Visualizzazione post con etichetta sistema economico. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta sistema economico. Mostra tutti i post

domenica 28 agosto 2016

La ricostruzione: perché i soldi non ce li mette la BCE?

di
Francesco Zanotti

Risultati immagini per BCE

La soluzione è semplicissima: la BCE stampa tutta la moneta che serve per un gigantesco piano di ristrutturazione delle aree terremotate e la fornisce come dono. Ne faremo una costellazione di borghi da suscitare meraviglia nel mondo.
Mi immagino le razioni alla mia proposta: a è una assurdità economica.
E, invece non lo è!
Non vi è nessuna legge economica che la vieti. Innanzitutto per il semplice motivo che non esistono leggi economiche in generale. In particolare, perché non esistono algoritmi in grado di dimostrare che regalando soldi per costruire un grande progetto accada qualcosa di indesiderabile. Neanche si riesce a fare una lista delle accadimenti indesiderabili che si potrebbero verificare. Mentre la lista dei benefici è lunghissima.
Il rifiuto ad, almeno, discutere la mia proposta sarebbe solo frutto di pregiudizi: di tutti quelli che cercano di immaginare una teoria economica modellata sul modello della fisica classica. Purtroppo senza esserne consapevoli. Detto tecnicamente: pensano che esista una densità di lagrangiana da integrare su tutto il sistema economico e poi usare il principio di minima azione per cercare la posizione di equilibrio complessivo (la stabilità) da perseguire. Questo fantomatico punto di equilibrio complessivo non esiste. Se esistesse non sarebbe calcolabile. E la Natura, la Storia e tutti i diseredati che in quell’equilibrio soffrono lo distruggerebbero.

Io sto facendo tutto il possibile perché la mia proposta sia almeno discussa ... datemi una mano. Che razza di pase è quello che costringe la gente a immani sofferenze solo per pregiudizi teorici?

sabato 17 gennaio 2015

Tutto a posto!

di
Francesco Zanotti


Stanno accadendo molte delle cose (alcune neanche sperate) che tutti pensano favoriscano la ripresa. Le elenco brevemente: indebolimento dell’Euro, basso prezzo del petrolio, inflazione bassa (… Ah che la si piantasse di dire che la battaglia contro l’inflazione è la mission della BCE, visti i danni fatti da Trichet), tassi bancari bassi, flessibilità nei vincoli europei, flessibilità nei rapporti di lavoro a casa nostra.
Che volete di più? Se fosse stato fatto un anno fa l’elenco delle condizioni che avrebbero favorito la ripresa queste si sarebbero citati, mai più pensando che si sarebbero potute realizzare.
Oggi ci sono tutte. Allora attendiamoci “magnifiche sorte e progressive” velocemente.
O no?
La risposta è purtroppo: no! Perché nessuna di queste cose serve a risolvere il problema di fondo: un sistema economico che sta perdendo di senso. La riprogettazione strategica delle imprese sarebbe la via da percorrere. Ma tutti cercano di fare tutto il possibile per non intraprendere questa via. Illudendosi che condizioni macroeconomiche possa supplire alla mancanza di progettualità imprenditoriale.



sabato 26 aprile 2014

Le baruffe “montecitoriotte” non costruiscono sviluppo

di
Francesco Zanotti


Impegnarsi nelle riforme è inutile, fuorviante e paradossale.
E’ inutile perché il problema di fondo sta nel fatto che le nostre imprese non producono più cassa. E non lo fanno perché gli oggetti che producono o i servizi che erogano sono sempre meno interessanti. Se cambiate il contesto in cui si produce o si eroga non risolvete in alcun modo il problema della noia dei clienti delle imprese.
E’ fuorviante perché illude: facciamo le riforme e finirà la crisi. Impedisce di vedere che è urgente riprogettare un sistema economico.
E’ paradossale perchè non si dice quali riforme siano da fare. Anzi non si è d’accordo su quali e come farle. Ed allora si rimane al genericissimo impegno che qualcosa bisogna fare nell'area delle riforme.

