fisica classica, superata da quella quantistica. Preferiresti poi parlare di "correlazione" piuttosto che di "causalità". Vorresti quindi un aggiornamento delle categorie, auspicando una più avanzata visione dei sistemi sociali (e più in generale della realtà), e della conoscenza come costruzione sociale.

Io mi spingerei a parlare di "rappresentazione comunitaria", essendo i sistemi sociali fatti di comunicazione. Si potrebbe anche dire che i sistemi sociali operano rappresentando se stessi, mettendosi in scena. Ed evolvono migliorando le loro performance auto-rappresentative. Involvono invece quando la rappresentazione peggiora, quando arretra - per esempio - su vecchi copioni, quando si attesta su idee del passato, quando fa cattiva o arrogante comunicazione di sè.

La "relazione causale" di cui parla Ichino fa riferimento alla "realtà" (ed è quindi anch'essa rappresentazione) ma mette in scena la promessa di una governance "scientifica", dichiarandosi capace di conoscere bene (statisticamente) le cause e gli effetti delle varie riforme.

Nella tesi di Andrea Ichino riemerge  la vecchissima idea del governo dei sapienti, e questo a pochi mesi dal vistoso fallimento elettorale dei professori capitanati da Monti...

Trovo ben più interessante il tentativo di Enrico Letta e gli altri, cui auguro (interessatamente) un buon successo nella difficile ma importantissima (e innovativa) messa in scena della "coesione italiana" nel teatro politico europeo.

Gianni Rizzi


venerdì 3 maggio 2013

Conoscenza e speranza


di
Francesco Zanotti


Ci sono alcune categorie di persone che è inutile che leggano questo post.
Quelli che si appellano ad una concretezza che è tale solo all’interno dei suoi limiti cognitivi.
Quelli che vogliono combattere nemici e vincere.
Quelli che … la mia esperienza e poi basta.

Deve leggerlo, invece, chi vuole salire sulle spalle dei giganti ed accettano di fare la fatica per riuscirci.

“Nulla è più pratico di una buona teoria“ sosteneva Albert Einstein. E lo stesso anche Kurt Lewin e molti altri.

Noi oggi abbiamo bisogno di un’ottima ed urgente nuova pratica: la capacità di generare un nuovo sviluppo. Quindi, abbiamo bisogno di un’ottima e nuova teoria dello sviluppo che strutturi questa pratica.

lunedì 29 aprile 2013

Le radici della violenza


di
Francesco Zanotti


La causa più immediata è evidente. Se in una situazione di grande disagio sociale si individuano coloro che l’hanno generata, beh non è sorprendete che qualcuno cerchi la strada più (apparentemente) semplice per risolvere il problema: eliminarli.

Ma fermarsi alla causa più immediata è pericoloso. Chi è stato additato come colpevole ha gioco facile a ributtare la palla nel campo avversario, fino a voler tacitare le proteste. Un po’ come dire: poiché il “dalli all'untore" è generatore di guai, allora non c’è la peste.

E le cause più profonde? Ne cito alcune.

La prima è la mancanza di proposte alte e forti. Non ci sono disegni di nuove società che emozionano, fanno sognare, cambiano la vita e, quindi, cambiano il mondo. Ci sono proposte di piccoli interventi sintomatici che cercano di aggiustare un mondo che sta perdendo di senso.

La seconda è la istituzionalizzazione del conflitto politico: per governare occorre battere qualche avversario. Se il conflitto è il meccanismo sacralizzato dalle istituzioni per scegliere chi governa, come si può non pensare che il conflitto si riproduca in tutta la società?

Riporto un pezzo del post del 29 gennaio per ricordare come il conflitto sia diventato carne e sangue dei politici, fino a raggiungere assurdità assolute.
Si tratta di un dibattito tra Ignazio Marino e Mara Carfagna: riporto a memoria.
Marino: “Uno degli elementi che distingue il Centro-sinistra dal Centro-destra riguarda i diritti civili. Noi siamo per i matrimoni gay .. etc.” La Carfagna ribatte: “Ma guarda che su quel tema le mie posizioni non sono così distanti dalle vostre.”. A questo punto Marino insorge: “E no! Tu sei di Centro-destra e devi sostenere le posizioni di Centro-destra che sono notoriamente anti-diritti civili.”. Straordinario: il fatto di aver individuato un possibile terreno di dialogo costruttivo l’ha mandato in confusione. Il tema dei diritti civili (che è molto di più dei matrimoni gay) era uno strumento di differenziazione che permetteva di caratterizzare negativamente l’avversario. Lo scoprire che l’avversario non la pensava proprio all'opposto  ma si poteva costruire una strada comune verso maggiori diritti, ha generato disorientamento. Gli si leggeva in faccia la delusione. Se l’avversario non la pensa all'opposto (un opposto stereotipato, quasi caricaturale) di come la pensava lui, come faceva a differenziarsi? Come volevasi dimostrare: i problemi sono considerati occasioni di differenziazione per competere sui voti.

