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martedì 6 maggio 2014

Preparando il 28 Maggio: l'errato "presupposto" dello sviluppo

di
Luciano Martinoli


Da più parti si invocano le riforme strutturali per far ripartire lo sviluppo tanto agognato. Condizione necessaria (forse?), ma siamo sicuri che sarà anche sufficiente? A sentire le dichiarazioni pubbliche, ultima in ordine di tempo quelle del Dott. Vegas, Presidente di Consob, riportate da ilSole24ore non vi sono dubbi. Rimossi "...gli ostacoli e disincentivi che creano un freno agli investimenti: dal mercato del lavoro, alla possibilità di ottenere una rapida soluzione delle controversie civili e commerciali, ai vincoli amministrativi e burocratici." gli investitori accorreranno a frotte. Inoltre "è necessario promuovere lo sviluppo di canali di intermediazione finanziaria alternativi a quello bancario" afferma ancora il Presidente di Consob. Tutto ciò fa immaginare una pletora di grandi e piccole aziende ferme sulla pista, ma pronte a decollare, una volta che siano risolti questi "problemi". 
Temiamo che non sia proprio così.

sabato 13 ottobre 2012

Reprint 7 giugno 2007. Apprendisti stregoni alla BCE

di
Francesco Zanotti

Voglio provare ad inaugurare una nuova rubrica: pubblicare post passati che giudico particolarmente significativi.
Il primo è stato pubblicato il 7 giugno 2007, poco prima che scoppiasse ufficialmente la grande crisi. Il capo della BCE era Jean Claude Trichet. Allora, proprio prima del grande tonfo, si pensava che il problema da tenere sotto controllo era l’inflazione … Viva la capacità profetica … Ecco il testo …

Che bello: hanno aumentato il costo del denaro e il Presidente della BCE annuncia categorico che non è finita. Lo si vede nella foto del Sole 24 Ore (pag 4 di oggi 7 giugno 2007) con il dito teso quasi a minacciare: “Che non si faccia illusioni perché tra non molto aumenteranno ancora ed allora vedrete come riusciremo a calmare i suoi bollenti spiriti!” Accidenti, diranno tutti coloro che pagheranno questo aumento: “Sono sempre più nei guai, ma che uomo di polso, che audacia contro un nemico così potente! Meno male che c’è Lui! Ci voleva proprio un nuovo uomo della provvidenza”. Sì con la lettera minuscola. Dai almeno non fatemi mettere la lettera maiuscola e lasciamo in pace la Provvidenza con la “P” maiuscola, quella  Renzo Tramaglino diceva “la c’è!”.
Ma chi è questo nemico contro il quale ci protegge un ben pagato e senza problema di mutui o di fidi GBC (Grande Banchiere Centrale, visto che il Grande Fratello è scaduto a protagonista dei “reality”)? Be’, ma è l’inflazione! Eh sì, aumentando il costo del denaro si mette freno all’inflazione …
Ecco io ho cercato di scrivere scherzosamente, perchè questa affermazione mi sembra uno scherzo! Ma è di pessimo gusto!

martedì 31 luglio 2012

Segno di novità … ma piccolo piccolo …

di
Francesco Zanotti

Leggo in un articolo di Luigi Zingales che il Sole 24 Ore pubblica oggi sia in inglese che in italiano, una tesi per molti versi straordinaria: Zingales propone di introdurre nell’analisi antitrust anche il peso politico che una nuova aggregazione di imprese può generare. E cita il caso delle banche.
Certo è una tesi nuova, positiva, ma mi si lasci dire che è … da completare? E, poi, mi si lascia aggiungere un’altra cosa?
Tesi nuova, ma “da completare” ...

lunedì 14 maggio 2012

Finanza: crisi continua …

di
Francesco Zanotti

Spero di sbagliarmi. Ma credo proprio che la crisi finanziaria attuale non finirà.
Il nuovo focolaio di crisi costituito da JP Morgan non sorprende. E tutti si attendono che il buco sia più grande di quello denunciato. Quando qualcuno vuol verificare il vero valore di un “sistema di titoli” (dai tulipani in avanti) scopre che il suo valore nominale è assolutamente superiore a quello sostanziale. Questo accade a causa dell’autoreferenzialità dei mercati finanziari. Quando si comincia a commerciare titoli giocando sul loro aumento di valore, si crea un sistema autoreferenziale che non può che generare una bolla.
Un nuovo focolaio di crisi sarà quello dei titoli di credito delle banche verso le imprese e delle imprese verso altre imprese. Quando si proverà a valutare il loro valore effettivo (attraverso la verifica della capacità delle imprese di rimborsarli, ad esempio) si scoprirà, anche in questo caso, che è molto inferiore al valore nominale. Oggi si sta cercano di nascondere questa cenere (perdita di valore di titoli di credito verso le imprese) sotto il tappeto, ma è un gioco sciocco e pericoloso.
Come uscirne? Un primo passo è quello di creare nuova moneta per ricapitalizzare le banche perché possano finanziare (con denaro davvero fresco) la nascita di nuove imprese, la trasformazione radicale di quelle esistenti, la ricerca scientifica fondamentale, una nuova ondata di produzione artistica, nuove infrastrutture che raccolgano il consenso sociale, un nuovo sistema di welfare. Lasciando il mercato attuale dei titoli a spegnersi piano piano per disinteresse.

venerdì 20 aprile 2012

Zavorra burocratica o “cognitiva”?

di
Francesco Zanotti

Lo slogan del nuovo presidente di Confindustria: “Lotta alla burocrazia per tornare a crescere”.
Certo se ci fosse meno burocrazia fosse sarebbe meglio … Ma …
Perché ci metto tanti puntini? Perché mi sembra doveroso dire una cosa dolorosa. E, quindi. … sono titubante. Non voglio che venga scambiata per la solita sparata isterica.
Comincio, allora, dall’inizio, lentamente …