Pensate che grazie le baruffe “montecitoriotte” di deputati e senatori per cavilli e cavillotti torneremo a costruire uno sviluppo etico ed estetico?

lunedì 23 dicembre 2013

Proprio non riusciamo a vedere

di
Francesco Zanotti


Peter Praet (Capo Economista BCE) ha sostenuto sulla stampa di ieri che sì, abbiamo messo in ordine i conti aumentando le tasse. Avremmo dovuto farlo tagliando le spese.
Stupidaggine. Innanzitutto tagliare le spese di qualcuno significa tagliare i ricavi di qualcun altro. E lo sanno bene i nostri commercianti. Ma poi, osannare i tagli impedisce di trovare la via regia allo sviluppo (almeno nella nostra società): far in modo che le imprese guadagnino (ho usato questo termine intuitivo. Se ne volete usare uno più tecnico parlate di “cassa”) di più. Se le imprese guadagnano di più … beh è banale dirlo: aumenta il gettito fiscale senza aumentare la percentuale di guadagno che va allo Stato. E’ meglio il 30% su un miliardo di utile o il 100% su zero utile? Si possono aumentare gli stipendi, aumentano gli acquisti … Insomma: si innesca un circolo virtuoso. Supponiamo che in Italia vi siano dieci imprese che guadagnino come la Apple: avremmo risolto tutti i problemi.

Ma questa soluzione non la si vuol vedere. Credo che sia perché, per percorrerla, occorrerebbe una nuova stagione di progettualità strategica che rivoluzioni il nostro sistema economico. Ma questa progettualità ci Fa paura: e così cerchiamo disperatamente (con tasse o tagli non fa differenza) di far sopravvivere il nostro attuale sistema economico. Ovvio che non ci riusciremo.

martedì 1 ottobre 2013

L’incertezza è figlia della mancanza di Progettualità

di
Francesco Zanotti


La ignoranza sistemica … Mi sono seccato di chiamarla “non conoscenza”. Si chiama ignoranza, punto e basta. E colpevole, pure. Perché ci sono tutti gli strumenti di consultazione e di apprendimento per superarla. Non ultimo questo blog.
La nostra classe dirigente è affetta da grave ed esiziale ignoranza sistemica. Lo dimostrano molti titoli dei giornali di oggi che propongono di generare stabilità contro l’incertezza.
Dobbiamo dire chiaro e forte che non è possibile stabilizzare un sistema umano: persona, impresa, sistemico economico o sociale e politico. Sono sistemi che auto evolvono. Cercare di ingabbiare questi sistemi è una follia irresponsabile perché li fa solo esplodere.
Occorre capire questi processi di evoluzione e governarli. Governare processi di evoluzione e non di “funzionamento”.
Ma allora si vive sul filo dell’incertezza costante? No! L’incertezza è solo figlia della mancanza di visione, di coraggio, di amore.
Il mondo là fuori (a seconda del sistema che si considera il “là fuori” è diverso) non è caratterizzato da incertezze che ci colpiscono tra capo e collo improvvisamente. E’ un ribollire di potenzialità di futuro. Occorre vederle e, socialmente, costruire un Progetto (di un Paese, di una impresa e di un territorio etc.) per farle diventare realtà. Un progetto per attualizzare le potenzialità crescenti “là fuori”.

Se non si sviluppano progetti, le potenzialità fanno perdere di senso al sistema che non le vede e lo colpiscono come minacce. Le minacce come risultato della mancanza di visione, coraggio ed amore.

lunedì 9 settembre 2013

Cernobbio e il cappotto di Akákij Akakiévič

di
Francesco Zanotti



Ho letto i resoconti del Sole 24 Ore sul Worshop Ambrosetti di Villa D’este … Che dire … un ricombinare di tasselli sperando che si aggiusti un vecchio mondo … Come pretendere di aggiustare il cappotto di Akákij Akakiévič, il protagonista del “Cappotto” di  Gogol.

“Annusato il tabacco, Petrovič allargò la «vestaglia» fra le mani e la esaminò controluce e di nuovo scosse la testa. Poi la rovesciò dalla parte della fodera e di nuovo scosse la testa, di nuovo levò il coperchio con la carta incollata sopra il generale e, riempitosi il naso di tabacco, chiuse la tabacchiera, la ripose e finalmente disse: «No, non si può riparare: è in cattivo stato!»
A queste parole il cuore di Akakij Akakievič ebbe un balzo. «Come non si può, Petrovič?» disse con voce quasi supplichevole, da bambino, «è consumato soltanto sulle spalle, tu devi pur avere dei
pezzi di stoffa da metterci...»
«Certo, i pezzi si possono trovare, i pezzi si trovano,» disse Petrovič, «ma è cucirli che non si può: è roba completamente marcia, come la tocchi con l’ago, ti si disfa in mano.»
«Che si disfi pure, tu subito ci metti una pezza.» «Ma non c’è dove poggiarle le pezze, non c’è presa, è troppo logoro ormai. Non è panno questo, ma gloria: come soffia un po’ di vento vola
via.»«E tu appunto rinforzalo. Come sarebbe a dire, così, davvero, questo!...»
«No,» disse deciso Petrovič, «non si può far nulla. È una brutta faccenda. Meglio, piuttosto, appena verrà il freddo dell’inverno, che ve ne facciate delle pezze per i piedi, perché la calza non tiene abbastanza caldo. Sono stati i tedeschi a inventarla per farci più soldi (appena c’era il modo, a Petrovič piaceva tirare una frecciata contro i tedeschi), e di cappotto dovrete farvene uno nuovo.»