L’istituzionalizzazione del conflitto avviene anche nell’economia attraverso l’ideologia della competizione. Il mercato viene visto con una arena dove occorre battere l’avversario.

Sommando tutte questa cause: se le persone vedono combattere, sono chiamati a partecipare alla lotta, allora … lascio al lettore la conclusione.

Ma perché è emersa in ogni dove questa ideologia del conflitto? Ci deve essere una causa più profonda, che sta dietro quelle che ho proposto.
Sì, penso ci sia. E stia nella visione del mondo della società industriale che è una semplificazione ideologica della visione del mondo su cui si basa la fisica classica.

Cosa dice questa visione del mondo?

giovedì 4 aprile 2013

Chi è il Francesco della Politica


di
Alessandro Aleotti


Il nostro Paese vive una forte crisi di disorientamento: le mutazioni che la Tecnica (cioè il combinato disposto di pensiero scientifico e razionale con la secolarizzazione di tutti i valori conosciuta come “morte di Dio”) impone all'economia e alla politica sono ben lontane dall'essere comprese. Assordati e rimbambiti dal frastuono mediatico, coloro che presiedono gli snodi politici e istituzionali sembrano alla mercé di qualunque idea bislacca. Se il Presidente Napolitano prende tempo (e fa bene), tutti gli altri non riescono ad uscire dalle gabbie culturali che li tengono prigionieri: a sinistra si rincorrono le proposte folli dei Grillini senza capire che, nell'exploit di M5S, il fattore vincente non è il significato (cioè i contenuti), ma il significante (cioè la rottura); al centro ci si rinchiude nella sicurezza dell’ortodossia europeista che, un pò alla volta, sta azzerando il potenziale creativo del Paese in nome di una “burocrazia della povertà” che sovrasta ogni ambito del vivere civile; a destra si ondeggia tra la nostalgia di un “uomo forte” ormai scomparso dalla circolazione e il tentativo di rifugiarsi nei territori e nelle funzioni lontane da Roma.

La nomina del nuovo Presidente della Repubblica è, ragionevolmente, il perno simbolico di un possibile cambio di paradigma. L’esempio Vaticano è troppo vicino, nel tempo e nello spazio, per non influenzare positivamente la scelta repubblicana. Un “Francesco per l’Italia”, tuttavia, deve possedere caratteristiche molto diverse da quelle del “Francesco per la Chiesa”.

domenica 17 marzo 2013

Paura della conoscenza



di
Francesco Zanotti

Forse il dato più distintivo delle attuali classi dirigenti è la paura, oserei dire il disprezzo, verso la conoscenza. Operativamente: un rifiuto molto dannoso.
Devono gestire (governare verso lo sviluppo) sistemi umani, perché non hanno alcun desiderio e non fanno nulla per conoscere, innanzitutto, lo stato dell’arte delle scienze umane? Ne faccio un elenco, ovviamente non completo: psicologia, linguistica, sociologia, economia, politica, antropologia, filosofia, storia e, aggiungo, religioni?
Queste aree di conoscenza sono in profonda evoluzione sia a causa della loro palese insufficienza (come l’economia), ma, soprattutto, sotto la spinta delle scienze naturali che offrono nuovi linguaggi e paradigmi. Ne cito uno solo: la fisica quantistica. Come fanno ad esserne completamente all'oscuro?
Esiste una meta-conoscenza che si chiama sistemica che dovrebbe essere una scienza dei paradigmi che pesca da ogni area di conoscenza e cerca di costruire una meta conoscenza che dovrebbe generare un grande progresso in tutte le altre conoscenze “specialistiche”. Come fanno a non saperne proprio nulla quando, ad esempio, la teoria dei sistemi auto poietici permetterebbe di capire la probabile evoluzione del nostro sistema politico e le vere origini dell’attuale crisi economica?
Il problema è che in una democrazia “competitiva” non c’è tempo per la conoscenza. Tutto il tempo è impegnato a combattere l’avversario. Con buona pace dello sviluppo.

