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giovedì 16 marzo 2017

LETTERA APERTA AI COLLEGHI ECONOMISTI

di

Paolo Savona



Mervyn King, stimato economista, già governatore della Old Lady, ha concesso un’intervista al vetriolo su Brexit e UE. È stata accolta da un assordante silenzio da parte della nostra Accademia, sempre pronta a scagliarsi contro i suoi membri che sostengono le stesse tesi di King, anche quando sono espresse con più moderazione.. 

Pur essendo il tema centrale delle prossime elezioni incombenti sull’UE, l’intervista è stata relegata a pagina 5 del quotidiano, senza richiamo in prima. Nei giorni precedenti lo stesso giornale si è cimentato con “grandi firme” per sostenere l’opposto di ciò che sostiene King. Poiché le tesi espresse nel loro giornale non sono semplici punti di vista, ma vere e proprie linee politiche dei gruppi dirigenti italiani, ci saremmo aspettati un minimo di reazione, anche perché King era molto stimato nella nostra banca centrale e nei circoli economici.
Meglio dare una dimostrazione di essere aperti al dialogo, facendo seguire il silenzio. Ancora una volta è la confraternita degli economisti italiani a essere passiva e, quindi, conformista: meglio ignorare King che discutere le sue idee, per il vago timore che siano giuste. Gli economisti italiani avrebbero meritato d’essere destinatari da parte del Presidente della Repubblica, l’equivalente della Regina inglese, del quesito rivolto da Elisabetta II ai membri della Royal Economic Society: come mai non vi siete accorti che stava arrivando una grave crisi? Naturalmente l’oggetto del quesito sarebbe oggi l’Unione Europea nata a Maastricht e le scelte successive.
Solo un bravo giornalista, Mario Sechi, nel suo blog List, ha colto l’importanza della testimonianza e sollecitato i suoi colleghi e noi economisti a meditare sull’analisi di King, fornendo una sintesi delle tesi in essa sostenute nel caso in cui, in tutt’altre faccende affaccendati, non avessero il tempo di leggere le quattro colonne del giornale. Riporto anch’io la sintesi per tentare di vitalizzare l’attenzione (le parole sono quelle usate da King):
• “L’impatto della Brexit anche nel lungo periodo sarà molto limitato”
• “La Gran Bretagna ha il diritto di governarsi da sé”
• “Chi ha votato per la Brexit non è razzista, xenofobo o stupido”
• “Le élite hanno perso il contatto con i bisogni della gente”
• “È la Ue ad avere lasciato noi”
• “La Sterlina debole è benvenuta”
• “Draghi è in una posizione impossibile”
• “L’Eurozona precipiterà di nuovo nella crisi senza un dibattito genuino e un reale cambiamento”
• “L’unione monetaria è stata prematura senza l’unione fiscale, un terribile errore”
• I “nuovi partiti politici che incolpano l’unione monetaria… vengono liquidati come populisti, ma le loro critiche sono basate su fatti economici, che le élite non capiscono”
• L’unione fiscale costerebbe alla Germania “Il 5% del PIL indefinitamente. Perciò il conto sarà molto alto …, ma necessario per permettere ai Paesi del Sud di conservare la piena occupazione. Purtroppo i politici tedeschi sono contrari a spiegarlo ai loro cittadini”
• “Stiamo andando verso il disastro”.
Visto che non volete rispondere al quesito che i pochi colleghi che la pensano più o meno come King vi rivolgono da tempo o, meglio, vi siete collocati in maggioranza nel solco tracciato dai gruppi dirigenti del Paese di pagare qualsiasi costo pur di rimanere nell’euro mal costruito e nei vincoli dell’UE, approfondendoli, vedetevela con queste affermazioni di un illustre economista, oltre che serio civil servant.
Invero in passato ci fu anche il documento firmato da sette Premi Nobel sull’insostenibilità dell’euro, che avete accantonato perché dava fastidio culturale o forse perché credete di capire meglio di loro come stanno le cose. Neanche la realtà che vi circonda fiacca le vostre posizioni precostituite. Molti dei giudizi espressi da King sono stati oggetto da parte mia di pacate valutazioni e non devo essere io a rispondere. Mi soffermo solo su un punto, quello che l’attuale gestione dell’UE danneggi il Sud.
Da tempo sono costernato del sostegno che i Sindacati dei lavoratori danno alla tesi di stare nell’UE e nell’euro perché ritengono che uscire danneggerebbe i lavoratori, trascurando di valutare il danno ulteriore per tutti (dato che quello pagato dai disoccupati non basta) del restarci così com’è. Essi si accontentano di politiche compensative da parte di Governi che non sanno affrontare il problema, limitandosi ad affermare che non bastano: accettano infatti gli 80 euro ai giovani, i 500 euro agli studenti, i 450 euro ai poveri e i 200 euro per ogni nuovo nato e così via. Sono inoltre attratti da un salario di cittadinanza o termini simili senza collocarlo in una linea di azione di sviluppo e di compatibilità volta a rimuovere i problemi, non a perpetuarli. Perché avete chiuso la porta agli eredi di Ezio Tarantelli?
Cari colleghi, ritengo che la nostra professione abbia gravi responsabilità perché pecca di indipendenza di pensiero e di coscienza civile. Dovete quindi dare una risposta ai punti sollevati da Mervyn King.