Il problema sta nelle risorse cognitive.

mercoledì 3 aprile 2013

Dalla 500 esistenziale alla 500 barocca


di
Francesco Zanotti


Ricordate la vecchia (la prima) 500? Non era un prodotto “utile” ad un buon prezzo: era un ologramma, una promessa di una nuova società. Acquistarla significava mettere un piede dentro questa nuova società che tutti desideravano e riuscivano a intravedere, a percepire emotivamente proprio grazie a questo tipo di prodotti. L’acquisto diventava momento di promozione esistenziale e sociale sostanziale.
Guardate alla attuale 500: un prodotto barocco. Bello esteticamente, ma racconta solo della degenerazione barocca della società che l’altra 500 aveva contribuito sostanzialmente a fare sognare e a costruire.

Il senso della crisi che stiamo vivendo è quello di un Rinascimento che è diventato barocco. “E’ del poeta il fin la meraviglia” scriveva, come tutti sanno, il Marino. La nuova 500 suscita (forse) meraviglia, ma non passione per il futuro.
Non voglio riecheggiare le critiche di Benedetto Croce al barocco. Voglio dire, sistemicamente, che l’emergere di un barocco è il segno che un Rinascimento non è riuscito a diventare altro da sé.
Oggi viviamo in una società che è stata splendida (un Rinascimento), ma che deve diventare urgentemente altro da sé. L’attuale sistema economico non è più in grado di servire la vita degli uomini e rischia di distruggere Natura ed Uomo. L’urgenza è così rilevante che non ci possiamo neppure permettere una deriva barocca della società industriale. Il cercare di farla più bella, rischia di nascondere con il belletto il suo essere diventata distruttiva.

Le imprese devono ridiventare i profeti e i costruttori di questa nuova società.
Ma non sta succedendo. Anzi ci siamo dimenticati che è successo. Il lettore provi a riflettere sulle strategie che stiamo immaginando, anche se non riusciamo a realizzare.
Vogliamo che le imprese diventino più competitive. E con questo non arriviamo neanche al barocco. Non immaginiamo neanche che le imprese attuali possano generare, se non un altro Rinascimento, almeno un barocco leccese, anche se come ho detto, non ce lo potremmo permettere.
Ci accontentiamo che funzionino meglio. Anche quando usiamo della parola “innovazione”, stiamo immaginando una innovazione che faccia aumentare le prestazioni del sistema industriale ed economico della società industriale. Come a dire: l’innovazione finalizzata alla conservazione.

Come possono le imprese diventare profeti e costruttori di una nuova società?

venerdì 23 novembre 2012

Irresponsabilità del non conoscere


di
Francesco Zanotti

Il tema è semplice: uno dei guai più rilevanti che dobbiamo affrontare è che nei dibattiti economici, sociali e politici non si tiene conto delle conoscenze esistenti. Il risultato è che si propongono analisi superficiali e soluzioni che sono peggiori dei mali.
Solo qualche piccolo esempio.
Nel dibattito su come rilanciare il nostro sistema economico non si tengono conto delle conoscenze e delle metodologie di strategia d’impresa. Altrimenti non si parlerebbe di competitività (o, peggio, di produttività), ma si parlerebbe di progettualità imprenditoriale. Altrimenti il problema del rapporto banca-impresa sarebbe impostato sulla stessa progettualità imprenditoriale e non sfocerebbe in problematiche e  continue ristrutturazioni del debito.
Nel dibattito su come ristrutturare le imprese non si userebbe una teoria della comunicazione (quella di Shannon) che va bene per i segnali elettrici, ma non per la comunicazione umana.
Nel dibattito politico si userebbero i concetti di chiusura autoreferenziale e di accoppiamento strutturale per capire le dinamiche politiche odierne e la si pianterebbe con la fatica inutile, dispendiosa e conflittuale di proporre “razionalmente”, invece di fare emergere socialmente, nuove istituzioni.
Non solo non si usano mille conoscenze che sarebbero decisive, ma non si accettano neanche suggerimenti ad utilizzarle …
Immaginate cosa succederebbe se, ad esempio, i medici rifiutassero la conoscenza medica esistente …
Conclusione? Una banale: l’ignoranza (“tecnica”. Cioè il non sapere) ci sta creando guai. Sarebbe bene eliminarla …

