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venerdì 28 ottobre 2016

Confindustria e archeologia museale

di
Francesco Zanotti
Risultati immagini per crespi d'adda


Mi riferisco all’intervento di Vincenzo Boccia a Napoli … Mecenatismo è la parola che mette insieme a cultura … Ma … perché la strategia d’impresa non è cultura? Un Business Plan non può essere un’opera d’arte? Un’impresa non può essere anch’essa un’opera d’arte? Più in generale, tutta la scienza non è cultura?

In realtà ha parlato di bellezza, arte e cultura con una genericità da far paura. Come se queste parole fossero sinonimi. E alla fine indicassero quello straordinario patrimonio che i nostri avi ci hanno lasciato e che noi possiamo solo ammirare, valorizzare (per qualificare imprese asfittiche) e raccontare ma mai arricchire.
Noi eravamo arte ed ora siamo capannoni vuoti, viene da dire. Dobbiamo raccontare le bellezze, l’arte e la cultura del passato è sperare che comprino quello che esce dai nostri capannoni perché ci accorgiamo che interessa sempre meno. E’ necessaria una pittata di bellezza, arte e cultura alle nostre cianfrusaglie, sembra dire il Presidente di Confindustria, altrimenti non le vendiamo.
Invece … Molti nostri prodotti sono bellezza, arte e cultura. Sono frutto di imprenditori che hanno progettato avendo in mente bellezza, arte e cultura. Molte nostre imprese sono bellezza, arte e cultura …
E le altre?

martedì 21 luglio 2015

Il debito che non si può restituire

di
Francesco Zanotti


Il punto di vista dal quale parto è il seguente: una impresa è un attore collettivo che genera cassa. Poi tocca alla collettività decidere come distribuire questa cassa: più “egoisticamente” nelle società capitaliste, più “solidarmente” nelle società socialiste.
In quest’ottica quando è lecito che le imprese facciano debiti? Quando è necessario investire o per aumentare o per recuperare (perché perduta) la capacità di generare cassa.
Partendo da questo punto di vista, diamo una occhiata al debito complessivo “Corporate” (cioè delle imprese) nel mondo. Secondo il Sole 24 Ore (Fabio Pavesi, domenica 19 luglio 2015, pag. 6): esso era di 50 mila miliardi di dollari nel 2014.
Cosa accadrà nel futuro?
Ogni persona di buon senso si augura che le imprese del mondo, proprio grazie alle risorse loro concesse, aumenteranno la loro capacità di generare cassa. Ogni persona di buon senso si augura, anche, che i loro Business Plan, già oggi, raccontino in modo dettagliato dell’uso che faranno delle risorse raccolte a debito per aumentare la loro capacità di generare cassa e pagare i debiti. Se queste attese non si realizzassero, sarebbe una tragedia.

Ecco, purtroppo, sta proprio succedendo una tragedia. Sempre Fabio Pavesi racconta che il debito corporate nel mondo salirà nel 2018 a 70 mila miliardi di dollari. Questo significa che il sistema mondiale delle imprese, invece di generare cassa, ne assorbirà ancora molta. E lascia intendere che questo trend di aumento dell’indebitamento è “naturale”.
A noi non sembra naturale. Piuttosto, ci sembra catastrofico. Indica che le attuali imprese non riescono oggi, e non ci riusciranno neanche nel futuro, a svolgere la loro funzione naturale di generare cassa.
Detto con un linguaggio macro economico significa che le imprese, invece di generare ricchezza, l’assorbono.
Ma i loro Business Plan cosa dicono?
Noi siamo andati a guardare i Business Plan delle società degli Indici FTSE Mib e Star di Borsa Italiana ed abbiamo assegnato a quei Business Plan un Rating. Ed abbiamo scoperto che non sono certo Business Plan che raccontano di imprese che si apprestano a generare una cassa tale da rimborsare i debiti contratti.


mercoledì 1 luglio 2015

Grexit o development bonds

di
Francesco Zanotti


Queste idee che seguono mi sono venute leggendo l'articolo pubblicato oggi sul Sole 24 Ore Europa, le lezioni non finiscono mai, di Adriana Cerretelli in cui tratta il problema della Grecia. 
Mi scuso se inizio con qualche dettaglio tecnico, ma le proposte devono essere fatte anche di tecnicalità. La tecnicalità è la compagna inseparabile dei sogni. Altrimenti rimangono nel cassetto. E, dopo un po’, si scopre che è stato meglio così, perché erano sono illusioni.
Una tecnicalità per realizzare sogni alti, dunque forti.
I development bonds in questo caso.