mercoledì 7 ottobre 2015

“Si sta come d’autunno …

di
Francesco Zanotti

Risultati immagini per cadono le foglie

…sugli alberi le foglie”, scriveva Ungaretti dei soldati impegnati nelle trincee della  prima guerra mondiale.
Ma vale anche per la nostra condizione odierna. Stiamo cercando disperatamente di conservare, ma ci riusciamo come le foglie ingiallite dell’autunno riescono a stare attaccate all’albero …
Pensiamo che i giganti siano forti ed eterni ed allora ecco i casi Wolkswagen e Social network.
Il primo caso è sulla bocca di tutti. Il secondo consiste in una sentenza ottenuta da uno studente austriaco (Max Schrems) che ha ottenuto dalla Corte Europea di Giustizia che ha bocciato il sistema di trasferimento di dati da Ue a USA e che usano Google, Facebook e tantissime imprese.
Pensiamo che le enclave di provincia siano roccaforti inespugnabili. Ed ecco il caso della Popolare Vicentina finita nella polvere.
Pensiamo che le parti sociali siano anche loro forti ed eterne, ed ecco la lite tra Confindustria e i Sindacati che rischia di delegittimare entrambi.
Sbandieriamo una ripresa (pur modesta) come l’annuncio di “magnifiche sorti e progressive” e il FMI ci parla di una recessione mondiale che ci minaccia.
Abbiamo organizzato un grande Evento commerciale (Expo 2015), ma se ne guardiamo le risultanze culturali (la Carta di Milano) c’è da vergognarci.
Neanche più la guerra si salva. Non si sa bene chi siano amici e nemici. E, quando pensiamo di averli individuati, subito dopo cambiano aspetto. Vogliamo bombardare insieme alla Russia, ma non siamo d’accordo su chi bombardare e nel frattempo comminiamo all’alleato russo sanzioni.

Quando cominceremo a capire che è necessario iniziare a progettare una nuova società?