venerdì 14 settembre 2012

Soldi, ma, soprattutto, nuovi schemi cognitivi

di
Francesco Zanotti


BCE e FED renderanno disponibili (ma a chi? Alla finanza o all’economia?) ingente liquidità. Certo è una condizione necessaria. Ma non basta: ne serve un’altra. Servono nuove risorse cognitive: quelle che usiamo attualmente hanno generato la crisi.
Due esempi. Il primo è lo schema cognitivo della competizione. Come forse tutti sanno, la nostra progettualità e le nostre scelte dipendono dagli schemi cognitivi che possediamo.
Se usiamo lo schema della competizione creeremo competizione e non riusciremo a vedere quali immense opportunità di sviluppo stanno nascendo nelle società. Continueremo a cercare di difendere un sistema economico che perde di senso. Occorre, invece di usare lo schema della competizione, usare quello della progettualità strategica.
Il secondo. Se usiamo il concetto di lavoratore come esecutore, creeremo i conflitti sociali che stiamo sperimentando. Se accettassimo lo schema cognitivo del lavoratore progettuale riusciremo non solo ad evitare i conflitti, ma anche a superare lo schema della competizione.
Il caso FIAT. Cosa ci sta alla base della crisi dell’auto in Europa e alla rinuncia del Progetto Italia? Proprio l’utilizzo degli schemi cognitivi della competizione e del lavoratore progettuale.
Ma che sono questi “nuovi” schemi concettuali? Ne abbiamo parlato a lungo sui nostri blog. Ma già il loro nome dovrebbe far capire agli esperti di cosa si tratta …
Il problema è che proprio gli esperti non riescono a staccarsi dagli schemi della competizione e del lavoratore esecutivo …

domenica 29 aprile 2012

I tecnici hanno senso solo se … Ovvero: stiamo morendo di “leggi” inventate a vanvera.

di
Francesco Zanotti


I tecnici hanno senso solo in quei pezzi di mondo (sistemi) per i quali esistono leggi naturali di tipo classico.
Ha senso che esista un ingegnere strutturale perché egli si muove in un pezzo di mondo nel quale vale (con un elevato livello di precisione) la meccanica classica. Il tecnico conosce le “leggi” della meccanica classica e le sa applicare progettando strutture che “stanno in piedi”. E’ anche possibile valutare quale tra le strutture che stanno in piedi sia la migliore. Chi non conosce la meccanica classica non sa applicare le leggi e, quindi, non riesce a progettare strutture che stiano in piedi.

Non ha senso, però, che si cerchi un “tecnico” economico o sociale. Per la semplice ragione che nei sistemi economici e sociali non esistono “leggi classiche”. Se non esistono leggi, non esiste un tecnico che sia capace di progettare sistemi economici e sociali che stanno in piedi, che sono meglio di altri.

