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giovedì 24 gennaio 2013

Autoreferenzialità indifferente


di
Francesco Zanotti



Quando gli attori di un sistema (politico, economico etc.) chiuso si combattono tra di loro per conquistare le risorse disponibili, allora perdono la relazione di senso con l’ambiente esterno. Meglio: considerano l’ambiente esterno strumentale alla vittoria.
Il sistema della battaglia elettorale è ovviamente chiuso: i seggi sono quelli che sono. Ed è una battaglia esistenziale: se non si guadagnano seggi, si muore.
Come si combatte quella battaglia?
La risposta è estrapolabile da quanto è successo ieri sera a La7. Dibattito tra Ignazio Marino e Mara Garfagna: riporto a memoria.
Marino: “Uno degli elementi che distingue il Centro-sinistra dal Centro-destra riguarda i diritti civili. Noi siamo per i matrimoni gay .. etc.” La Garfagna ribatte: “Ma guarda che su quel tema le mie posizioni non sono così distanti dalle vostre.”. A questo punto Marino insorge: “E no! Tu sei di Centro-destra e devi sostenere le posizioni di Centro-destra che sono notoriamente anti-diritti civili.”. Straordinario: il fatto di aver individuato un possibile terreno di dialogo costruttivo l’ha mandato in confusione. Il tema dei diritti civili (che è molto di più dei matrimoni gay) era uno strumento di differenziazione che permetteva di caratterizzare negativamente l’avversario. Lo scoprire che l’avversario non la pensava proprio all'opposto  ma si poteva costruire una strada comune verso maggiori diritti, ha generato disorientamento. Gli si leggeva in faccia la delusione. Se l’avversario non la pensa all'opposto (un opposto stereotipato, quasi caricaturale) di come la pensava lui, come faceva a differenziarsi? Come volevasi dimostrare: i problemi sono considerati occasioni di differenziazione per competere sui voti.

venerdì 4 maggio 2012

Nuova moneta per nuovi grandi progetti

di
Francesco Zanotti


Leggo sul Sole 24 Ore di oggi una interessante sintesi delle dinamiche post crisi del 1929, a firma di Michele Tronconi.
Provo a ripeterla in modo da evidenziare il parallelo con quanto accade oggi.
La crisi aveva fatto aumentare il deficit statale. Il Governo (il Presidente Hoover) ha cercato di ridurre il deficit aumentando le tasse. Guarda caso, proprio sulla casa. Questo ha scatenato un drammatico circolo vizioso che era ovviamente prevedibilissimo. L’aumento delle tasse ha ridotto le risorse disponibili per gli acquisti, quindi i ricavi delle imprese, quindi il gettito fiscale, annullando i benefici per il deficit federale dovuto all’aumento delle tasse. Questo ha costretto il Governo ad aumentare ulteriormente le tasse … e via dicendo.
Le reazioni sono state lo sforzo di costruire il famoso New Deal. Ma il successo è stato incerto fino alla grande “occasione” di sviluppo costituita dalla guerra mondiale.

Oggi il nostro Governo sta seguendo le orme di Hoover. Dobbiamo attivare anche noi un New Deal. Ma che sia generato da una grande progetto di sviluppo del paese. Da una qualche grande avventura collettiva che svolga la stessa funzione del progetto di conquista della luna.
Il ruolo del Governo dovrebbe essere quello di stimolare la costruzione di un nuovo grande progetto di sviluppo del nostro Sistema Paese.
Ma come finanziarlo? L’unico modo è quello di convincere la BCE ad emettere nuova moneta per finanziare nuovi progetti.
In sintesi: invece di aumentare le tasse costruiamo grandi progetti e battiamo monera per finanziarli.

mercoledì 26 maggio 2010

Un commento ed una risposta


Provo a dare un mio contributo, dopo i due interventi al mio post "oltre i miti ... ed oltre Galileo". Uso un altro post, perché è un testo un po' lunghetto :-)

Inizio dal secondo, che non ha bisogno di una risposta. Solo, vorrei dichiarare il mio apprezzamento per un punto di vista a cui non avevo pensato. E provo a rilanciare… Allora una delle aree di conoscenza che non dovrebbe mancare alla nostra classe dirigente è la filosofia. Magari, così, oltre a immaginare davvero qualche soluzione alla crisi, ci risparmierebbe anche lo spettacolo meschino di mille baruffe chiozzotte televisive…

Poi, l’intervento del Sig. G.,
Poiché l’intervento contiene domande, ecco la mia risposta …

Rimane vaga ed indistinta la proposta, dice il Sig. G. ..