mercoledì 18 settembre 2013

Lettera aperta Franco Moscetti e Giovanni Floris

di
Francesco Zanotti


Ho sentito con emozione l’intervento del Dott. Moscetti ieri sera a Ballarò. Emozione perché sono della Sua generazione e condivido la sua autodenuncia di fallimento.
Ma voglio fare un passo avanti: abbiamo fallito fino ad ora, ma possiamo riscattarci! Anzi abbiamo ancora una chance importante per riscattare la nostra storia. Possiamo attivare un grande processo di auto-cambiamento ed arrivare ad essere la prima generazione della storia che riesce a tramandare ai propri figli e nipoti il seguente messaggio: sono stato ignavo, ma sono riuscito a capirlo e sono riuscito a cambiare.
Mi permetto di indicare l’area fondamentale di cambiamento che possiamo attuare immediatamente: cambiare i sistemi di conoscenze che attualmente utilizziamo e che sono del tutto inadatti a comprendere e governare il mondo che si è affacciato al nuovo millennio.
E’ vero che abbiamo incespicato gravemente, ma non è accaduto perché è scesa una pesantissima nebbia che ci ha impedito di vedere. E’ accaduto perché ci si sono appannati gli occhiali. Purtroppo noi non ce ne accorgiamo e pensiamo che la patina che oscura il nostro sguardo sia la confusione del mondo.
E’ accaduto perchè sappiamo usare linguaggi (modelli, schemi di riferimento) molto poveri che ci permettono solo di balbettare banalità, di urlare invettive immersi nella nebbia che sta nei nostri occhi.
Il problema non è nel mondo. Il problema sono le modalità con cui guardiamo e ragioniamo del mondo. Siamo come colui che vuole aggiustare il televisore, ma lo prende a martellate perché pensa che sia ancora il teatrino delle marionette.
Faccio degli esempi.
L’attuale classe dirigente è, complessivamente, ancora totalmente succube della visione del mondo propria della fisica e della matematica classica che sono del tutto inadatte a ragionare e progettare intorno a società complesse. Sono del tutto ignoranti dei modi di pensare e di ragionare della nuova matematica, della nuova fisica, della nuova biologia che permetterebbero loro di capire la realtà profonda dei sistemi umani e suggerire nuove modalità per governarli.
Le attuali classi economiche sono del tutto all'oscuro delle conoscenze di strategia d’impresa e di sviluppo delle organizzazioni.
Basta guardare la nostra analisi dei Business Plan delle società dellaBorsa di Milano per capire il gap tra le conoscenze di strategia d’impresa disponibili e quelle utilizzate. E basta guardare al mito della competitività che resiste inalterato nonostante sia oramai acclarato che è proprio la ricerca della competitività che genera la competizione.
Il caso più eclatante di refrattarietà alla conoscenze strategico-organizzative è quello della FIAT che si ostina a voler competere copiando gli avversari. In quale altro mercato un competitor copia le modalità di sviluppo e di gestione del suo concorrente più temibile, quando vi sono conoscenze molto più avanzate disponibili che potrebbero permettere alla stessa FIAT di costruire un radicalmente nuovo mercato dell’auto?
Le classi politiche e sindacali sono del tutto all'oscuro delle conoscenze sociologiche e politologiche. Rimangono ancorate a dibattiti infantili o ottocenteschi. E si cincischiano nell'immaginare riforme istituzionali che non possono essere il punto di partenza per costruire una nuova società. Ma possono essere solo definite ex-post quando la nuova società la si è già cominciata costruire dal basso.

Dopo gli esempi (che davvero sono solo tre tra i moltissimi possibili) allora la proposta, per riscattare una classe dirigente che è stata colpevole, ma che è ancora in sella, è semplice: impegniamoci a diffondere presso le classi dirigenti quelle nuove conoscenze che possono permettere un salto di qualità nella capacità di vedere e ragionare sul mondo.

Noi abbiamo fondato una Associazione che ha lo scopo di organizzare una grande Expo della Conoscenza che abbia lo scopo di raccogliere e mettere a confronto le nuove conoscenze apparse negli ultimi cento anni in tutte le scienze umane e naturali, nelle filosofie e nelle religioni. Così facendo si forniranno alle classi dirigenti nuovi occhiali e nuovi linguaggi. E, forse, si riusciranno a mettere in onda talk show dove prevalga lo scambio di conoscenze e la progettualità solidale invece che la ricerca di scoop, l’impegno a fare domande imbarazzanti, il compiacimento per le liti starnazzanti che si riescono a scatenare.

Signori, che ne dite della proposta della nostra Associazione?

mercoledì 12 settembre 2012

Telefoni e produttività … Ma non si sente uno stridio assordante????


di
Francesco Zanotti


Sulla prima pagina del Corriere di oggi sono pubblicati due articoli che mandano due messaggi opposti. Il primo indica un conflitto insanabile che sarà foriero di scontri sociali. Il secondo indica la strada per trasformare questo conflitto in alleanza per lo sviluppo.

Cominciamo dal secondo. Il titolo è “Se un telefono vale un punto di Pil”. L’articolo riassume uno studio di JP Morgan: sostiene che, direttamente ed indirettamente, la proposta sul mercato dell’iPhone 5 (che sarà presentato oggi) genererà un aumento da un terzo di punto allo 0,5% del Pil americano del terzo trimestre del 2012. Cioè: la vendita di un prodotto con le stesse caratteristiche strategiche, costruito in Italia, trasformerebbe la nostra recessione in sviluppo. Non sottovaluto i problemi rilevati dal giornalista sulle inumane modalità di produzione dell’assemblatore cinese di Apple. Ma dico che se in Italia si ideasse un prodotto con quell’impatto sul mercato, non lo si produrrebbe a quel modo.

Ed arriviamo al conflitto insanabile. E’ un articolo di Enrico Marro “Il grande scambio flessibilità-salario”. Egli racconta del futuro “dialogo” tra il Governo e le parti sociali sul tema del lavoro. E rivela quella che viene considerata l’inevitabile l’ipotesi di fondo: se non si aumenta la produttività (affiancata dalla immancabile competitività, anche se nessuno sa dare una definizione professionalmente significativa di “competitività”) non si possono aumentare i salari.