Per uscire dalla crisi attuale dobbiamo riprogettare una intera società: dall’economia, alla finanza ed alla politica. E, fino a qui, credo sia difficile non essere d’accordo.
Ma quando proviamo a progettare il futuro, cosa usiamo? Oggi usiamo gli stessi modelli di lettura della realtà, linguaggi di descrizione del futuro che usavamo prima. Questi ci permettono di capire cosa non funziona, ci arrabbiamo, ci indigniamo anche, ma poi, quando proviamo a trovare “soluzioni” siamo capaci solo di cercare di aggiustare la società attuale, ma non di costruirne un’altra. Crescono insomma la rabbia e la frustrazione. E si alimentano a vicenda.
E si finisce per trovare soluzioni, anche diversissime di conservazione attraverso il conflitto.
Si finisce per delegare al “buono di turno” perché sistemi le cose: il governo dei tecnici che combatte tutti con sacrifici crescenti e destinati a crescere. Oppure per attendere l’intervento del papà: “Ora tocca all’Europa” titolava stamattina Repubblica, riportando il pensiero del Presidente della Repubblica. Uan Europa che deve generare stabilità. Oppure si scatena la caccia alle streghe: il complotto pluto-masso-giudaico di Mussolini, il governo delle multinazionali delle brigate rosse. E le invettive dei tanti e tristi Savonarola dei nostri giorni.
Nel caso delle imprese: la lotta (sempre e solo parole di conflitto) alla burocrazia.

Invece … Se provate ad aprire il sito di Repubblica trovate (una sottile ironia non voluta) una pubblicità quasi (ironicamente appunto) profetica: di occhiali.

Per costruire una nuova società e nuove imprese servono nuovi “occhiali” cognitivi e nuovi linguaggi espressivi.
In concreto, faccio un esempio solo
Al Governo servirebbero nuovi occhiali economici e sociali. Cioè: l’utilizzo di conoscenze economiche e sociali più avanzate. Se prendete il dibattito sull’articolo 18, vedrete che esso è gestito da un Governo che non ha la più pallida idea delle dinamiche di evoluzione e di relazione degli attori sociali. Ma è guidato da una filosofia vetero-riduzionista. Al Governo servirebbe un modello descrittivo complessivo della società che non ha. Voglio dire che se si vuole guidare il progettare una nuova società, non si può non sapere da cosa sono composte e come si evolvono le società. Al Governo servirebbero metodologie di progettualità sociale per aiutarci, tutti noi, a sviluppare il disegno di una nuova società, invece di bastonarci con la mistica dei sacrifici.

In sintesi, certo miglioriamo la macchina dello Stato, ma, soprattutto, liberiamoci dai vecchi occhiali e da vecchi linguaggi poveri. Ed usiamo nuovi linguaggi e linguaggi più ricchi.

lunedì 16 gennaio 2012

L’insensatezza epistemologica del Rating (sul passato)



di
Francesco Zanotti

Può sembrare strano, ma per capire l’insensatezza dei rating attuali bastano due banali considerazioni epistemologiche. Detto diversamente: è una profonda ignoranza epistemologica che sta creando i guai che stiamo subendo …
Vediamo nei dettagli …
A cosa serve il rating di un debito sovrano (o di una impresa: non cambia nulla)? Serve a prevedere se il soggetto che si indebita riuscirà ad onorare i suoi debiti ad una scadenza futura. Si tratta, insomma, di una previsione sul futuro.
Bene, per fare una previsione sul futuro, occorre disporre di una teoria che leghi alcune variabili che descrivono il presente alla capacità futura di onorare il debito. Esiste tale teoria? Ovviamente no! Ed allora di cosa stiamo parlando?
Che diavolo di “algoritmo” si usa per dichiarare che l’Italia ha la sua capacità di restituire il debito? Si usa sapienza ed esperienza? Ovviamente no, perché sono numerosi e clamorosi i fallimenti delle capacità previsionali delle agenzie di rating! Ma anche se si riuscisse davvero ad usare sapienza ed esperienza, scopriremmo che neanche quelle funzionano in ambienti a veloce e rilevante cambiamento.
Ripeto: ed allora?
Allora occorre cambiare paradigma. Per valutare la capacità di restituzione di un debitore è necessario dare un’occhiata al suo Progetto di Sviluppo. Al progetto di Sviluppo di un Sistema Paese, al progetto di Sviluppo di una banca, di una impresa. E’ necessario un Rating sulla qualità dei progetti di futuro.
Noi stiamo sviluppando un sistema di valutazione dei business plan (che sono quelli che dovrebbero contenere i progetti di futuro delle imprese. I Sistemi Paese si sentono esentati dal presentare progetti di futuro). Lo stiamo applicando alle banche che stanno chiedendo aumenti di capitale, che emettono prestiti obbligazionari. Il risultato è deludente. O, forse, drammatico. Dopo i primi sondaggi informali la risposta è: ma il business plan pubblico viene redatto pro forma. E’ un documento dovuto che nessuno legge mai. E questa risposta è più che deludente: è drammatica.

lunedì 9 gennaio 2012

Ripartiamo da noi





di
Francesco Zanotti




Il Governo ce la sta mettendo tutta, ma è ovvio che non basta la buona volontà. Ma loro hanno anche la conoscenza, dopo tutto sono tecnici ...
Ecco, è proprio questo che non è vero! Meglio: hanno una conoscenza che andava bene il secolo scorso, ma non in questo. Tre soli esempi.

venerdì 2 dicembre 2011

Cosa necessiterebbe … Ovvero: due proposte inascoltabili

di
Francesco Zanotti

Sì, secondo me non è necessario fare nessuna delle cose di cui si sta discutendo in questi giorni per uscire dalla crisi. E' che, probabilmente, non si faranno o scateneranno fortissime opposizioni sociali.