Be’, la proposta viene descritta in dettaglio nel libretto di circa 100 pagine che si può scaricare dal blog.

Certo, rimane una proposta particolare.
Essa non usa come chiave di lettura del reale i sistemi di interesse. Per il semplice motivo che questo modo di leggere il mondo porta solo a conflitti. Mi obietterà: ma gli interessi esistono e sono forti e ben decisi a difendersi e perpetuarsi. Ecco, innanzitutto, dico che, se così fosse davvero, l‘unica soluzione possibile è la violenza. Una violenza che deve essere rivoluzionaria. Non so se ricorda i librettini della allora sinistra extra parlamentare, negli anni ’70. Allora, il presunto sistema di interessi che governava il mondo si chiamava “governo mondiale delle multinazionali”. E quella sinistra, coerentemente, ha provato a distruggerlo facendo la rivoluzione con gli esiti che tutti conoscono.
A me la via della rivoluzione non piace e propongo di metterla in soffitto per sempre.

Ma, allora, ci teniamo gli attuali Signori degli interessi?
Certo che no! Ma per “eliminarli” propongo questa strada. Abbandoniamo la visione del mondo del “logicamente e oggettivamente” e usiamo quella suggerita dalla metafora della complessità. Essa ci propone (e ci chiede di accettare questa proposta solo se ci piace) che è il nostro sguardo che vede sistemi monolitici intelligenti, dediti a costruire la loro egemonia sociale per disporre a loro piacimento delle risorse. In realtà, esistono certamente battaglie (non strategie coordinate, ma battaglie) per accaparrarsi le risorse attuali. Ma sono battaglie sempre più sterili, condotte da persone che fanno scelte sempre meno efficaci. Per poter veramente impostare una egemonia, dovrebbero conoscere le dinamiche di sviluppo dei sistemi umani. E se ne guardano bene dal farlo. Sono sistemicamente degli sprovveduti.
Possono creare guai, ma lo possono tanto più quanto più noi, che vogliamo cambiare le cose, continuiamo a rosicarci dentro, invece di costruire un nuovo mondo. Che, al loro apparire, li vedrebbe immediatamente sparire per perdita di significato.
Immaginate Berlusconi e Bersani (o Geronzi e gli altri manager padroni attuali) che cercano disperatamente di mantenere il potere su strutture che non interessano più a nessuno, perché la vita economica, sociale, politica, istituzionale se ne è andata da un’altra parte.

Ma costruire un nuovo mondo non è facile. E, invece sì! Basta cambiare gli occhiali che indossiamo. Vedremo un nuovo mondo e cominceremo a volerlo abitare. Concretamente, sì, penso che l’Expo della conoscenza, così come è descritto sul libretto, sia la strategia politica più efficace per costruire una nuova società. E’ l’esatto opposto del combattere gli interessi esistenti.

Expo della conoscenza significa una serie di iniziative plurali e multipolari che hanno l’obiettivo di diffondere nuovi occhiali (i nuovi modelli e le nuove metafore che stanno nascendo in tutte le scienze), che vengono raccolti sotto i nomi di “complessità” e “sistemica”.

Con queste nuove metafore, è possibile cominciare a dare una risposta alle domande che sono pubblicate in un altro articolo di questo blog e che sono una prima sintesi dei problemi più rilevanti che ci affliggono (una visione più completa sta nel libretto che è possibile scaricare dal blog). Ognuna di queste domande invita ad un percorso progettuale. Che non può venire intralciato dalle strategie di difesa degli interessi esistenti, perché sono indirizzate a far nascere nuovi mondi.