mercoledì 8 agosto 2012

Vacanza di studio… almeno!

di
Francesco Zanotti


Capisco che le vacanze siano sacre. Anche per il Parlamento … Ecco, no! In realtà non capisco. Io credo che chi Governa non abbia diritto ad un respiro di riposo fino a che anche l’ultimo dei cittadini potrà permettersi di andare in vacanza … Di più: stiamo parlando ancora il linguaggio dei privilegiati. Io credo che un Governo degno di questo nome non possa andare in vacanza fino a che nessuno dei cittadini, in nome dei quali governa, vive o può temere di vivere l’incubo di una povertà senza speranza.
Ma tant’è …  Se ne va in vacanza tutto il Parlamento.

Allora, visto che questo rito irresponsabile non si può evitare, almeno mi si lasci invitare i nostri governanti a studiare durante le vacanze. Alcune cose che non conoscono e che sarebbero loro (e, quindi, a tutti noi) così utili …

Mi permetto di suggerire tre aree di studio a tre membri del Governo.

domenica 1 aprile 2012

Cambiare l’infrastruttura “cognitiva” della società


di
Francesco Zanotti


E’ oramai sempre più evidente che è necessario cambiare radicalmente la società industriale.
E’ necessario cambiare il tipo di manufatti che vengono prodotti, i sistemi produttivi, distributivi e finanziari, le città e le infrastrutture, le modalità di governo. Ma è altrettanto evidente che non lo stiamo facendo. Anzi ci stiamo dannando l’anima per conservare la struttura fondamentale della società industriale. Anche i contestatori si muovono tranquillamente all’interno della società industriale.
Perché questa mancata risposta alle esigenze di cambiamento profondo?
La risposta, secondo me, è la seguente: non cambiamo l’infrastruttura cognitiva della società industriale. Essa è costituita dalla scienza classica. Non mi addentro in spiegazioni di tipo scientifico-epistemologico. Cerco di semplificare: la scienza classica è fondata su due aggettivi: “oggettivo” e “logico”. L’uso ossessivo  e diffuso di questi aggettivi ci costringe ad un pensiero ideologico (la società industriale è l’unica possibile) ed a prassi conflittuali (le diverse visioni della società industriale non possono che scontrarsi). Per riuscire ad immaginare e realizzare una nuova società occorre lasciare la scienza classica a governare gli ambiti in cui è nata e nei quali ha un grande successo: i sistemi “meccanici”. Ed applicare agli altri ambiti del reale (i sistemi umani, dall’impresa alla società tutta) un pensiero di tipo quantistico che propone la via della costruzione sociale.
Chi volesse approfondire questo discorso è invitato alla presentazione dell’Expo della Conoscenza che trova annunciata sopra questo post.


...continua

Ce ne stiamo accorgendo a colpi di crisi ricorrentesi in ogni dimensione dell'umano. E' evidente che dovunque guardiamo c'è qualcosa che, gravemente, non va: lo sviluppo economico, la povertà, il rapporto con la natura, la soddisfazione sul lavoro e le profonde esigenze di realizzare una vita degna... E allora vogliamo smetterla di denunciare il passato? Sta diventando stucchevole cercare l'ennesimo cantuccio della stanza della società industriale e scoprire ancora una volta l'accumularsi di una polvere. E' il momento di lasciar riposare per un po' la denuncia e la protesta anche perché, se siamo onesti, dobbiamo chiederci: ma noi dove eravamo in questi anni?

Vivevamo su Marte e improvvisamente siamo tornati sulla terra ed abbiamo scoperto che quegli inetti di terrestri, dopo la nostra denuncia, non aveva fatto nulla. E tocca ancora a noi risvegliare le coscienze? Certo che no! Noi abbiamo vissuto immersi in questa società. Sono anche le nostre azioni che hanno mantenuta chiusa la stanza. Lasciando accumulare e incancrenire polvere. Viene quasi da dire: l’accumularsi e l’incancrenirsi ci fa comodo perché la nostra unica competenza era il contestare. Visto che sul costruire abbiamo dato tutti pessima prova.
E non si dica che qualche potere forte, da qualche parte ha impedito che le nostre folgoranti idee liberassero la stanza dalla polvere dell’ingiustizia, del privilegio … Quelli che sembrano poteri forti lo sono solo di fronte alla nostra incapacità di costruire alternative.
Cara e vecchia società di tutti noi, dunque. Che ci ha permesso di superare secolari infelicità … Certo non tutte, certo non a tutti, certo non ugualmente, ma molto.
Cara e vecchia società dalla quale ora dobbiamo allontanarci con un pizzico di nostalgia. Portandoci dentro lo zaino che accompagna ogni viaggio tutto quello che di buono ha prodotto.
E con il passo che diventa sempre più baldanzoso a mano a mano che diventa chiaro il luogo, la nuova società verso la quale siamo diretti ..
Ma verso quale luogo vogliamo dirigerci? Quale nuova società vogliamo costruire?
Noi certo non lo sappiamo! Sappiamo solo come fare a costruirla!