Ovviamente questa mia proposta non potrà essere ascoltata oggi, ma solo quando la situazione di crisi sarà arrivata ad essere così grave che qualcuno inizierà a chiedersi se non sia necessario provare a cambiare il paradigma col quale si guarda al mondo e si progettano soluzioni per le cose che non vanno.

Non potrà essere ascoltata, ma io la devo fare lo stesso. Quando verrà il tempo in cui potrà essere ascoltata sarà bell’e pronta. E magari riuscirà a fare arrivare prima il momento in cui verrà presa inconsiderazione.

Cosa ritengo importante fare?
Una cosa tattica e una cosa strategica.

La prima, quella tattica, è decidere una politica mondiale della moneta. Tutti hanno visto che l’unica arma che ha funzionato in questi giorni è stato l’intervento coordinato delle banche centrali. Solo un piccolo intervento coordinato, mica una politica mondiale della moneta, ma ha funzionato. Poteva essere fatto molto prima, ma meglio tardi che mai. Ha funzionato un piccolo coordinamento, Immaginate una politica mondiale. Forse, questa non potrà essere fatta nel breve, ma un coordinamento tra le politiche monetarie dei maggiori blocchi economici, sì. Quello possiamo continuarlo e rafforzarlo.

La seconda cosa (questa strategica) è quella di rimettere in moto i processi che danno senso alla moneta: i processi di produzione di valore di individui e imprese. Rimettere in moto i meccanismi che hanno generato i Miracoli Economici ed i Rinascimenti. Per fare questo non servono politiche di incentivi, serve buttare nella società una diversa visione del mondo, rispetto a quella che ha generato la società industriale. Oggi questa nuova visione del mondo esiste sparsa e dimenticata. Occorre raccoglierla e coordinarla. Ecco la nostra proposta dell’Expo della Conoscenza. Il solo buttare nella società questa visione del mondo rilancerà quella nuova e più intensa imprenditorialità (una imprenditorialità aumentata, diciamo noi) economica, sociale, politica ed istituzionale che, sola potrà produrre un rilevante nuovo valore che potrà dare senso all’emissione di nuova moneta.

martedì 8 novembre 2011

Esame di coscienza o produzione di valore. Lettera aperta al Direttore del Sole 24 Ore

Egregio Direttore,

ho letto stamattina (8 novembre 2011) il suo richiamo sul giornale che dirige ad un esame di coscienza collettivo della classe politica e il suo invito ad un Governo fatto di persone che “aiutino il mondo a percepirci come seri e credibili ed abbiano alle loro spalle il sostegno determinato, magari a termine, della politica italiana”.

Apprezzo, ma mi sembra … poco.

Le propongo una strada più … ecco … precisa. Purtroppo, credo, inaudita ed inascoltabile dalla attuale classe politica e mediatica. Dobbiamo ancora fare qualche altro passo nella giungla della crisi per accettare di cambiare i nostri schemi di riferimento, le nostre conoscenze.

Anche se inaudita ed inascoltabile, questa strada gliela propongo lo stesso. Mi permetto di pubblicare questa lettera aperta sul nostro blog e di mandarla a qualche opinion leader per avviare un dibattito nuovo nei contenuti e nelle speranze .

Credo che l’ “urgenza più urgente” sia quello di riavviare il meccanismo di produzione di valore del nostro sistema industriale ed economico. E’ ovvio che se ci si riuscisse il problema della disoccupazione, della stabilità delle banche e delle risorse per costruire infrastrutture, per migliorare il sistema formativo del welfare sarebbe risolto. Si avvierebbe anche un processo di riduzione del debito pubblico. Mi lasci usare un paradosso (che poi voglio trasformare in speranza, indicando come fare a realizzarlo): se in Italia ci fossero 50 Apple, con la capacità di produrre valore della Apple, la pianteremmo di tirare una coperta sempre troppo corta.

Come fare a riavviare il meccanismo di produzione di valore?

Cambiando il rapporto banca-impresa. Mi spiego. Perché il nostro sistema industriale ed economico aumenti la sua capacità di produrre valore è necessario che le imprese riprogettino profondamente le loro identità. Non basta l’innovazione tecnologica. Anzi il continuo ed insistito richiamo alla innovazione tecnologica rischia di essere un alibi per tutti. Anche per gli imprenditori che possono dire: ma se lo Stato non ci dà le risorse …


La riprogettazione delle imprese non deve essere fatta con l’obiettivo della competitività. Ma con l’obiettivo di uscire dal pantano della competizione. Con l’obiettivo di costruire originalità ed unicità. Una strategia “imprenditoriale”, capace di creare nuovi mercati. Come ha fatto Steve Jobs, appunto. O per rimanere a casa nostra, come ha fatto la FIAT con la prima 500.

Come fare perché le imprese riescano compiere questa rivoluzione imprenditoriale? Occorre fornire loro conoscenze. In particolare le conoscenze e le metodologie di strategia d’impresa per valutare quanto sono invischiate nel pantano della competizione e per progettare la via per uscirne.
Chi può fornire alle imprese queste conoscenze e metodologie? Io credo non possano che farlo le banche perché ne hanno un diretto interesse. La prossima grande crisi sarà generata dall’attuale trend di perdita della capacità di produrre valore delle imprese. Se non si avvia un trend di riprogettazione profonda l’attuale trend non si ferma, ma peggiora. E le banche si troveranno a non riuscire ad affrontare tutte le sofferenze che si genereranno. E, quindi, diverranno un altro assorbitore di risorse che, a quel punto, non si sa chi potrebbe produrre.