Sono strumenti a cui si sta pensando per risolvere il problema delle sofferenze bancarie. Funzionano in questo modo: le imprese in sofferenza emettono bonds che vengono acquistati sia dalle banche creditrici che da altri investitori istituzionali. Parte delle risorse raccolte va a ridurre il “vecchio” indebitamento (così che le banche possono far uscire le imprese dalla lista dei “cattivi”) mentre parte va a finanziare azioni di sviluppo.
L’idea è sana. Perché va al cuore del problema: le imprese devono recuperare la loro capacità di generare cassa. Ovvio che l’operazione development bonds ha senso se è accompagnata dal fatto che l’impresa si dota di un Business Plan alto e forte che spiega cosa l’impresa stessa intenda fare per riuscire ad aumentare la capacità di generare cassa delle imprese. Brutalizzando un po’: ti dò i soldi a patto che mi convinci che ne farai buon uso. La logica civilistica del “buon padre di famiglia” dopo tutto.
Altrimenti rimane la soluzione liquidatoria: si danno in mano i crediti a chi ne escuterà la garanzie con metodi non sempre ortodossi.
Anche la Grecia è un debitore in sofferenza. Ma non costringiamola a rimborsare i debiti “spolpando” i suoi “operai”. O, peggio, a vendere il Partenone

Che le Istituzioni creditrici convertano i loro titoli di credito in development bond chiedendo in cambio un Country Plan, alto e forte, che spieghi come la Grecia (le sue imprese, quindi) aumenteranno la sua capacità di generare cassa. Aumentare la propria capacità di generare cassa è l’unica vera garanzia da dare ai creditori.
Che le Istituzioni internazionali chiedano ai politici Greci di usare le energie del popolo. Non costringete il popolo a dividersi in piazze tristi che si contrappongono (peggiorando il clima sociale).
Usate le energie della gente per progettare il futuro. Da piazze che protestano, ad un popolo che progetta il proprio futuro, potrebbe essere lo slogan.

Scritte queste cose ho provato a farmi venire in mente i personaggi che guidano la Troika. Che ne sanno loro di Country Plan? Anche se ne vedessero uno non saprebbero dire se è davvero alto e o forte. La soluzione che vedono (non l’unica possibile) è sempre e solo di sacrifici crescenti. Che portano a liquidare un Paese.


mercoledì 3 giugno 2015

Il Governatore e il QEK (Qualitative Easing of Knowledge)

di
Francesco Zanotti

L’occasione è il Festival dell’economia di Trento. Il personaggio è il Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco. Egli affronta con decisione il tema della conoscenza. E sui due versanti in cui occorre affrontarlo: la creazione e la diffusione (cioè dell’insegnamento) della conoscenza.
Della creazione di nuova conoscenza dimostra l’esigenza quando parla dei fallimenti della scienza economica. Del problema della formazione cita gli scarsi stimoli a laurearsi perché poi le imprese non premiano la differenza tra diplomati e laureati.
Ovviamente plaudo alle parole del Governatore e, per questo, non posso lasciarle senza commenti. Ed una proposta finale: un Qualitative Easing of Knowledge. Da attivare subito per non rendere solo “sintomatico” e non definitivamente ”curativo” il QE della BCE.

Il primo contributo è quello di indicare aree di conoscenza rilevanti, ma non usate e conosciute.

Innanzitutto a livello macro economico e finanziario, cito le teorie del non equilibrio e l’utilizzo delle teorie di gauge in economia e finanza. Più in generale l’utilizzo di tutti i nuovi modelli e metafore che vanno dalla teoria quantistica dei campi alla teoria dei sistemi autopoietici. Quest’ultima teoria potrebbe dare un rilevante contributo ad una teoria delle bolle che non sia di tipo “regolatorio”: la ricerca delle regole da imporre ai mercati per evitare il formarsi di queste bolle. E non sia neanche di tipo esortatorio, sulla scia dei codici etici che ribollono solo di retorica.