Faccio un solo esempio per non dilungarmi: la crisi dei consumi è caratterizzata dal disinteresse per il tipo di prodotti attualmente costruiti e commercializzati. Innanzitutto, meno male che sta crescendo questo disinteresse perché, se stesse diminuendo, saremmo nei guai. Infatti, una ulteriore grande crescita di questa produzione industriale è incompatibile con la natura. Ed anche con le nuove aspirazioni degli uomini. Secondo: viene aperta la strada alla progettazione di un nuovo sistema di prodotti costruirti attraverso nuovi sistemi produttivi. Nessuno impedisce questa riprogettazione.

Il mio invito a tutti i lettori è quello di fare esperienza di questa proposta. Provando ad immergersi nella metafora della complessità ed usarla per rispondere alle domande che ci siamo permessi di porre.

Mi si permetta una conclusione ed una chiarificazione. Io sto avanzando la proposta di un metodo per costruire una nuova società. Non sto avanzando la proposta di una nuova società. Neanche mi candido a guidare un movimento che possa usare la mia proposta per cambiare il mondo. Non so fare nessuna di queste cose.
Accadrà qualcosa se tanta gente più concreta ed esperta di me comincerà, innanzitutto, a migliorare e precisare la mia proposta di processo. E, poi, ad usarla per attivare processi di costruzione di una nuova società.
Ovviamente, la mia proposta non è l’unica possibile. E’ quella che, dopo tanti anni di ricerca, vedo io. Spero che a tanta gente piaccia. A così tanta gente, che possa diventare veramente la strada per costruire una nuova società.
Se si percorreranno altre strade, sarà solo una ricchezza. Certamente saremo alleati solidali ed attivi.

lunedì 22 dicembre 2008

Oltre la sostenibilità

E’ passato moltissimo tempo scientifico, sociale, politico ed economico da quando Aurelio Peccei e Alexander King fondarono negli anni ’60 il Club di Roma per affrontare ed individuare percorsi di crescita consapevoli ed alternativi adeguati per l’evoluzione globale del mondo (Meadows et al., 1972; 1993).
Il loro contributo generò, tra il resto, comprensione della sostenibilità di processi. In breve, come è ormai ben noto, la sostenibilità di un processo fu individuata nel fatto di non richiedere risorse di qualsiasi natura ad una intensità superiore a quella del loro rigenerarsi. Altrimenti il conseguente esaurimento avrebbe condannato qualsiasi processo basato su di esse a spegnersi oltre ad aver causato la scomparsa di tali risorse dissennatamente consumate.
Un atteggiamento di rispetto verso la sostenibilità ha inizialmente il positivo effetto di individuarla non solo nelle risorse direttamente da consumare, ma anche nella catena delle risorse da considerare. Si trattava di accendere attenzione ecologica non come posizione culturale o ideologica, ma come atteggiamento strategico e consapevole nuovo.
Il tema era infatti stato introdotto con riferimento alle risorse naturali di qualsiasi natura ed al loro ciclo di riproduzione naturale da conoscere e rispettare. Ciò riguarda, ad esempio, le risorse alimentari, energetiche, le materie prime e le necessità ambientali richieste dai cicli stessi, ad esempio climatiche come magistralmente introdotto da Georgescu-Roegen (1971, 1976, 1977a, 1977b, 1979).
Il riferimento era a processi di crescita quantitativa.
Successivamente il termine sostenibilità fu usato in maniera estensiva per processi di qualsiasi natura e con riferimento alle risorse richieste. Ecco che si parlò di sostenibilità di stili di vita, finanziaria, di aziende ed anche, in modo traslato, non misurabile, di rapporti interpersonali richiedenti tempo e attenzione dei singoli, come nel caso delle famiglie.
In campo socio-economico il termine fu usato non solo in riferimento alla possibilità di mantenere un processo nel tempo, ma anche in relazione alla sua crescita.