martedì 10 aprile 2012

Per “crescere” occorre un intenso sforzo progettuale …


di
Francesco Zanotti


“La priorità assoluta”, è il titolo di un articolo di Guido Gentili sul Sole 24 Ore di oggi.
Ma se leggete l’articolo trovare una descrizione del perché la crescita è indispensabile, ma poi trovate le solite proposte: tagliare, investire in ricerca e infrastrutture. E l’articolo si conclude con un po’ polemico “Quando si comincia?”.
Dott. Gentili, non si può cominciare perché non si sa dove andare. Le sue tre “direzioni” sono del tutto generiche. Forse anche sbagliate. Tagliare non è mai servito a niente. Occorre guadagnare di più. Certo, allora, la ricerca, ma occorre dire quale ricerca. E, prima, specificare quale scienza deve ispirare questa ricerca. Oggi la scienza, soprattutto le scienze fondamentali (fisica e matematica) vivono una crisi di sviluppo alla quale occorre dare risposte nuove.
Le infrastrutture, certo. Ma ancora una volta: quali? Per decidere quali infrastrutture occorre decidere quale tipo di società e di sviluppo economico.
Allora, invece di appellarsi a ricette generiche ed accusare (poi non si sa chi) di non applicarle occorre avviare uno sforzo progettuale.
A livello complessivo per progettare un nuovo sistema economico ed una nuova società. Noi abbiamo fondato una Associazione che ha elaborato non una proposta di contenuto, ma di processo: come avviare e gestire questo sforzo progettuale. Se vuole ascoltare questa proposta venga a Roma, alla Camera dei Deputati, il 18 maggio dove presenteremo il progetto per l’Expo della Conoscenza. Troverà le indicazioni in questo blog.
Occorre, poi, uno sforzo progettuale a livello di impresa.
Se vuole, convincersene, Dott. Gentili, dia una occhiata alle vision ed alle mission delle società del FTSE della Borsa Italiana e lo confronti con il Funding Prospectus della Sony: http://www.sony.net/SonyInfo/CorporateInfo/History/prospectus.html.
Un caro saluto a lei nella speranza che ci aiuti a convincere tutti che non è momento della denuncia, neanche quello della proposta, ma quello della fatica progettuale collettiva. Perché nessuno da solo è in grado di costruire proposte per una nuova società e per nuove imprese.

lunedì 13 febbraio 2012

Grecia e sviluppo … snobbato

di
Francesco Zanotti

Credo sia banale dirlo. La Grecia ha bisogno di un Progetto di Sviluppo. Il tagliare non costruisce sviluppo. Lo stesso vale per l’Italia.
Invece di sviluppo, però, si parla di crescita e la si cerca di raggiungere attraverso produttività e competitività.
Ma questi sono obiettivi dannosi che distolgono dallo sviluppo. Non si può diventare competitivi una volta per tutte, ma ci si incammina verso un strada che, all’inizio sembra nutrita di innovazione tecnologica e qualità, ma poi porta ad una esacerbata competizione di prezzo che non ammette alcun vincitore. Si è costretti a rincorrere l’ideale di una fabbrica a produttività infinita, a costi zero e senza persone. Ancora: se si cerca di diventare più competitivi si ha in mente di migliorare il sistema economico attuale e si leggono anche i progressi della scienza in quest’ottica. Infatti, si parla solo di tecnologia e non di scienza. E’ necessario, invece, parlare di progettualità strategica perché il sistema economico attuale non sta più in piedi: è entrato in conflitto con gli uomini e con la Natura.
In qualche modo la si sottintende parlando di sviluppo sostenibile, ma anche questo obiettivo non basta. Innanzitutto rischia di essere proposto come modo per combattere il capitalismo. Ma soprattutto è necessario immaginare uno sviluppo entusiasmante di tuti gli uomini e della Natura insieme.

giovedì 2 febbraio 2012

Quelli che …


di
Francesco Zanotti

Leggo sul Sole 24 Ore di oggi un fondo del Direttore sul quale sono in profondo disaccordo.

Il Dott. Napoletano sostiene, in sintesi, che sono chiare le cose da fare. In Italia: mercato del lavoro (ma non specifica cosa occorre fare), riqualificazione della spesa pubblica e taglio delle spese, lotta all’evasione fiscale. Questo porterà a una riduzione dei carichi fiscali a carico delle famiglie e delle imprese. All’estero, cito testualmente "... ma soprattutto ad aiutare l’Europa a riconoscersi in un quadro di verità troppo spesso sottaciute”. E quali sono? Sono che non è vero che sono i tedeschi a prestare al resto del mondo, ma è il resto del mondo a sussidiare i tedeschi.

Non voglio discutere che queste cose siano utili. Ma sono insufficienti, forse anche fuorvianti. Mi spiego.

Innanzitutto, credo che non funzioni la “ideologia” di fondo del dott. Napoletano. L’ideologia purtroppo diffusa che considera evidenti le cose da fare e porta a pensare che non le si fa perché qualche cattivo, ignorante o farabutto ci si mette di traverso. E’ un atteggiamento, sia scientificamente che socialmente, inaccettabile.