Dove è lo stridio assordante … Meglio: una mancanza di visione sconcertante?

venerdì 22 giugno 2012

Pomigliano: diritti o opportunità?

di
Francesco Zanotti


Se non usciamo dalla logica del conflitto, non solo sprechiamo opportunità, ma anche non riusciremo a garantire i diritti …
Sto evidentemente parlando del caso Pomigliano.
La mia tesi è un po’ particolare, ma potrebbe essere risolutiva del conflitto e capace di avviare sviluppo. Ma sembra che tutti siano più interessati a vivere il confitto e nutrirsi della speranza infantile di vincerlo.

Partiamo dalla competizione nel settore auto. La FIAT deve confrontarsi con i suoi concorrenti sulla produttività. Supponiamo che sia così. Per competere sta immaginando che la produttività sia raggiungibile solo imitando Toyota e il suo “World Class Manufacturing”. Detto più brutalmente: usando la via primitiva della “spremitura”. Non dei limoni, ma delle persone.
Ora è possibile immaginare un sistema di produzione completamente diverso, molto più efficiente ed efficace del mondo Toyota, cercando di capire di cosa “è fatta” esattamente una organizzazione. Un'organizzazione è fatta di una parte formale e di una parte informale. Ora, il metodo Toyota ragiona sostanzialmente solo sull'organizzazione formale. Quando parla di quella informale (considerandone solo la dimensione individuale e non quella collettiva) lo fa con la stessa modalità con la quale parla della organizzazione  formale.
Cercando di capire come “funziona” l’organizzazione informale e come la si può gestire, si potrebbe costruire una organizzazione molto più efficiente ed efficace di quella di Toyota. Se si ragiona sulla organizzazione informale si capisce come il vero guaio siano i rapporti conflittuali. Essi vanno abbandonati e
sostituiti con un coinvolgimento progettuale dei lavoratori. E non perché così si sembra più buoni, ma perché si usa una cultura organizzativa molto più avanzata di quella utilizzata dal concorrente più temibile.
In sintesi, occorre chiedere alla FIAT di aggiornare la sua cultura organizzativa perché, se non lo fa, non solo costringe i lavoratori ad essere conflittuali, ma non riesce neanche a fare l’interesse degli azionisti. E il sindacato dovrebbe chiedere a gran voce che la FIAT cambi la sua organizzazione. Dovrebbero cercare una alleanza con gli azionisti con i quali esiste solo concordanza di interessi.

Ma poi …

giovedì 29 marzo 2012

Sta accadendo quello che è accaduto a Berlusconi

di
Francesco Zanotti


Non si può che essere d’accordo con Bersani., quando sostiene che sia i tecnici sia i politici devono stare attenti perché esiste una Italia che può decidere di prendere a schiaffoni sia gli uni che gli altri.

Vorrei aggiungere alcune cose per indicare una modalità di governo diversa da quella utilizzata dal governo attuale.
Una delle conseguenze della modalità di governo “scelta” da Monti è quello di essere riusciti a compattare e motivare un forte dissenso: quattro sindacati che manifesteranno insieme … Chi ha qualche anno di più, sa da dove viene l’UGL e che anni fa la CGIL non avrebbe mai partecipato a nulla insieme a questo sindacato.

E il processo di coagulazione di un forte dissenso proseguirà. Le ragioni sono sistemiche.

martedì 13 marzo 2012

Ancora sul lavoro: ma cosa fanno i lavoratori?

di
Francesco Zanotti


Sono giorni cruciali per affrontare il problema del lavoro. Una soluzione sembra difficile, ma perché?
Io credo perché non si sa cosa facciano le persone sul lavoro.
Ma che diamine, lavorano, mi risponderanno i miei 25 lettori. Ecco non fanno solo quello! In realtà le persone in una impresa costruiscono ogni giorno l’organizzazione reale, rendono visibile la strategia dell’impresa.
Il management tradizionale (Marchionne compreso) è convinto che i lavoratori, invece, siano solo strumenti di produzione. E un po’ lo pensano anche i sindacati. Ma se sono solo strumenti di produzione è chiaro che devono costare il meno possibile. E non si può che scatenare una battaglia tra chi li deve far costare il meno possibile (l’impresa) e chi deve cercare di far avere loro il massimo possibile (cioè i sindacati).
Pensate, invece, che i lavoratori costruiscono ogni giorno quella organizzazione informale (relazioni, valori etc.) che costituisce la “semantica” della organizzazione formale, quella che la fa funzionare o meno. Allora diventano alleati preziosi per progettare una organizzazione del lavoro ben più avanzata di quel Toyota System che è davvero molto primitivo. Possono diventare anche alleati preziosi per costruire innovazione strategica profonda.
Se pensate ai lavoratori come partner progettuali, le cose cambiano radicalmente. Il management ed i sindacati dovrebbero studiare come poter utilizzare al meglio le potenzialità progettuali dei lavoratori, invece di combattere su qualche soldo o qualche minuto di lavoro in più o in meno.