Allora la nostra proposta è strana. Non abbiamo soluzioni, linee politiche, idee originali. Ma un metodo con il quale generarle.
Primo passo di questo metodo: cambiamo i linguaggi. Secondo usiamo questi nuovi linguaggi per progettare insieme .. Accidenti, mi rendo conto che mi sto avventurando in un sentiero accidentato …
Allora provo con una storiella. Pensiamo di indossare occhiali verdi e di dover dipingere una parete di un nuovo colore: il verde ci ha seccati. Ai nostri piedi abbiamo una vasta gamma di barattoli di vernice. Ma tutti i colori ci sembrano gradazioni del verde. E, così, piano piano ci sembra inutile ridipingere una stanza di un nuovo colore che potrà essere solo una gradazione di verde. Accidenti ai poteri forti che ci costringono a dipingere sempre e solo di verde …
Ma poi arriva qualcuno che ci convince che un certo barattolo contiene il rosso. Ma apparirà rosso solo quando lo stendiamo sulla parete … Così, spinti da nuova fiducia e dalla voglia di avere nuova fiducia, cominciamo a dipingere. Ma, anche dopo averlo steso sulla parete, quel colore continua ad essere l’ennesima gradazione del verde. Allora la nostra collera e massima: certo solo un grande complotto di qualche potentato molto potente ci può costringere a naufragare in un mare di verde …
Maledetti poteri forti .. .
Così attiviamo un Gruppo antiverde. Che, innanzitutto, continua ossessivamente a dimostrare che tutto è di quel verde che, oramai invece di speranza, sta a segnalare schifezza. E poi cerca di buttare via tutti i barattoli …
Cosa significa partire dai linguaggi e dal metodo per usarli?
Significa togliersi gli occhiali verdi. E riuscire così a scoprire che tutti i barattoli sono effettivamente di mille colori. Riuscendo a vedere mille colori rinasce davvero la speranza di poter dipingere diversamente la stanza. Ma non possiamo stare senza occhiali ed ogni tipo di occhiale, anche il più sofisticato, altera i colori … Anche il rosso più sfavillante sarà, poi, sempre, ideologicamente, rosso … Ed allora che fare? Impariamo a cambiare occhiali quando vogliamo vedere cose diverse. Ma, poi, come dipingiamo quella stanza? Inevitabilmente tutti insieme con occhiali diversi. Perché ognuno può portare un solo tipo di occhiali per volta. E per fare della stanza un capolavoro, sono necessari tutti i colori. Quando il dipinto a mille mani sarà finito potremmo vedere un miracolo che piacerà a tutti e che tutti potranno vederlo in modo sempre diverso. Basterà indossare gli occhiali degli altri e se ne scoprirà un bellezza diversa.
Allora il nostro programma è molto semplice. Apparirà forse banale e ininfluente: diffonderemo nuovi linguaggi ed attiveremo gruppi progettuali che li useranno per progettare i mille aspetti di una nuova società.
I linguaggi sono i modelli e le metafore che nell'ultimo secolo, provenendo sostanzialmente dalle scienze della natura, si sono aggiunti a quelli tipici della società industriale.
Il metodo con il quale li useremo sarà Sorgente Aperta …
Ma perché “balbettanti”? Perché nel progettare un nuovo mondo ci rendiamo conto che il primo esprimersi non sarà che un balbettio. E, perché “poietici”? Perché il balbettio dovrà essere fecondo. Si trasformerà certamente in storie che cominceranno ad essere vissute.
Allora anche questo manifesto è un balbettio poietico? Certamente. Speriamo di doverlo riscrivere al più presto meno balbettante e più fecondo.