Ovviamente le banche si dovranno dotare di queste conoscenze e metodologie perché attualmente non ne dispongono. Anzi, dovrebbero avviare un grande progetto di ricerca per migliorare le conoscenze e le metodologie di strategia d’impresa.

La proposta che ho avanzato è solo un ologramma di una proposta più generale che riguarda la conoscenza. I lettori del nostro blog la conoscono: si tratta dell’Expo della conoscenza.

Le propongo una sintesi “estrema” di questa proposta più generale e le mando, come approfondimento, il Manifesto della Associazione per l’Expo della conoscenza (APEC) che ha, appunto, l’obiettivo di realizzare l’Expo della conoscenza.

Davvero in estrema sintesi: noi siamo la visione del mondo (i modelli ed i linguaggi di cui disponiamo) che utilizziamo. Oggi le nostre classi dirigenti utilizzano una versione ideologizzata della visione delle “sensate esperienze e certe dimostrazioni” di Galileo. Detto diversamente, il nostro modo di guardare al mondo e di ragionare sul mondo è quello della meccanica classica. Questa visione del mondo ha generato la società industriale, ma ora questa società ha esaurito il suo ciclo vitale e serve progettarne un’altra. Per progettarne un’altra non si può, però, partite dalla stessa visione del mondo che ha generato quella attuale: occorre cambiarla. Nel corso del XX secolo (ma anche nel secolo precedente) sona nati, proprio all’interno delle due scienze “fondamentali” (la matematica e la fisica), i prolegomeni di una nuova visione del mondo: dai teoremi di incompletezza alla fisica quantistica. Questi stimoli iniziali hanno poi fecondato tutte le altre scienze naturali ed umane. Oggi tutte queste stille di “innovazione concettuale” sparse in ogni scienza stanno coagulandosi in una visione del mondo radicalmente “diversa” da quella che sta a fondamento della società industriale. Essa può permette alle classi dirigenti di sviluppare una visione “diversa” della società e della Natura e suggerire “diverse” forme di Governo della società e della natura.

Come, per far si che i nostri imprenditori ricostruiscano la loro capacità di produrre valore, occorre fornire loro nuova conoscenza (le conoscenze e le metodologie di strategia d’impresa), così occorre fare anche con tutte le nostre classi dirigenti. Occorre fornire loro la nuova visione del mondo che sta emergendo e che costituisce la materia prima per la costruzione di una nuova società.

E’ possibile raggiungere questo obiettivo attraverso un Evento che potrebbe dare il via alla nascita di una nuova imprenditorialità economica, sociale, politica, istituzionale, culturale che abbiamo chiamato, appunto, Expo della Conoscenza e che trova descritto nel Manifesto della nostra Associazione.

Ritengo che questa mia visione/proposta meriti di essere diffusa e dibattuta. Le chiedo la possibilità nei modi e nelle forme che Ella riterrà più opportune, di diffondere questa proposta attraverso il suo giornale.

La ringrazio e cordialmente La saluto

Francesco Zanotti
Presidente
Associazione per l’Expo della Conoscenza

lunedì 5 settembre 2011

Come funzionano i mercati finanziari? La nuova scienza come linguaggio progettuale per costruire una nuova società

di
Francesco Zanotti

Ieri, ho letto un interessante pezzo di Guido Rossi sul Sole 24 Ore, in cui l’Autore fa notare come le recenti iniziative che il Governo americano ha intrapreso, a controllo/verifica dell’operato delle grandi banche, sia segno di un cambiamento nei rapporti tra finanza, politica e giustizia, che porterà a reimpostare “le regole della globalizzazione capitalista”.
Vorrei fare, brevemente, una riflessione importante ed un'altra apparentemente marginale, ma fondamentale.

La riflessione importante: io non parlerei di “capitalismo”, ma di società industriale. Anche il sistema comunista puro dell’Unione Sovietica è stato una interpretazione della società industriale. Ed oggi non è in discussione il sistema capitalista o il sistema comunista o uno misto. Oggi occorre cambiare la struttura e la cultura della società industriale che è al fondamento sia del capitalismo che del comunismo, che di tutte le ideologie intermedie. Ma di questo nei nostri blog abbiamo detto già moltissimo!

Arrivo subito alla riflessione apparentemente marginale, ma fondamentale.
Me l’ha ispirata la lettura della“Conceptual overview” di Mathias Albert e Lars Erik Cederman al libro “New Systems theories of world politics”.
Gli Autori riportano una sintesi del pensiero del sociologo tedesco Alexander E.Willke, espresso nel libro “Smart Governance: Governing the global knowledge society”.
Propongo una mia traduzione di questa sintesi: “Il sistema finanziario è un sistema autoreferenziale che non può essere ridotto alla somma delle transazioni monetarie internazionali. E’ caratterizzato dalla evoluzione dei suo propri media simbolici. E’, visibilmente, sottoposto a tutti i capricci inattesi dei sistemi non lineari”.

lunedì 18 luglio 2011

Una Via allo Sviluppo che parta dal basso

di
Francesco Zanotti

Il Sole 24 Ore, sabato, ha proposto una sua ricetta allo sviluppo. Si tratta di una ricetta dall’alto. Che deve attivare chi governa, mentre noi tutti possiamo solo stimolare o contestare chi governa. E poi aspettare.

In questo blog, a più riprese, abbiamo iniziato a tratteggiare un strategia dal basso che ci vedrebbe tutti attori protagonisti, non solo contestatori o piagnoni. A proposito: facciamo l’associazione di tutti quelli che si sono stufati delle denunce? E che diamine, è evidente che tutta una società è al collasso: non sarebbe meglio proporre, invece di contemplare con masochistico piacere questo collasso in ogni suo anfratto? Davvero, piantiamola: la denuncia è un ottimo alibi per non fare proposte.