lunedì 17 gennaio 2011

La FIAT: né sì, né no…Ma: diverso!

di
Francesco Zanotti

La tesi che voglio proporre all’attenzione del lettore è brutalmente semplice.
Non ha vinto nessuno. Due classi dirigenti (quella FIAT e quella Sindacale) hanno scelto di scontrarsi. Così hanno aggravato il problema e sono riusciti a nascondere a tutti quella grande opportunità che è costituita dalle nuove conoscenze disponibili per costruire una nuova impresa e nuovi mercati, per ripensare in modo radicalmente diverso dal passato alle sfide del cambiamento strategico ed organizzativo. E per impostare in modo radicalmente diverso l’annosa, dibattuta, ma mai vinta sfida della rappresentatività.

Ecco la “dimostrazione” della mia tesi. Che inizia con il raccontare una storia …

Si narra che in una grande azienda metalmeccanica vi fossero due operai che, ad ogni cambio di attrezzo di una certa macchina, si impegolavano in discussioni lunghe e difficili. Ad ogni spettatore di queste dispute la materia del contendere sembrava sempre molto flebile. Immediatamente, si intuiva che la contrapposizione di contenuto era solo uno strumento per esprimere il disagio che queste due persone provavano nel relazionarsi tra di loro.

Questa diatriba a puntate generava problemi non solo di produttività, ma anche di sicurezza e di qualità del prodotto.

In ogni giornata lavorativa di “grane”di questo tipo se ne manifestavano a bizzeffe, in ogni angolo dell’organizzazione. Solo per fare qualche altro esempio, ma davvero solo qualcuno: opinioni diverse, ma rigide ed ideologiche, che portavano a scontri continui; scorie ideologiche che generavanopregiudiziali atteggiamenti anti-impresa, desideri di auto realizzazione che si sfogavano in trasgressione delle regole, comprese quelle di sicurezza; meccanismi sociali negativi come la ricerca dal capro espiatorio, il formarsi di gruppi chiusi, difensivi.

Tutte queste “grane” erano la causa più rilevante di scarsa produttività, scarsa sicurezza, scarsa qualità. Come si dice oggi, queste grane erano l’ostacolo più rilevante all’acquisizione di competitività.

Come ha affrontato il problema questa impresa?

...continua

Ce ne stiamo accorgendo a colpi di crisi ricorrentesi in ogni dimensione dell'umano. E' evidente che dovunque guardiamo c'è qualcosa che, gravemente, non va: lo sviluppo economico, la povertà, il rapporto con la natura, la soddisfazione sul lavoro e le profonde esigenze di realizzare una vita degna... E allora vogliamo smetterla di denunciare il passato? Sta diventando stucchevole cercare l'ennesimo cantuccio della stanza della società industriale e scoprire ancora una volta l'accumularsi di una polvere. E' il momento di lasciar riposare per un po' la denuncia e la protesta anche perché, se siamo onesti, dobbiamo chiederci: ma noi dove eravamo in questi anni?