Riferendoci a sistemi socio-economici la crescita può essere considerata come un processo incrementale di qualsiasi natura (ad esempio lineare, esponenziale e descritto da curve logistiche caratterizzate da crescita decrescente limitata come nel grafico indicativo in fig. 1. Ciò era tanto più importante in quanto i sistemi economici dovevano manifestare continui processi di crescita, sostenibili ovviamente. Tuttavia era evidente la contraddittorietà tra la richiesta di sostenibilità e la richiesta di crescita continua. La tecnologia fu chiamata a risolvere la contraddizione estendendo la durata delle risorse con la loro riproduzione, ad esempio alimentari, sostituendo risorse tra loro, e riducendo i consumi.
Figura 1: Un esempio di curva logistica

Il termine sostenibilità fu poi esteso a tecnologie, prodotti e costruzioni intendendoli sostenibili quando capaci di ridurre non solo il consumo di risorse, ma anche l’inquinamento. A volte il termine sostenibile è sostituito da verde per indicare il rispetto per l’ambiente (ad esempio, benzina verde e ospedali verdi). Il termine verde è diventato una parola del marketing, mentre il termine sostenibilità inflaziona articoli; dichiarazioni, pagine web e brochure aziendali; libri e tesi nelle università.
Ormai anche bombardieri che utilizzano 1) solo bombe non messe al bando dalla comunità internazionale; 2) il cui equipaggio di cielo e di terra non è stato selezionato in base a criteri di razza, sesso, religione, età e lingua; 3) utilizzante carburante a basso inquinamento; e 4) che si prefigge di non colpire obbiettivi civili, sono sostenibili o verdi!
Quando ci accorgeremo che sono bombardieri???
La sostenibilità e l’essere verde sono diventate tematiche sintattiche e non semantiche.
La semantica viene ritrovata quando si parla di sviluppo e non solo di crescita. Si realizza che la crescita non è condizione sufficiente per lo sviluppo e neppure necessaria. Un processo di sviluppo può essere rappresentato in vari modi, ad esempio considerando (Minati and Pessa, 2006):
  1. la successione nel tempo di processi di crescita relativi allo stesso singolo processo oppure a processi sostitutivi, attivati ad esempio dall’innovazione in campo economico;
  1. l’armonicità o coerenza dei processi di crescita del sistema in esame in base ad un piano, un progetto di sviluppo. L’armonicità è così intesa come un fatto interno al sistema stesso, quasi fosse un aspetto inerente alla coerenza, alla reciproca compatibilità tra i processi di crescita stessa. Concettualmente si opera con considerazioni basate sul presupposto di operare in sistemi chiusi. Ad esempio crescite disarmoniche di vari aspetti aziendali come produzione, distribuzione, aspetti finanziari e risorse umane porteranno al fallimento. Allo stesso modo quando si parla di sviluppo di un bambino si parla dell’armonicità tra crescite di diversi aspetti del suo corpo e della sua mente. Disarmonicità nella crescita di singoli aspetti fisici porteranno a irregolarità antropometriche spesso di natura patologica;
  1. il passaggio tra curve di crescita quando vi è la fine e l’inizio di nuovi processi e prodotti grazie all’innovazione ed alla tecnologia;
  1. lo sviluppo come processo di emergenza1, come stormo di processi di crescita che acquisisce sviluppo come proprietà emergente. In questo contesto è il comportamento dello stormo di crescite a rappresentare sviluppo e può basarsi su comportamenti diversi delle singole crescite, anche disarmoniche ed alcune negative (come il volo degli uccelli di uno stormo).
In base a quanto sopra discusso, la tematica della sostenibilità si trova a diventare generica ed addirittura negativa quando intesa come conservativa e cioè inducente il mantenimento di equilibri incrementali piuttosto che trasformativi permessi da innovazione e processi tecnologici.
In questo contesto si va oltre la sostenibilità. Occorre considerare processi di creazione che possono sostituirsi ai precedenti, di emergenza e innovazione. Occorre considerare la sostenibilità di processi di emergenza, della capacità cioè di far emergere, innovare, trasformare e non solo dei singoli processi
La tematica della sostenibilità è spesso usata ipocritamente, confusa con tematiche ambientali ed ecologiche, senza permettere o favorire la visione sistemica complessiva dell’uso di risorse e neppure le relazioni tra effetti prodotti da cause e effetti prodotti da soluzioni.
Gianfranco Minati

1 Si hanno processi di emergenza (in Inglese emergence e non emergency, quella dell’ambulanza!) quando sistemi di elementi in interazione tra loro acquisiscono autonomamente effetti e proprietà come il comportamento di stormi di uccelli, sciami, folla, traffico e mercati, solamente influenzabili ma non decidibili.

martedì 2 dicembre 2008

Ma quando ci sarà la ripresa? Di questa economia, mai!