A livello micro-economico cito quell’area di conoscenza che si chiama strategia d’impresa. Essa fornisce la strumentazione concettuale per studiare i rapporti di una impresa con l’ambiente esterno. Serve a prevedere la capacità futura di generare cassa di una impresa. Serve ad aiutare le imprese a costruite progetti strategici (Business Plan) alti e forti che sono gli unici strumenti per rendere fecondo (e, quindi, sicuro. Ma sicuro perché fecondo e non perché garantito) il risparmio che le banche veicolano, direttamente o indirettamente, verso le imprese.
Mi permetta una domanda Sig. Governatore, ma perché le banche non vogliono usare il patrimonio di conoscenze e di metodologie di strategia d’impresa? Mi scusi l’ardire: dovrebbe imporre loro di usarlo.

Per quanto riguarda la formazione, mi permetto di far notare che il testo di macro economia più usato è ancora quello di Blanchard, personaggio che il Governatore indica, giustamente, come uno degli economisti che hanno costruito e sponsorizzato la conoscenza economica “sbagliata”. L’opinione del Governatore non è isolata. Oltre alla reprimenda, a livello politico, che la Regina d’Inghilterra fece all’apparire della crisi nel 2008 agli economisti inglesi, chiedendo loro conto della loro insipienza previsionale, anche a livello accademico si condivide l’opinione del Governatore.

Solo per fare un esempio, è uscito, scritto da Emiliano Brancaccio, un volume dal titolo inequivocabile: Anti Blanchard. Domanda: non è che il problema di fondo è che la scuola, in ogni suo ordine e grado, è troppo legata alla diffusione di una conoscenza che i giovani intuiscono e le aziende verificano essere superata?

Signor Governatore, mi permetta di concludere (e dettagliarne brevemente il significato) con la proposta di cui ho accennato all’inizio: affiancare al Quantitative Easing della BCE un Qualitative Easing of Knowledge (conoscenza nuova e non usata) da parte della Banca d’Italia, con il contributo di tutte le banche italiane, verso tutti i protagonisti del nostro sistema economico. Il senso sociale della proposta è rivoluzionario: il sistema delle banche che, nella sua totalità, intermedia non solo risorse finanziarie, ma conoscenza. Come a dire: “Care banche, volete veramente rinnovare la vostra identità strategica e rinvigorire il vostro ruolo sociale? Bene questa è una direzione lungo la quale è necessario camminare.”.


venerdì 16 maggio 2014

Aspettando il 28 maggio … Non c’entrano nulla le riforme istituzionali! Provate a immaginare un poeta per capire …

di
Francesco Zanotti


Ennesima delusione: il PIL non cresce. Il perché è semplice: non si fanno le cose che servono a farlo aumentare in qualità e quantità. E le riforme non sono le cose che servono,
Per convincervi di questa affermazione … Immaginate un poeta, innanzitutto.
Un poeta abituato a far volare il suo sguardo sulla sua valle e a parlare e scrivere la lingua dei suoi padri.
Immaginate che i suoi occhi piano piano si appannino, che la Natura piano piano si trasformi e la sua valle si popoli di persone che parlano un‘altra lingua e che vengono da lontano.
Egli cercherà di continuare a poetare, ma si accorgerà che le poesie che scrive nella sua lingua non hanno significato per la nuove gente.
Prova allora a imparare la nuova lingua, ma viene da troppo da lontano, nello spazio e nel tempo: da solo non ci riesce! Riesce a capire qualche parola, ad usarne ancora meno. Prova a poetare, ma gli mancano le parole. E gli manca anche lo sguardo che non riesce più a volare sulla nuova valle. Non ne  riconosce anche il profumo. E, poi, non conosce i nomi delle persone …
Allora le sue poesie nella nuova lingua, per la nuova gente sono solo piccole cacofonie che non descrivono nulla della nuova valle.
I nuovi abitanti sono buoni e generosi, capiscono il dramma del poeta. E decidono di aiutarlo. E gli costruiscono una nuova casa. Ad esempio, con un grande terrazzo che gli permette di dominare la nuova valle. E gli danno carta e penna nuove. Ma il nostro poeta continua a non percepire e non esprimere.
Allora pensano che sono la casa, il terrazzo, le penne e la carta che non funzionano. Aspetta, gli dicono. Adesso ti diamo tutto nuovo. Ecco proprio adesso no perché fanno una fatica disperata a mettersi d’accordo su quale casa. Ma alla fine ci riescono. E gli ristrutturano la vecchia casa, gli danno una penna nuova. E gli dicono: ecco, ora puoi poetare …
Egli era stato in attesa della nuova casa con grande speranza. Aveva anche mandato lettere di sollecito, fino a fare una dimostrazione (solitaria con un unico cartello in mano. Con scritto: aiutatemi a poetare). Quando la casa è ristrutturata, però, egli si accorge che tutto questo non lo aiuta a poetare. Anzi, la situazione peggiora perché ora alla sua frustrazione aggiunge il peso di una speranza delusa.
Pensando al nostro Paese … la strategia delle riforme è come la strategia del ristrutturare la casa. Non aiuterà nessun poeta senza sguardo e senza linguaggio a tornare a poetare.
Così gli imprenditori e i grandi manager. Oggi si trovano con lo sguardo appannato in un nuovo mondo di cui non conoscono la lingua. E il loro progettare strategico (il loro poetare) produce progetti d’impresa banali.
Allora, quali che siano le riforme istituzionali che si cercherà di attuare, questi imprenditori e manager sempre senza sguardo e senza lingua rimangono.
E la gente che attende nuove poesie che descrivano, facciano vivere in un nuovo mondo, rimane delusa e li abbandona. Il 28 racconteremo come i Business Plan (cioè i Progetti di futuro, le poesie del futuro) delle maggiori imprese italiane siano solo elegante burocrazia, espressa in una lingua incomprensibile.
Per superare la crisi occorre liberare la mente e il cuore di manager e imprenditori e dare loro una nuova lingua.
Occorre dare loro nuove risorse cognitive. Quali? Ne abbiamo già parlato, ne parleremo.