Poi mi sembra che le misure proposte non affrontino il problema di fondo.

lunedì 24 ottobre 2011

Giavazzi, Alesina e il solito piccolo imprenditore

di
Francesco Zanotti


Credo che non ci sia punto di vista più sbagliato di quello presentato oggi sul Corriere della Sera di oggi lunedì 24 ottobre 2011 da Alesina e Giavazzi.
Sbagliato per due ragioni.
La prima è che si insiste su misure macro che non hanno alcun impatto sulla capacità di produrre cassa delle imprese. Oggi è solo l’aumento della capacità di produrre cassa delle imprese che può farci uscire dalla crisi. L’alternativa è che le imprese siano difese e mantenute dallo Stato, ma questo non sembra essere la soluzione più adatta ad una democrazia liberale. Per fare aumentare la capacità di produrre cassa delle imprese occorre fornire nuova conoscenza alle imprese stesse perché sappiano riprogettare la loro identità strategica. Chi abbia voglia di approfondire questa tesi, può leggersi il post di questo blog dal titolo: “Io piccolo imprenditore normale”.

La seconda ragione è ancora più grave: si chiede di eliminare la concertazione. In nome di una presuntuosa e presunta capacità di organi di Governo centralizzati (sia a livello di impresa, che di governo politico). In nome di una presunta efficacia ed efficienza decisionale.

Io credo … no! Non sono io che credo: sono tutte le più attuali conoscenze scientifiche (dalla matematica, alla meccanica quantistica, alle teorie dell’evoluzione, fino alle scienze sociali ed alla filosofia e, per finire e sintetizzare, alla “sistemica quantistica”) che affermano che un sistema complesso(come lo è una impresa o il sistema economico nel suo complesso) non sopporta alcun dirigismo.
Anzi, tutte queste conoscenze reclamano una forma di governo (ancora una volta: a tutti i livelli sistemici) che vada molto al di là della concertazione, ma sia una vera e propria guida ai processi di progettazione sociale. Mi fermo un attimo a livello di impresa e, siccome ho a che fare con accademici, vado con le citazioni. Tutti gli studi più attuali di strategia d’impresa (il libro di Steve Cummings “Images” ne è un’ottima sintesi) rivelano che i processi di sviluppo strategico non avvengono mai a seguito di una progettazione dall’atto, ma sono processi emergenti. Essi vanno guidati con una partecipazione progettuale intensa e diffusa che, anche grazie alle tecnologie attuali, non solo è possibile, ma è anche già praticata.

Io pubblicherò in uno dei primi numeri dell’anno prossimo su di una rivista internazionale di management un caso italiano di progettazione sociale del cambiamento strategico in una “impresa” di circa 10.000 addetti.

Caso mai, il problema è convincere il sindacato a lasciare posizioni conflittuali per partecipare non ad una cogestione (non si costruisce sviluppo partecipando alla gestione perché non c’è niente da gestire, ma tutto da rivoluzionare), ma da una vera e proprio progettazione sociale.

...continua

Ce ne stiamo accorgendo a colpi di crisi ricorrentesi in ogni dimensione dell'umano. E' evidente che dovunque guardiamo c'è qualcosa che, gravemente, non va: lo sviluppo economico, la povertà, il rapporto con la natura, la soddisfazione sul lavoro e le profonde esigenze di realizzare una vita degna... E allora vogliamo smetterla di denunciare il passato? Sta diventando stucchevole cercare l'ennesimo cantuccio della stanza della società industriale e scoprire ancora una volta l'accumularsi di una polvere. E' il momento di lasciar riposare per un po' la denuncia e la protesta anche perché, se siamo onesti, dobbiamo chiederci: ma noi dove eravamo in questi anni?

Vivevamo su Marte e improvvisamente siamo tornati sulla terra ed abbiamo scoperto che quegli inetti di terrestri, dopo la nostra denuncia, non aveva fatto nulla. E tocca ancora a noi risvegliare le coscienze? Certo che no! Noi abbiamo vissuto immersi in questa società. Sono anche le nostre azioni che hanno mantenuta chiusa la stanza. Lasciando accumulare e incancrenire polvere. Viene quasi da dire: l’accumularsi e l’incancrenirsi ci fa comodo perché la nostra unica competenza era il contestare. Visto che sul costruire abbiamo dato tutti pessima prova.
E non si dica che qualche potere forte, da qualche parte ha impedito che le nostre folgoranti idee liberassero la stanza dalla polvere dell’ingiustizia, del privilegio … Quelli che sembrano poteri forti lo sono solo di fronte alla nostra incapacità di costruire alternative.
Cara e vecchia società di tutti noi, dunque. Che ci ha permesso di superare secolari infelicità … Certo non tutte, certo non a tutti, certo non ugualmente, ma molto.
Cara e vecchia società dalla quale ora dobbiamo allontanarci con un pizzico di nostalgia. Portandoci dentro lo zaino che accompagna ogni viaggio tutto quello che di buono ha prodotto.
E con il passo che diventa sempre più baldanzoso a mano a mano che diventa chiaro il luogo, la nuova società verso la quale siamo diretti ..
Ma verso quale luogo vogliamo dirigerci? Quale nuova società vogliamo costruire?
Noi certo non lo sappiamo! Sappiamo solo come fare a costruirla!