In questo spirito, torniamo alla nostra proposta.

Immaginate che tutti noi ci impegniamo ad aumentare gli schemi mentali (gli occhiali con cui guardiamo il mondo) di cui disponiamo. La “potenza” progettuale complessiva  della nostra società farebbe un enorme salto di qualità. Cominceremmo ad intravedere ampi spazi di futuro che prima non vedevamo a causa di occhiali appannatissimi da passato e privilegi (anche meschini) da conservare. Immaginate che vi sia una classe dirigente capace di trasformare questa potenzialità progettuale in atto. Stimolando le persone ad usarla, sintetizzando le loro proposte. In poco tempo, noi avremmo trasformato la nostra economia, la nostra finanza, la nostra socialità. Poi, verranno le riforme ad istituzionalizzare la nuova società che è, però, già vita concreta.

Troppo astratto? Allora facciamo degli esempi.



giovedì 9 giugno 2011

Debiti sovrani e privati insostenibili

di
Francesco Zanotti

Tre titoli su Sole 24 Ore di oggi: “Anche da Fitch allarme debito USA” di Daniela Roveda, “Berlino vuole allungare le scadenze sui bond” di Beda Romano, “Draghi: no alla ristrutturazione (del debito greco)” sempre di Beda Romano.

Poi una storia di debito privato. Un’ impresa che ha negoziato una ristrutturazione di un debito di 220 milioni di Euro, nell’anno in cui ha fatturato 150 milioni di Euro con un piccolissimo utile di 450 mila Euro. E impegni nei conti d’ordine di circa 70 milioni.

Poi il pensiero alla montagna di debiti che hanno non tanto le grandissime imprese, quanto le PMI.

Complessivament,e si tratta di un debito che non potrà mai essere restituito. Al massimo i creditori potranno continuare a ricevere gli interessi, ma non i soldi investiti. Possiamo fare in modo che i creditori si accontentino degli interessi e non osino chiedere il rimborso del capitale. Ma sarebbe un’ ipocrisia che si sfalderebbe quando qualcuno non rispettasse più questo patto tacito. Sempre sul Sole di oggi: “Il mercato teme lo scenario Lehman Brothers” di Morya Longo. Non si può che concludere che i bilanci dei creditori andrebbero riscritti perché i loro crediti non potrebbero essere considerati “sani” (senza rischi).

Ma nel caso delle banche, almeno, ci sono le garanzie. Certo, e così trasformiamo le banche in immobiliaristi che possiedono schiere di capannoni cadenti e macchine che si arrugginiscono.

Ed allora?!

Allora, occorre davvero riprogettare il sistema finanziario, economico e la società. Un “piccolo” indizio trasgressivo. Oggi cosa è considerato “bene” da valorizzare, da dare in garanzia, sulla base del quale emetter moneta etc.? Solo i beni materiali con qualche puntatina sui brevetti, il software e cose simili. Ma non viviamo nella società della conoscenza? Non è la conoscenza un bene a valore infinito perché lo scambio continuo lo moltiplica? Ovviamente no, direbbe un banchiere! Io voglio garanzie reali. Altrimenti come faccio a guardarle tutte le mattine che arrugginirsi tra le mie mani (le attrezzature per le quali non mi hanno pagato il leasing) o cadere a pezzi (i capannoni per i quali non pagano il mutuo?).

Chissà cosa ne pensano coloro che affidano i loro risparmi a questo ipotetico banchiere. Si faranno invitare a verificare se i loro risparmi si sono trasformati in macchine che si arrugginiscono e capannoni che cadono a pezzi?

lunedì 14 febbraio 2011

Le crisi hanno tutte un’unica causa:dalle imprese, alle banche, agli stati.

di
Francesco Zanotti


Poi ognuno fa come gli pare... Ogni appartenente alla classe dirigente, intendo. Ma almeno sappia che è possibile…
Farò un discorso astratto, lo so. Ma il primo messaggio è: solo aumentando l’astrattezza si raggiunge la concretezza …

Inizio col dire che è possibile prevedere. Io credo che ogni dirigente possa prevedere il futuro del sistema che governa.
La ragione è semplice: ogni sistema complesso (dall’impresa allo Stato) ha una storia di sviluppo autonomo che è assolutamente prevedibile. Nasce perché costruisce un pezzo di ambiente. E poi muore, attraverso una crisi, perché non riesce ad uscire dalla sua costruzione.
La causa delle crisi che portano alla morte si chiama, allora, autoreferenzialità.

giovedì 23 settembre 2010

Ed allora parliamo del fare banca al futuro: una prima domanda


Partiamo da un dato reso noto dall’ABI ieri e pubblicato su Il Sole 24 Ore di oggi (23 settembre 2010): l’aumento delle sofferenze, cioè il peggioramento della qualità del credito.

Riporta il giornale che le sofferenze bancarie ammontano a 70 miliardi di Euro. Ricordiamo che questa cifra corrisponde a 140.000 miliardi di lire, ad una ventina di finanziarie “normali”. E’ una cifra che sembra a tutti astronomica, ma va valutata facendosi una domanda: le banche se le possono permettere queste sofferenze? Leggiamo un altro dato: il rapporto tra sofferenze lorde e impieghi è arrivato al 4% (mentre era al 2,3% a novembre). Ma quante sono le sofferenze rispetto al patrimonio netto delle banche che stanno manifestando queste sofferenze? Detto più brutalmente: queste sofferenze vanno solo a ridurre il patrimonio netto delle banche oppure sono superiori? Non conosco la risposta precisa a questa domanda (credo la si possa trovare facilmente, lo farò), ma so che il patrimonio delle banche non è che una percentuale molto bassa dei soldi che prestano (gli impieghi). Il 4% di sofferenze è un colpo importante al patrimonio netto del sistema. Se non lo dimezza, ci manca poco.