martedì 6 maggio 2014

Preparando il 28 Maggio: l'errato "presupposto" dello sviluppo

di
Luciano Martinoli


Da più parti si invocano le riforme strutturali per far ripartire lo sviluppo tanto agognato. Condizione necessaria (forse?), ma siamo sicuri che sarà anche sufficiente? A sentire le dichiarazioni pubbliche, ultima in ordine di tempo quelle del Dott. Vegas, Presidente di Consob, riportate da ilSole24ore non vi sono dubbi. Rimossi "...gli ostacoli e disincentivi che creano un freno agli investimenti: dal mercato del lavoro, alla possibilità di ottenere una rapida soluzione delle controversie civili e commerciali, ai vincoli amministrativi e burocratici." gli investitori accorreranno a frotte. Inoltre "è necessario promuovere lo sviluppo di canali di intermediazione finanziaria alternativi a quello bancario" afferma ancora il Presidente di Consob. Tutto ciò fa immaginare una pletora di grandi e piccole aziende ferme sulla pista, ma pronte a decollare, una volta che siano risolti questi "problemi". 
Temiamo che non sia proprio così.

venerdì 7 febbraio 2014

Innovazione … retorica

di
Francesco Zanotti


Leggo sul Sole 24 Ore un articolo di Leonardo Maugeri su “Sette fronti d’azione per invertire la rottadel declino …"
Ecco … non sono d’accordo. Ed ovviamente propongo alternative.
Primo fonte d’azione: liberiamo da tante vessazioni i fondi di Private Equity, Venture Capital etc.  … Per carità, mica voglio  sostenere che occorre mantenere le vessazioni. Ritengo, però, più rilevante che tutti questi fondi imparino a valutare Business Plan. Oggi si parte dall'ipotesi che siano i migliori al mondo a farlo. Non è vero! Lo dimostrano, innanzitutto, gli insuccessi istituzionalizzati. Ad esempio, si parte dal considerare naturale che le operazioni di Venture Capital abbiano successo solo nel 25% dei casi (come più avanti cita l’Autore). Ma come si fa a sostenere che si sa valutare un Business Plan se, poi, si istituzionalizza il fatto che si può sbagliare otto volte su dieci? Che non sappiano valutare Business Plan lo dimostra, soprattutto, il fatto che non dispongono del “Corpus Cognitivo” che serve a farlo: le conoscenze e le metodologie di strategia d’impresa.