Allora la nostra proposta è strana. Non abbiamo soluzioni, linee politiche, idee originali. Ma un metodo con il quale generarle.
Primo passo di questo metodo: cambiamo i linguaggi. Secondo usiamo questi nuovi linguaggi per progettare insieme .. Accidenti, mi rendo conto che mi sto avventurando in un sentiero accidentato …
Allora provo con una storiella. Pensiamo di indossare occhiali verdi e di dover dipingere una parete di un nuovo colore: il verde ci ha seccati. Ai nostri piedi abbiamo una vasta gamma di barattoli di vernice. Ma tutti i colori ci sembrano gradazioni del verde. E, così, piano piano ci sembra inutile ridipingere una stanza di un nuovo colore che potrà essere solo una gradazione di verde. Accidenti ai poteri forti che ci costringono a dipingere sempre e solo di verde …
Ma poi arriva qualcuno che ci convince che un certo barattolo contiene il rosso. Ma apparirà rosso solo quando lo stendiamo sulla parete … Così, spinti da nuova fiducia e dalla voglia di avere nuova fiducia, cominciamo a dipingere. Ma, anche dopo averlo steso sulla parete, quel colore continua ad essere l’ennesima gradazione del verde. Allora la nostra collera e massima: certo solo un grande complotto di qualche potentato molto potente ci può costringere a naufragare in un mare di verde …
Maledetti poteri forti .. .
Così attiviamo un Gruppo antiverde. Che, innanzitutto, continua ossessivamente a dimostrare che tutto è di quel verde che, oramai invece di speranza, sta a segnalare schifezza. E poi cerca di buttare via tutti i barattoli …
Cosa significa partire dai linguaggi e dal metodo per usarli?
Significa togliersi gli occhiali verdi. E riuscire così a scoprire che tutti i barattoli sono effettivamente di mille colori. Riuscendo a vedere mille colori rinasce davvero la speranza di poter dipingere diversamente la stanza. Ma non possiamo stare senza occhiali ed ogni tipo di occhiale, anche il più sofisticato, altera i colori … Anche il rosso più sfavillante sarà, poi, sempre, ideologicamente, rosso … Ed allora che fare? Impariamo a cambiare occhiali quando vogliamo vedere cose diverse. Ma, poi, come dipingiamo quella stanza? Inevitabilmente tutti insieme con occhiali diversi. Perché ognuno può portare un solo tipo di occhiali per volta. E per fare della stanza un capolavoro, sono necessari tutti i colori. Quando il dipinto a mille mani sarà finito potremmo vedere un miracolo che piacerà a tutti e che tutti potranno vederlo in modo sempre diverso. Basterà indossare gli occhiali degli altri e se ne scoprirà un bellezza diversa.
Allora il nostro programma è molto semplice. Apparirà forse banale e ininfluente: diffonderemo nuovi linguaggi ed attiveremo gruppi progettuali che li useranno per progettare i mille aspetti di una nuova società.
I linguaggi sono i modelli e le metafore che nell'ultimo secolo, provenendo sostanzialmente dalle scienze della natura, si sono aggiunti a quelli tipici della società industriale.
Il metodo con il quale li useremo sarà Sorgente Aperta …
Ma perché “balbettanti”? Perché nel progettare un nuovo mondo ci rendiamo conto che il primo esprimersi non sarà che un balbettio. E, perché “poietici”? Perché il balbettio dovrà essere fecondo. Si trasformerà certamente in storie che cominceranno ad essere vissute.
Allora anche questo manifesto è un balbettio poietico? Certamente. Speriamo di doverlo riscrivere al più presto meno balbettante e più fecondo.