Questo dato inizia a rendere evidente che la recente e non finita crisi finanziaria non sia nulla al confronto della prossima futura crisi delle sofferenze, che sarà frutto della crisi di un sistema economico che, invece di rinnovarsi completamente, pensa solo a cercare di funzionare meglio, alla ricerca di una impossibile duratura competitività. Non dettaglio questa mia tesi perché di essa ho parlato a lungo su questo blog. E su questo blog pubblicherò un documento che riporta i vari post che ho scritto su questo tema.

Credo che questo dato (l’aumento delle sofferenze) chiami noi tutti i cittadini, molto più della vicenda di Profumo e di Unicredit, a parlare del futuro del sistema bancario perché nella sostanza, ne siamo tutti azionisti. E siamo azionisti che stanno perdendo parte del patrimonio.

mercoledì 22 settembre 2010

Perchè parlare di Profumo e non

… e non del fare banca?
Sto leggendo i tre maggiori giornali italiani (Il Sole, il Corriere e Repubblica) e le interpretazioni ruotano tutte intorno al discorso del potere. Direttamente o indirettamente. Forse anche perché parlare del potere e dei retroscena che stanno dietro alle battaglie di potere è intrigante, fa sentire importanti. E’ come se improvvisamente, per tutti, si aprisse un proprio (piccolo) spazio di auto rappresentazione …
Io non so se il Board di Unicredit abbia davvero deciso di avere obiettivi di potere sulla banca, ma dalla lettura dei giornali, si direbbe di sì.
Vedo, insomma , imperare in ogni dove il riferimento al potere. Ed allora  mi sembra che una cosa occorra dirla forte: oggi non possiamo più guardare, parlare decidere sul futuro del sistema bancario con la logica, la cultura, l’aspirazione al potere.

martedì 4 maggio 2010

Responsabilità sociale e irresponsabilità di business?

Oggi (martedì 4 maggio 2010) sulla stampa quotidiana (Sole 24 Ore e Corsera) sono usciti articoli che parlano di una iniziativa particolarmente incisiva della CONSOB: ha chiesto, come è nei suoi poteri e doveri, alle cinque più grandi banche del Paese (insieme hanno più della metà degli sportelli presenti in Italia) di
convocare i rispettivi Board per rivedere le procedure di vendita dei servizi finanziari. La ragione è che queste procedure non vanno bene. Più specificatamente (cito dall’articolo di Riccardo Sabbatini sul Sole 24 ore di oggi. Le parole in corsivo sono della Consob) “Le politiche commerciali adottate dalle cinque banche per la selezione dell’offerta di servizi ai clienti e le politiche di incentivazione del personale sono risultate in larga parte imperniate su logiche di prodotto (quantitativi di prodotti da vendere di norma di raccolta propria o del gruppo) anziché di servizio reso nell’interesse della clientela”.

Dopo aver letto questa notizia ho ripassato nella memoria i Bilanci Sociali di questa banche dove esse dichiarano che non solo gli interesse della clientela, ma anche quelli di tutti gli altri stakeholders, sono l’obiettivo fondamentale del fare banca.

Il contrasto è stridente.
Ma cosa dire di fronte a questa così smaccata contrapposizione tra il dire ed il fare? Voglio avanzare una giudizio ed una proposta un po’ particolari ..

E’ inutile avviare una campagna polemica del tipo: guarda i cattivoni che praticano la strategia dei vizi privati e delle pubbliche virtù. E’ inutile anche buttarla sull’etica: è necessario aumentare la cifra etica nella gestione aziendale. Ed allora cosa fare? La prima cosa è quella di capire perché questa eterna politica del doppio binario. Essa nasce dal tipo di conoscenze e metodologie che vengono oggi usate e non usate nella gestione aziendale. Le conoscenze e le metodologie che vengono usate sono quelle del management duro e puro che bada solo agli obiettivi. Quelle che vengono insegnate nei corsi di formazione manageriale. Quelle che nascono da una visione primitiva del fare impresa di stampo anglosassone. Quelle che non vengono usate sono le moderne conoscenze e metodologie di strategia d’impresa che permetterebbe di disegnare piani strategici che non si impantanano in pratiche commerciali devastanti e che, ad esempio, potrebbero permettere di rivoluzionare il rapporto tra banca ed impresa.
Detto tutto questo, la soluzione è semplice: buttiamo nelle banche nuove conoscenze e metodologie di management e di strategia d’impresa. Ed abbiamo fiducia che la buona fede, anzi l’alto senso etico che davvero alberga nei cuori di tutti il più avvertito management bancario faccia il resto. Insomma: non è un problema di etica, ma di strumenti. Quindi è un problema che si può risolvere da domani mattina.

venerdì 22 gennaio 2010

Chi abita questo pianeta?

Mi lamento. Lo dico prima, così potete smettere subito di leggere.
Mi calo (lo sono) nel ruolo dell'uomo della strada: oggi zappo.
No, no, non in giardino, non con questo freddo. Faccio zapping, e senza telecomando, sulla rete. Zompetto di quà e di là sui siti di notizie e non per cercare di capirci qualcosa in più di quello che propinano le tv ed evitare di fare il cagnolino della voce del Padrone, ovvero il sistema broadcasting dove uno parla e tanti ascoltano (e che dicono stia andando pure in crisi, ma questa è un'altra storia).
Il PIL aumenta, o aumenterà, siamo fuori dalla crisi, lo dicono tutti.
Poi, oggi, Il Sole 24 Ore dice che anche la disoccupazione aumenterà.
Ah; dunque?
Mettiamo in riga le poche nozioni che ho. Allora il PIL è... non me lo ricordo, o meglio ne ho una vaga idea. Già vi sto facendo perder tempo leggendomi, non posso continuare così. Vado su Wikipedia. (e che poteva fare un sempliciotto come me? Comprarsi la Treccani?)
Mamma mia, un paginone di spiegazioni . Beh leggetevele se avete voglia, vi riporto la più sintetica.

il valore totale della spesa fatta dalle famiglie per i consumi e dalle imprese per gli investimenti

Dunque, se famiglie spendono e imprese investono, il PIL aumenta. Ma se aumenta la disoccupazione, cioè le aziende diventano pìù piccole perchè licenziano, e le famiglie sono piene di disoccupati, come fanno i primi ad investire e i secondi a spendere?
Eppure il PIL aumenterà?!?
Aspettate. Sempre su Wikipedia, in fondo, ci sono le obiezioni al PIL.