Leggo sul Sole 24 Ore di oggi (2 dicembre 2008), a firma Carlo Basastin, un pregevole articolo dal titolo “La fiducia e il costo delle riforme”.
Mi ha colpito molto una affermazione, quasi una certezza, che a me sembra proprio sbagliata. E se è sbagliata rende problematiche tutte le osservazioni (non mi sembra vi siano proposte) e le esortazioni al Governo presenti nell'articolo. Come quando togliete una pietra angolare …

L’affermazione è “Anche gli scenari peggiori contano in una ripresa globale nell’arco di 6-16 mesi.”.
Be’ una prima cosa da dire è che previsioni di questo tipo lasciano perplessi. Hanno una variabilità così rilevante (16 mesi sono quasi tre volte 6 mesi) che è come se, quando andate a comprare le scarpe, dite al commesso che avete un numero tra il 32 e circa il 90. Francamente: di una previsione di questo tipo non ce ne facciamo quasi nulla.

Ma la domanda più importante è un’altra.
Si prevede, sia pure con una incertezza quasi esiziale, la ripresa dell’economia, ma: di quale economia?
Se la risposta è: di questa economia, allora è una risposta completamente errata.
La ripresa di questa economia non vi sarà. Le ragioni sono sostanzialmente due … Più tante altre …

La prima delle due è che il sistema di output (i prodotti che stanno sugli scaffali) di questa economia interessano sempre meno. Quindi dovremo attenderci un calo del Pil generato da questa economia. Non vi sarà ripresa di questi consumi.

La seconda delle due è che, anche se tutto il mondo volesse alla follia i prodotti generati dall'attuale sistema produttivo, non vi sarebbero le risorse (materie prime, energia etc.) per farli. E non vi sarebbero le risorse e l’energia per costruire il sistema di infrastrutture necessario a far viaggiare materie prime e prodotti.

E poi vi sono le altre ragioni. Citando in ordine sparso …
Le strategie di sviluppo sono sostanzialmente competitività e produttività. Ma esse portano a ridurre gli occupati nelle imprese. Si immagina, forse, che essi saranno assorbiti da altre imprese che, poi, dovranno espellerli per essere più produttive e più competitive? E se si riducono gli occupati, questi licenziati, quando diventano consumatori, dove prendono i soldi per consumare?
Forse si gioca sulla innovazione tecnologica? Ma abbiamo valutato quanta occupazione potranno generare tutte le start-up su nano e biotecnologie possiamo immaginare? E che tipo di occupazione? O pensiamo che le innovazione tecnologiche sapranno rilanciare l’interesse per i prodotti attuali, aumentandone il contenuto tecnologico?

Allora che fare se questa economia non può riprendere? Banale: progettarne un’altra all'interno di una nuova società.
Più precisamente … Non dobbiamo cercare di fare funzionare meglio le imprese esistenti. Dobbiamo progettare un nuovo sistema di imprese che costruisca un nuovo sistema di consumi. Dobbiamo progettare un nuovo sistema di servizi e di infrastrutture. Nuove istituzioni ed un nuovo modo di fare politica.

Per riuscirci? Certo non riesco a costruire una proposta complessiva, ma alcuni semplici balbettii, sì! Sarà poi la riflessione comune che trasformerà i balbettii in proposta.

Primo balbettio: dobbiamo abbandonare le parole mito. La prima è: competitività. Essa ha oramai perso il suo significato originario di “produrre maggior qualità a prezzo più basso dei concorrenti”. E’ diventata una parola-valigia che oramai sta ad indicare tutto il buono ed il bello. Tutti sono d’accordo che la competitività è un valore, ma è un valore così generico che ognuno poi propone di raggiungerla in modo diverso. Soprattutto tutti sono d’accordo sul fatto che non va bene il modo proposto dall'avversario politico o aziendale che sia.