Secondo fonte d’azione: incentivi fiscali. Beh se chi investe soldi ha come criterio di scelta dove si paga meno tasse e non dove si producono capolavori …

Tutti gli altri fonti d’azione: riguardano la ricerca. Ed è su tutti questi fronti che sono particolarmente in disaccordo.
Occorre scegliere le “tecnologie lasciate dagli altri” dice l’Autore. Cioè dove non sono presenti gli altri. Ma il problema non è quello di scegliere un campo tecnologico o un altro. Il problema è che in tutti i campi tecnologici occorre generare nuove prospettive. Che nascono solo da una nuova visione del mondo. Prendiamo ad esempio la genetica e le neuroscienze. Dobbiamo scegliere se continuare sull’approccio riduzionistico attuale o scegliere altri approcci. Il mondo anglosassone segue la visione riduzionistica che sta diventando sempre più anacronistica. Noi li surclasseremo (se proprio vogliamo surclassare e non collaborare) rileggendo tutti gli ambiti tecnologici con una visione del mondo quantistico-emergente.
La ricerca deve essere collegata al mercato. Deve capire di cosa ha bisogno il mondo. Ma il mondo non sa di cosa ha bisogno. Abbiamo di fonte la necessità di creare nuovi mondi. La ricerca deve raccontare di tutti i mondi possibili e scatenare una nuova progettualità di popolo per realizzare il mondo che sceglieremo.
La ricerca deve essere misurata dal valore che riesce a produrre. Ma occorre definire di che valore si tratta. Possiamo pensare al valore “economico” ed allora dovremo misurarlo in termini di capacità di produrre cassa (quando e quanto). Ma forse in tutta la storia una grande capacità di produrre cassa è sempre stata generata dalla capacità di creare e condividere sogni-capolavoro.
Lo Stato deve finanziare la ricerca di base, ma solo dopo che si sono individuate le direzioni lungo le quali indirizzare questa ricerca. Ma è una contraddizione in termini. La ricerca di base, per definizione, non sa dove andrà sbattere. Se lo sapesse sarebbe per definizione ricerca applicata. Ma al di là della contraddizione logica … lo Stato non può indirizzare la ricerca di base perché oggi la complessità (per fortuna) è tale che esistono mille alternative di ricerca tra le quali oggi nessuno può scegliere. Un esempio: vogliamo che sia lo Stato a decidere se la fisica fondamentale deve sviluppare solo la teoria delle stringhe o la gravità quantistica a loop? O debba, invece, ricercare qualche altra teoria che oggi non è immaginabile? Magari uscendo dal riferimento metrico ed usando un riferimento topologico?

La ragione per cui l’innovazione langue è che non abbiamo idee.
Ma, come si fa a rilanciare l’innovazione? Come si è fatto nel Rinascimento: “buttando nella società un nuovo patrimonio di risorse cognitive”. Soprattutto buttando nella società una nuova visione del mondo. Proprio quella che libera la ricerca da tutti i lacci e lacciuoli che nascono dal disporre solo della visione del mondo della società industriale.
Insomma, volete veramente innovare? Fate corsi di teoria quantistica dei campi e sul come usandoli si capiscono fino in fondo i processi di creazione imprenditoriale e se ne possono moltiplicare l’efficacia per arrivare finalmente a costruire un nuovo sviluppo etico ed estetico.


mercoledì 18 dicembre 2013

Signor Direttore (del Sole24ore), proprio non ci siamo

di
Francesco Zanotti


Signor Direttore, mi scuserà per il tono tranchant, ma è un blog ... sa …
Mi riferisco al suo articolo di oggi … Perché proprio non ci siamo? Parto da una sua affermazione “imprese sane, ma che vivono da tempo una crisi finanziaria”. Non ci siamo perché una impresa è sana solo quando genera cassa non quando l’assorbe. Se poi non la genera da molto non è sana.
Ma la crisi? La crisi è la somma di troppe imprese il cui progetto imprenditoriale si è spento. E sono in crisi finanziaria proprio per questo.
Non ci siamo, anche, con il mito del cuneo fiscale. Non ci potrà essere da nessuna “Spending review” da nessun recupero dell’evasione una riduzione tale del cuneo fiscale da far riacquistare senso a prodotti che non interessano più. Molti di essi non si “comprano” più neanche gratis. E anche immaginando che da questi due interventi fosse possibile ridurre significativamente il cuneo fiscale, lo si farebbe in tempi non compatibili con la esigenza di cassa delle imprese. E se anche (ma stiamo parlando di un terzo livello ci ipotesi irrealizzabili) si potesse ridurre tanto e in breve il cuneo fiscale, i nostri concorrenti correrebbero ai ripari annullandone in brevissimo gli effetti.  