Il PIL tratta tutte le transazioni come positive, cosicché entrano a farne parte, ad esempio, i danni provocati dai crimini, dall'inquinamento, dalle catastrofi naturali. In questo modo il PIL non fa distinzione tra le attività che contribuiscono al benessere e quelle che lo diminuiscono: persino morire, con i servizi connessi ai funerali, fa crescere il PIL.

Dunque, in questo stato di cose, disoccupazione crescente, il PIL può solo crescere grazie alle... mafie e gli incidenti mortali? E allora che ci frega a noi di questo PIL? E perchè ne parla anche un ministro ?

Insomma, possibile che noi tutti stiamo bene se un numero va su indipendentemente dal fatto che stiamo male? Possibile che secondo questi signori il pianeta, perchè la contraddizione è a livello globale, è abitato da aziende, banche, speculatori di ogni tipo, mafie criminali, governi (pseudo)democratici e meno, ma non da persone?
E poi su quale bibbia è scritto che bisogna cercare a tutti i costi di racchiudere la realtà in un numerino?

Forse c'è qualcosa di errato nel modo in cui guardiamo il mondo, forse è il caso di cambiarlo.

martedì 7 luglio 2009

Ci sta sfuggendo che ad una domanda fondamentale non stiamo dando una risposta



E’ una piccola seconda tappa verso il nostro Evento di Fondazione …
E propone una domanda fondamentale alla quale stiamo dando una risposta sbagliata.
Una domanda che certamente discuteremo nel nostro Evento di Fondazione. Una domanda che è un ologramma complessivo della crisi.

L’occasione per guidare l’attenzione su questa domanda, banale, ma fondamentale è data da un articolo apparso oggi (7 Luglio 2009) sul Sole 24 Ore, Le ricette nazionali non risanano le banche, a firma di Marco Onado.
Il titolo è: le ricette nazionali non risanano le banche. E’ un articolo lucido, che suggerisce strategie complessive e non “particolari” per risanare il sistema bancario.
Nessuna obiezione su queste strategie, una domanda, però. Supponiamo che le banche siano risanate, fortemente capitalizzate ed accettino di concentrarsi nel servizio alle famiglie ed alle imprese. Ora, perché le cose funzionino, occorre che le imprese producano valore (non solo economico, aggiungo io) per pagare stipendi adeguati (cioè garantire risorse alle famiglie), compensare il servizio delle banche e restituire i soldi che ricevono in prestito.
Ma, ecco la domanda banale, ma essenziale: come facciamo ad essere sicuri che le imprese torneranno a produrre valore?
E’ una domanda alla quale è urgente rispondere, ma alla quale stiamo dando la risposta sbagliata!
Infatti, stiamo, anche esplicitamente, ipotizzando che sarà inevitabile che le imprese torneranno a produrre valore perché, quando la finanza, causa della crisi, sarà risanata, tutto tornerà come prima. Si tornerà ad acquistare e, grazie a questo, le imprese torneranno a produrre valore.

E’ un’ipotesi che non sta in piedi! E’ una risposta sbagliata.
Basta leggere il pezzo di Giampaolo Fabris su Affari e Finanza del 6 Luglio 2009: Il paradosso dei saldi. Oggi convengono di più, ma attirano meno. E’ un ologramma della risposta giusta. Il vero problema è che i prodotti attuali sono sempre meno interessanti e se ne comprerà sempre di meno valutandoli sempre meno. Di più: i sistemi di produzione, di trasporto e distribuzione non sono più sostenibili. Questo significa che l’attuale sistema delle imprese può ristrutturarsi quando vuole, diventare competitivo quanto vuole, ma, piano piano, sta perdendo di significato. Le imprese che producono i prodotti di oggi con i sistemi produttivi di oggi dovranno essere sempre meno. Dovranno nascere nuove imprese che produrranno prodotti diversi con sistemi produttivi, di trasporto e di distribuzione altrettanto diversi.

Torniamo alle banche. Come potranno le banche risanate non tornare nei guai? Dovranno imparare a capire quali saranno le vecchie imprese che potranno continuare a vivere, accompagnare ad una onorevole chiusura le imprese che non potranno farcela. E, soprattutto, supportare la nascita di nuove imprese.
Se questa è la situazione, allora, esortare le banche a tornare ad occuparsi di imprese e famiglie rischia di essere troppo generico e, quindi, retorico. Occorre spiegare alle banche come occuparsi diversamente delle imprese. Fornire loro una nuova cultura di valutazione, di stimolo alla progettualità strategica. Questa nuova cultura ancora non esiste! Non è che esiste e vi sono i cattivi che non la vogliono usare, gli ignoranti che non la conoscono e i maestri che vanno incentivati ad insegnarla. E’ necessario un grande progetto di ricerca per svilupparla. Noi abbiamo fatto un passo in questa direzione. Ne parleremo nel nostro Evento di Fondazione.