Secondo balbettio: dobbiamo aumentare la capacità di consapevolezza e progettualità di imprese e banche.
Intendo dire che le imprese e le banche devono sapere quando i prodotti di una impresa hanno perso di senso, cosicché la competitività è strutturalmente impossibile. Ed è necessario riprogettare l’impresa, ma con una sapienza progettuale molto più intensa dell’attuale, mortificata dai confini angusti della competitività.

Terzo balbettio: dobbiamo superare le tentazione di semplificare il politico ed il sociale. Ma imparare a considerare un valore e a gestire il continuo loro (del politico e del sociale) aumento di complessità, cioè di ricchezza della società.

Quarto balbettio: ripensiamo alle previsioni. La prima cosa che dobbiamo è smetterla di prevedere. Il futuro non è costruito da qualche dio minore o maggiore. E’ frutto dei nostri comportamenti. Se viviamo una crisi che diventa sempre più grave è perché ce la siamo costruita noi e ci crogioliamo dentro. Se continuiamo ad aspettare che la crisi passi e continuiamo nei comportamenti precedenti, allora la crisi peggiorerà. Come quando ci si tira la zappa sui piedi. Per non sentire male si può solo smettere di zappettare i piedi. Se si continua, magari proponendosi di farlo competitivamente, non si può attendere che in tutti i prossimi sedici mesi ci si farà sempre male.

Balbettio finale: ma come fare a balbettare in questo modo?
Mollando la zappa. Se si tiene in mano la zappa si menano colpi … Voglio dire che oggi stiamo usando per guardare il mondo e viverci la cultura che ha fondato la società industriale: il pensiero vetero-scientifico di Galileo. Vogliamo costruire una nuova economia ed una nuova società? Dobbiamo cambiare la nostra visione del mondo di riferimento. Dobbiamo mollare la zappa.
E cosa prendiamo? Esiste una interamente nuova cassetta di strumenti (cultura, linguaggi) che viene etichettata come “complessità”. Vi sono strumenti per aumentare la consapevolezza e la progettualità di banche ed imprese. Vi sono strumenti per gestire la complessità politico sociale. Si tratta di una nuova cultura che ci spinge non a prevedere ed a costruire.

...continua

Ce ne stiamo accorgendo a colpi di crisi ricorrentesi in ogni dimensione dell'umano. E' evidente che dovunque guardiamo c'è qualcosa che, gravemente, non va: lo sviluppo economico, la povertà, il rapporto con la natura, la soddisfazione sul lavoro e le profonde esigenze di realizzare una vita degna... E allora vogliamo smetterla di denunciare il passato? Sta diventando stucchevole cercare l'ennesimo cantuccio della stanza della società industriale e scoprire ancora una volta l'accumularsi di una polvere. E' il momento di lasciar riposare per un po' la denuncia e la protesta anche perché, se siamo onesti, dobbiamo chiederci: ma noi dove eravamo in questi anni?

Vivevamo su Marte e improvvisamente siamo tornati sulla terra ed abbiamo scoperto che quegli inetti di terrestri, dopo la nostra denuncia, non aveva fatto nulla. E tocca ancora a noi risvegliare le coscienze? Certo che no! Noi abbiamo vissuto immersi in questa società. Sono anche le nostre azioni che hanno mantenuta chiusa la stanza. Lasciando accumulare e incancrenire polvere. Viene quasi da dire: l’accumularsi e l’incancrenirsi ci fa comodo perché la nostra unica competenza era il contestare. Visto che sul costruire abbiamo dato tutti pessima prova.
E non si dica che qualche potere forte, da qualche parte ha impedito che le nostre folgoranti idee liberassero la stanza dalla polvere dell’ingiustizia, del privilegio … Quelli che sembrano poteri forti lo sono solo di fronte alla nostra incapacità di costruire alternative.
Cara e vecchia società di tutti noi, dunque. Che ci ha permesso di superare secolari infelicità … Certo non tutte, certo non a tutti, certo non ugualmente, ma molto.
Cara e vecchia società dalla quale ora dobbiamo allontanarci con un pizzico di nostalgia. Portandoci dentro lo zaino che accompagna ogni viaggio tutto quello che di buono ha prodotto.
E con il passo che diventa sempre più baldanzoso a mano a mano che diventa chiaro il luogo, la nuova società verso la quale siamo diretti ..
Ma verso quale luogo vogliamo dirigerci? Quale nuova società vogliamo costruire?
Noi certo non lo sappiamo! Sappiamo solo come fare a costruirla!