La cosa che serve urgentemente è un rilancio della progettualità imprenditoriale a tutti i livelli. A cominciare dalla grandi imprese. Vuole una misura di quanto sia povera la progettualità delle grandi imprese? Dia una occhiata ai rating che abbiamo assegnato ai loro Business Plan.
Come si fa a rilanciare una nuova capacità progettuale? Fornendo agli imprenditori nuove risorse cognitive. Nei nostri blog si parla a iosa di quali risorse cognitive serverebbero. Proponiamo da tempo la conoscenza come catalizzatore di nuova progettualità, non come risorsa museale.
Poi non ci siamo anche per altre cose. Ad esempio, la ricerca. Sembra una parola magica, ma …  quale ricerca? L’attuale ricerca che sta spegnendosi in buchi di specialismo? O una nuova ricerca di cui nessuno indica le caratteristiche?
Mi fa fare una conclusione? Sapete quale è la preoccupazione di molti di noi? Che nessuno di coloro che fanno parte dell’attuale classe dirigente ha mai scritto un progetto di sviluppo alto e forte per qualcosa. Sono diventati classe dirigente per relazioni amicali. Come potranno scrivere un progetto alto e forte per lo sviluppo di questo Paese?


venerdì 11 ottobre 2013

Alitalia e la bustina di Minerva

di
Francesco Zanotti


Una bustina di Minerva è piccola, molto piccola. Come giustamente sostiene Umberto Eco, nel dorso interno (bianco) di questa bustina si possono mettere solo due note.
Se di una lingua straniera conoscete poche parole, solo piccole banalità quotidiane riuscite a dire.
E che c’entra tutto questo con Alitalia?
Beh il problema Alitalia torna periodicamente all'ordine del giorno quando, dopo l’ennesimo salvataggio, finiscono i soldi, che sono stati introdotti per il salvataggio stesso. A guadagnare non se ne parla!
Problema irrisolto o anche irrisolvibile? Dipende. Irrisolvibile se si insiste a non voler vedere la sfida fondamentale. Essa è comune a tutto il sistema economico italiano. Ci vogliono progetti alti e forti e non un insieme di estemporanei fogli Excel con un nome anglosassone (Information Memorandum) che dà loo un’aura di falsa professionalità. Nessuna professionalità: gli Information Memorandum attuali sono solo brochure promozionali.
Come fare a generare progetti alti e forti? Servono persone geniali e con grande esperienza? Serve il retorico richiamo all'esigenza di una discontinuità che non si capisce bene in cosa consista, se non nel cambiare i vertici sostituendo amici con altri amici? No!
Basta che, invece di strumenti di analisi e progettazione strategica primitivi se ne usino di avanzati. Sì, è un problema di conoscenza.
E’ necessario costruire un nuovo spazio per la progettualità strategica e usare i linguaggi adatti per poter riempire questo spazio con progetti alti e forti. Cari shareholder e stakeholder pretendete questi spazi, usate i linguaggi disponibili.
Se a qualcuno pungesse vaghezza può scaricare un documento che descrive un modello di Business Plan (le caselle da riempire per costruire un progetto alto e forte) che sintetizza la cultura strategica più avanzata, una proposta di processo per usarlo ed una metodologia di Rating per valutare la qualità del BP che ne esce.


domenica 2 settembre 2012

Un Business Plan emozionante come un romanzo

di
Francesco Zanotti


Oggi sul Sole 24 Ore, in prima pagina, con il titolo “Quando impresa e cultura parlano la stessa lingua”.

L’Autore vuole fare un omaggio alla cultura e all’impresa, ma fa un pessimo servizio a tutte e due. Se poi si guarda in altri luoghi dello stesso giornale si trovano punti di vista più interessanti, a partire dal pezzo di David Lodge in prima pagina dell'inserto “Domenica”.
Cosa c’è che mi sembra fuorviante di quell’articolo?
Innanzitutto si ha l’impressione che fare cultura sia solo il fare romanzi. Ma forse non era intenzione dell’autore sostenere questa tesi.
Si sostiene, però, che il ruolo dell’impresa a favore della cultura è quella di fare interventi (in questo caso organizzare un premio: Il Campiello) con gli stessi valori e le stessa passione con la quale si fa impresa.
Mi permetto di sostenere lapidariamente una diversa tesi. Non solo scrivere romanzi è fare opere d’arte. Anche costruire imprese è fare opere d’arte. Gli imprenditori, però, non costruiscono imprese opere d’arte solo perché ricercano la qualità, quello che piace al pubblico, ricercano i talenti etc.
Costruiscono imprese opera d’arte quando hanno voglia di cambiare il mondo. Ed usano il loro patrimonio cognitivo (la visione del mondo, i modelli e le metafore di cui dispongono) per costruire una proposta di cambiamento del mondo.
Il problema è che oggi non riusciamo più a generare imprese opere d’arte. La mia interpretazione è che il patrimonio cognitivo che oggi gli imprenditori usano è troppo povero per immaginare e costruire imprese opere d’arte. Un modo straordinario di fare cultura sarebbe quello di arricchire il patrimonio cognitivo degli imprenditori. Non fornire solo soldi e protezioni, ma anche e soprattutto conoscenza. Ad esempio, le conoscenze di strategia d’impresa. Con queste risorse cognitive riusciranno a fare il primo passo del processo di generazione di imprese opere d’arte: un Business Plan emozionante come un Romanzo.