Vivevamo su Marte e improvvisamente siamo tornati sulla terra ed abbiamo scoperto che quegli inetti di terrestri, dopo la nostra denuncia, non aveva fatto nulla. E tocca ancora a noi risvegliare le coscienze? Certo che no! Noi abbiamo vissuto immersi in questa società. Sono anche le nostre azioni che hanno mantenuta chiusa la stanza. Lasciando accumulare e incancrenire polvere. Viene quasi da dire: l’accumularsi e l’incancrenirsi ci fa comodo perché la nostra unica competenza era il contestare. Visto che sul costruire abbiamo dato tutti pessima prova.
E non si dica che qualche potere forte, da qualche parte ha impedito che le nostre folgoranti idee liberassero la stanza dalla polvere dell’ingiustizia, del privilegio … Quelli che sembrano poteri forti lo sono solo di fronte alla nostra incapacità di costruire alternative.
Cara e vecchia società di tutti noi, dunque. Che ci ha permesso di superare secolari infelicità … Certo non tutte, certo non a tutti, certo non ugualmente, ma molto.
Cara e vecchia società dalla quale ora dobbiamo allontanarci con un pizzico di nostalgia. Portandoci dentro lo zaino che accompagna ogni viaggio tutto quello che di buono ha prodotto.
E con il passo che diventa sempre più baldanzoso a mano a mano che diventa chiaro il luogo, la nuova società verso la quale siamo diretti ..
Ma verso quale luogo vogliamo dirigerci? Quale nuova società vogliamo costruire?
Noi certo non lo sappiamo! Sappiamo solo come fare a costruirla!

Allora la nostra proposta è strana. Non abbiamo soluzioni, linee politiche, idee originali. Ma un metodo con il quale generarle.
Primo passo di questo metodo: cambiamo i linguaggi. Secondo usiamo questi nuovi linguaggi per progettare insieme .. Accidenti, mi rendo conto che mi sto avventurando in un sentiero accidentato …
Allora provo con una storiella. Pensiamo di indossare occhiali verdi e di dover dipingere una parete di un nuovo colore: il verde ci ha seccati. Ai nostri piedi abbiamo una vasta gamma di barattoli di vernice. Ma tutti i colori ci sembrano gradazioni del verde. E, così, piano piano ci sembra inutile ridipingere una stanza di un nuovo colore che potrà essere solo una gradazione di verde. Accidenti ai poteri forti che ci costringono a dipingere sempre e solo di verde …
Ma poi arriva qualcuno che ci convince che un certo barattolo contiene il rosso. Ma apparirà rosso solo quando lo stendiamo sulla parete … Così, spinti da nuova fiducia e dalla voglia di avere nuova fiducia, cominciamo a dipingere. Ma, anche dopo averlo steso sulla parete, quel colore continua ad essere l’ennesima gradazione del verde. Allora la nostra collera e massima: certo solo un grande complotto di qualche potentato molto potente ci può costringere a naufragare in un mare di verde …
Maledetti poteri forti .. .
Così attiviamo un Gruppo antiverde. Che, innanzitutto, continua ossessivamente a dimostrare che tutto è di quel verde che, oramai invece di speranza, sta a segnalare schifezza. E poi cerca di buttare via tutti i barattoli …
Cosa significa partire dai linguaggi e dal metodo per usarli?
Significa togliersi gli occhiali verdi. E riuscire così a scoprire che tutti i barattoli sono effettivamente di mille colori. Riuscendo a vedere mille colori rinasce davvero la speranza di poter dipingere diversamente la stanza. Ma non possiamo stare senza occhiali ed ogni tipo di occhiale, anche il più sofisticato, altera i colori … Anche il rosso più sfavillante sarà, poi, sempre, ideologicamente, rosso … Ed allora che fare? Impariamo a cambiare occhiali quando vogliamo vedere cose diverse. Ma, poi, come dipingiamo quella stanza? Inevitabilmente tutti insieme con occhiali diversi. Perché ognuno può portare un solo tipo di occhiali per volta. E per fare della stanza un capolavoro, sono necessari tutti i colori. Quando il dipinto a mille mani sarà finito potremmo vedere un miracolo che piacerà a tutti e che tutti potranno vederlo in modo sempre diverso. Basterà indossare gli occhiali degli altri e se ne scoprirà un bellezza diversa.
Allora il nostro programma è molto semplice. Apparirà forse banale e ininfluente: diffonderemo nuovi linguaggi ed attiveremo gruppi progettuali che li useranno per progettare i mille aspetti di una nuova società.
I linguaggi sono i modelli e le metafore che nell'ultimo secolo, provenendo sostanzialmente dalle scienze della natura, si sono aggiunti a quelli tipici della società industriale.
Il metodo con il quale li useremo sarà Sorgente Aperta …
Ma perché “balbettanti”? Perché nel progettare un nuovo mondo ci rendiamo conto che il primo esprimersi non sarà che un balbettio. E, perché “poietici”? Perché il balbettio dovrà essere fecondo. Si trasformerà certamente in storie che cominceranno ad essere vissute.
Allora anche questo manifesto è un balbettio poietico? Certamente. Speriamo di doverlo riscrivere al più presto meno balbettante e più fecondo.