Allora la nostra proposta è strana. Non abbiamo soluzioni, linee politiche, idee originali. Ma un metodo con il quale generarle.
Primo passo di questo metodo: cambiamo i linguaggi. Secondo usiamo questi nuovi linguaggi per progettare insieme .. Accidenti, mi rendo conto che mi sto avventurando in un sentiero accidentato …
Allora provo con una storiella. Pensiamo di indossare occhiali verdi e di dover dipingere una parete di un nuovo colore: il verde ci ha seccati. Ai nostri piedi abbiamo una vasta gamma di barattoli di vernice. Ma tutti i colori ci sembrano gradazioni del verde. E, così, piano piano ci sembra inutile ridipingere una stanza di un nuovo colore che potrà essere solo una gradazione di verde. Accidenti ai poteri forti che ci costringono a dipingere sempre e solo di verde …
Ma poi arriva qualcuno che ci convince che un certo barattolo contiene il rosso. Ma apparirà rosso solo quando lo stendiamo sulla parete … Così, spinti da nuova fiducia e dalla voglia di avere nuova fiducia, cominciamo a dipingere. Ma, anche dopo averlo steso sulla parete, quel colore continua ad essere l’ennesima gradazione del verde. Allora la nostra collera e massima: certo solo un grande complotto di qualche potentato molto potente ci può costringere a naufragare in un mare di verde …
Maledetti poteri forti .. .
Così attiviamo un Gruppo antiverde. Che, innanzitutto, continua ossessivamente a dimostrare che tutto è di quel verde che, oramai invece di speranza, sta a segnalare schifezza. E poi cerca di buttare via tutti i barattoli …
Cosa significa partire dai linguaggi e dal metodo per usarli?
Significa togliersi gli occhiali verdi. E riuscire così a scoprire che tutti i barattoli sono effettivamente di mille colori. Riuscendo a vedere mille colori rinasce davvero la speranza di poter dipingere diversamente la stanza. Ma non possiamo stare senza occhiali ed ogni tipo di occhiale, anche il più sofisticato, altera i colori … Anche il rosso più sfavillante sarà, poi, sempre, ideologicamente, rosso … Ed allora che fare? Impariamo a cambiare occhiali quando vogliamo vedere cose diverse. Ma, poi, come dipingiamo quella stanza? Inevitabilmente tutti insieme con occhiali diversi. Perché ognuno può portare un solo tipo di occhiali per volta. E per fare della stanza un capolavoro, sono necessari tutti i colori. Quando il dipinto a mille mani sarà finito potremmo vedere un miracolo che piacerà a tutti e che tutti potranno vederlo in modo sempre diverso. Basterà indossare gli occhiali degli altri e se ne scoprirà un bellezza diversa.
Allora il nostro programma è molto semplice. Apparirà forse banale e ininfluente: diffonderemo nuovi linguaggi ed attiveremo gruppi progettuali che li useranno per progettare i mille aspetti di una nuova società.
I linguaggi sono i modelli e le metafore che nell'ultimo secolo, provenendo sostanzialmente dalle scienze della natura, si sono aggiunti a quelli tipici della società industriale.
Il metodo con il quale li useremo sarà Sorgente Aperta …
Ma perché “balbettanti”? Perché nel progettare un nuovo mondo ci rendiamo conto che il primo esprimersi non sarà che un balbettio. E, perché “poietici”? Perché il balbettio dovrà essere fecondo. Si trasformerà certamente in storie che cominceranno ad essere vissute.
Allora anche questo manifesto è un balbettio poietico? Certamente. Speriamo di doverlo riscrivere al più presto meno balbettante e più fecondo.