lunedì 16 gennaio 2012

L’insensatezza epistemologica del Rating (sul passato)



di
Francesco Zanotti

Può sembrare strano, ma per capire l’insensatezza dei rating attuali bastano due banali considerazioni epistemologiche. Detto diversamente: è una profonda ignoranza epistemologica che sta creando i guai che stiamo subendo …
Vediamo nei dettagli …
A cosa serve il rating di un debito sovrano (o di una impresa: non cambia nulla)? Serve a prevedere se il soggetto che si indebita riuscirà ad onorare i suoi debiti ad una scadenza futura. Si tratta, insomma, di una previsione sul futuro.
Bene, per fare una previsione sul futuro, occorre disporre di una teoria che leghi alcune variabili che descrivono il presente alla capacità futura di onorare il debito. Esiste tale teoria? Ovviamente no! Ed allora di cosa stiamo parlando?
Che diavolo di “algoritmo” si usa per dichiarare che l’Italia ha la sua capacità di restituire il debito? Si usa sapienza ed esperienza? Ovviamente no, perché sono numerosi e clamorosi i fallimenti delle capacità previsionali delle agenzie di rating! Ma anche se si riuscisse davvero ad usare sapienza ed esperienza, scopriremmo che neanche quelle funzionano in ambienti a veloce e rilevante cambiamento.
Ripeto: ed allora?
Allora occorre cambiare paradigma. Per valutare la capacità di restituzione di un debitore è necessario dare un’occhiata al suo Progetto di Sviluppo. Al progetto di Sviluppo di un Sistema Paese, al progetto di Sviluppo di una banca, di una impresa. E’ necessario un Rating sulla qualità dei progetti di futuro.
Noi stiamo sviluppando un sistema di valutazione dei business plan (che sono quelli che dovrebbero contenere i progetti di futuro delle imprese. I Sistemi Paese si sentono esentati dal presentare progetti di futuro). Lo stiamo applicando alle banche che stanno chiedendo aumenti di capitale, che emettono prestiti obbligazionari. Il risultato è deludente. O, forse, drammatico. Dopo i primi sondaggi informali la risposta è: ma il business plan pubblico viene redatto pro forma. E’ un documento dovuto che nessuno legge mai. E questa risposta è più che deludente: è drammatica.

...continua

Ce ne stiamo accorgendo a colpi di crisi ricorrentesi in ogni dimensione dell'umano. E' evidente che dovunque guardiamo c'è qualcosa che, gravemente, non va: lo sviluppo economico, la povertà, il rapporto con la natura, la soddisfazione sul lavoro e le profonde esigenze di realizzare una vita degna... E allora vogliamo smetterla di denunciare il passato? Sta diventando stucchevole cercare l'ennesimo cantuccio della stanza della società industriale e scoprire ancora una volta l'accumularsi di una polvere. E' il momento di lasciar riposare per un po' la denuncia e la protesta anche perché, se siamo onesti, dobbiamo chiederci: ma noi dove eravamo in questi anni?