...continua

Ce ne stiamo accorgendo a colpi di crisi ricorrentesi in ogni dimensione dell'umano. E' evidente che dovunque guardiamo c'è qualcosa che, gravemente, non va: lo sviluppo economico, la povertà, il rapporto con la natura, la soddisfazione sul lavoro e le profonde esigenze di realizzare una vita degna... E allora vogliamo smetterla di denunciare il passato? Sta diventando stucchevole cercare l'ennesimo cantuccio della stanza della società industriale e scoprire ancora una volta l'accumularsi di una polvere. E' il momento di lasciar riposare per un po' la denuncia e la protesta anche perché, se siamo onesti, dobbiamo chiederci: ma noi dove eravamo in questi anni?

Vivevamo su Marte e improvvisamente siamo tornati sulla terra ed abbiamo scoperto che quegli inetti di terrestri, dopo la nostra denuncia, non aveva fatto nulla. E tocca ancora a noi risvegliare le coscienze? Certo che no! Noi abbiamo vissuto immersi in questa società. Sono anche le nostre azioni che hanno mantenuta chiusa la stanza. Lasciando accumulare e incancrenire polvere. Viene quasi da dire: l’accumularsi e l’incancrenirsi ci fa comodo perché la nostra unica competenza era il contestare. Visto che sul costruire abbiamo dato tutti pessima prova.
E non si dica che qualche potere forte, da qualche parte ha impedito che le nostre folgoranti idee liberassero la stanza dalla polvere dell’ingiustizia, del privilegio … Quelli che sembrano poteri forti lo sono solo di fronte alla nostra incapacità di costruire alternative.
Cara e vecchia società di tutti noi, dunque. Che ci ha permesso di superare secolari infelicità … Certo non tutte, certo non a tutti, certo non ugualmente, ma molto.
Cara e vecchia società dalla quale ora dobbiamo allontanarci con un pizzico di nostalgia. Portandoci dentro lo zaino che accompagna ogni viaggio tutto quello che di buono ha prodotto.
E con il passo che diventa sempre più baldanzoso a mano a mano che diventa chiaro il luogo, la nuova società verso la quale siamo diretti ..
Ma verso quale luogo vogliamo dirigerci? Quale nuova società vogliamo costruire?
Noi certo non lo sappiamo! Sappiamo solo come fare a costruirla!

Allora la nostra proposta è strana. Non abbiamo soluzioni, linee politiche, idee originali. Ma un metodo con il quale generarle.
Primo passo di questo metodo: cambiamo i linguaggi. Secondo usiamo questi nuovi linguaggi per progettare insieme .. Accidenti, mi rendo conto che mi sto avventurando in un sentiero accidentato …
Allora provo con una storiella. Pensiamo di indossare occhiali verdi e di dover dipingere una parete di un nuovo colore: il verde ci ha seccati. Ai nostri piedi abbiamo una vasta gamma di barattoli di vernice. Ma tutti i colori ci sembrano gradazioni del verde. E, così, piano piano ci sembra inutile ridipingere una stanza di un nuovo colore che potrà essere solo una gradazione di verde. Accidenti ai poteri forti che ci costringono a dipingere sempre e solo di verde …
Ma poi arriva qualcuno che ci convince che un certo barattolo contiene il rosso. Ma apparirà rosso solo quando lo stendiamo sulla parete … Così, spinti da nuova fiducia e dalla voglia di avere nuova fiducia, cominciamo a dipingere. Ma, anche dopo averlo steso sulla parete, quel colore continua ad essere l’ennesima gradazione del verde. Allora la nostra collera e massima: certo solo un grande complotto di qualche potentato molto potente ci può costringere a naufragare in un mare di verde …
Maledetti poteri forti .. .
Così attiviamo un Gruppo antiverde. Che, innanzitutto, continua ossessivamente a dimostrare che tutto è di quel verde che, oramai invece di speranza, sta a segnalare schifezza. E poi cerca di buttare via tutti i barattoli …
Cosa significa partire dai linguaggi e dal metodo per usarli?
Significa togliersi gli occhiali verdi. E riuscire così a scoprire che tutti i barattoli sono effettivamente di mille colori. Riuscendo a vedere mille colori rinasce davvero la speranza di poter dipingere diversamente la stanza. Ma non possiamo stare senza occhiali ed ogni tipo di occhiale, anche il più sofisticato, altera i colori … Anche il rosso più sfavillante sarà, poi, sempre, ideologicamente, rosso … Ed allora che fare? Impariamo a cambiare occhiali quando vogliamo vedere cose diverse. Ma, poi, come dipingiamo quella stanza? Inevitabilmente tutti insieme con occhiali diversi. Perché ognuno può portare un solo tipo di occhiali per volta. E per fare della stanza un capolavoro, sono necessari tutti i colori. Quando il dipinto a mille mani sarà finito potremmo vedere un miracolo che piacerà a tutti e che tutti potranno vederlo in modo sempre diverso. Basterà indossare gli occhiali degli altri e se ne scoprirà un bellezza diversa.
Allora il nostro programma è molto semplice. Apparirà forse banale e ininfluente: diffonderemo nuovi linguaggi ed attiveremo gruppi progettuali che li useranno per progettare i mille aspetti di una nuova società.
I linguaggi sono i modelli e le metafore che nell'ultimo secolo, provenendo sostanzialmente dalle scienze della natura, si sono aggiunti a quelli tipici della società industriale.
Il metodo con il quale li useremo sarà Sorgente Aperta …
Ma perché “balbettanti”? Perché nel progettare un nuovo mondo ci rendiamo conto che il primo esprimersi non sarà che un balbettio. E, perché “poietici”? Perché il balbettio dovrà essere fecondo. Si trasformerà certamente in storie che cominceranno ad essere vissute.
Allora anche questo manifesto è un balbettio poietico? Certamente. Speriamo di doverlo riscrivere al più presto meno balbettante e più fecondo.