Vivevamo su Marte e improvvisamente siamo tornati sulla terra ed abbiamo scoperto che quegli inetti di terrestri, dopo la nostra denuncia, non aveva fatto nulla. E tocca ancora a noi risvegliare le coscienze? Certo che no! Noi abbiamo vissuto immersi in questa società. Sono anche le nostre azioni che hanno mantenuta chiusa la stanza. Lasciando accumulare e incancrenire polvere. Viene quasi da dire: l’accumularsi e l’incancrenirsi ci fa comodo perché la nostra unica competenza era il contestare. Visto che sul costruire abbiamo dato tutti pessima prova.
E non si dica che qualche potere forte, da qualche parte ha impedito che le nostre folgoranti idee liberassero la stanza dalla polvere dell’ingiustizia, del privilegio … Quelli che sembrano poteri forti lo sono solo di fronte alla nostra incapacità di costruire alternative.
Cara e vecchia società di tutti noi, dunque. Che ci ha permesso di superare secolari infelicità … Certo non tutte, certo non a tutti, certo non ugualmente, ma molto.
Cara e vecchia società dalla quale ora dobbiamo allontanarci con un pizzico di nostalgia. Portandoci dentro lo zaino che accompagna ogni viaggio tutto quello che di buono ha prodotto.
E con il passo che diventa sempre più baldanzoso a mano a mano che diventa chiaro il luogo, la nuova società verso la quale siamo diretti ..
Ma verso quale luogo vogliamo dirigerci? Quale nuova società vogliamo costruire?
Noi certo non lo sappiamo! Sappiamo solo come fare a costruirla!

Allora la nostra proposta è strana. Non abbiamo soluzioni, linee politiche, idee originali. Ma un metodo con il quale generarle.
Primo passo di questo metodo: cambiamo i linguaggi. Secondo usiamo questi nuovi linguaggi per progettare insieme .. Accidenti, mi rendo conto che mi sto avventurando in un sentiero accidentato …
Allora provo con una storiella. Pensiamo di indossare occhiali verdi e di dover dipingere una parete di un nuovo colore: il verde ci ha seccati. Ai nostri piedi abbiamo una vasta gamma di barattoli di vernice. Ma tutti i colori ci sembrano gradazioni del verde. E, così, piano piano ci sembra inutile ridipingere una stanza di un nuovo colore che potrà essere solo una gradazione di verde. Accidenti ai poteri forti che ci costringono a dipingere sempre e solo di verde …
Ma poi arriva qualcuno che ci convince che un certo barattolo contiene il rosso. Ma apparirà rosso solo quando lo stendiamo sulla parete … Così, spinti da nuova fiducia e dalla voglia di avere nuova fiducia, cominciamo a dipingere. Ma, anche dopo averlo steso sulla parete, quel colore continua ad essere l’ennesima gradazione del verde. Allora la nostra collera e massima: certo solo un grande complotto di qualche potentato molto potente ci può costringere a naufragare in un mare di verde …
Maledetti poteri forti .. .
Così attiviamo un Gruppo antiverde. Che, innanzitutto, continua ossessivamente a dimostrare che tutto è di quel verde che, oramai invece di speranza, sta a segnalare schifezza. E poi cerca di buttare via tutti i barattoli …
Cosa significa partire dai linguaggi e dal metodo per usarli?
Significa togliersi gli occhiali verdi. E riuscire così a scoprire che tutti i barattoli sono effettivamente di mille colori. Riuscendo a vedere mille colori rinasce davvero la speranza di poter dipingere diversamente la stanza. Ma non possiamo stare senza occhiali ed ogni tipo di occhiale, anche il più sofisticato, altera i colori … Anche il rosso più sfavillante sarà, poi, sempre, ideologicamente, rosso … Ed allora che fare? Impariamo a cambiare occhiali quando vogliamo vedere cose diverse. Ma, poi, come dipingiamo quella stanza? Inevitabilmente tutti insieme con occhiali diversi. Perché ognuno può portare un solo tipo di occhiali per volta. E per fare della stanza un capolavoro, sono necessari tutti i colori. Quando il dipinto a mille mani sarà finito potremmo vedere un miracolo che piacerà a tutti e che tutti potranno vederlo in modo sempre diverso. Basterà indossare gli occhiali degli altri e se ne scoprirà un bellezza diversa.
Allora il nostro programma è molto semplice. Apparirà forse banale e ininfluente: diffonderemo nuovi linguaggi ed attiveremo gruppi progettuali che li useranno per progettare i mille aspetti di una nuova società.
I linguaggi sono i modelli e le metafore che nell'ultimo secolo, provenendo sostanzialmente dalle scienze della natura, si sono aggiunti a quelli tipici della società industriale.
Il metodo con il quale li useremo sarà Sorgente Aperta …
Ma perché “balbettanti”? Perché nel progettare un nuovo mondo ci rendiamo conto che il primo esprimersi non sarà che un balbettio. E, perché “poietici”? Perché il balbettio dovrà essere fecondo. Si trasformerà certamente in storie che cominceranno ad essere vissute.
Allora anche questo manifesto è un balbettio poietico? Certamente. Speriamo di doverlo riscrivere al più presto meno balbettante e più fecondo.