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venerdì 28 ottobre 2016

Confindustria e archeologia museale

di
Francesco Zanotti
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Mi riferisco all’intervento di Vincenzo Boccia a Napoli … Mecenatismo è la parola che mette insieme a cultura … Ma … perché la strategia d’impresa non è cultura? Un Business Plan non può essere un’opera d’arte? Un’impresa non può essere anch’essa un’opera d’arte? Più in generale, tutta la scienza non è cultura?

In realtà ha parlato di bellezza, arte e cultura con una genericità da far paura. Come se queste parole fossero sinonimi. E alla fine indicassero quello straordinario patrimonio che i nostri avi ci hanno lasciato e che noi possiamo solo ammirare, valorizzare (per qualificare imprese asfittiche) e raccontare ma mai arricchire.
Noi eravamo arte ed ora siamo capannoni vuoti, viene da dire. Dobbiamo raccontare le bellezze, l’arte e la cultura del passato è sperare che comprino quello che esce dai nostri capannoni perché ci accorgiamo che interessa sempre meno. E’ necessaria una pittata di bellezza, arte e cultura alle nostre cianfrusaglie, sembra dire il Presidente di Confindustria, altrimenti non le vendiamo.
Invece … Molti nostri prodotti sono bellezza, arte e cultura. Sono frutto di imprenditori che hanno progettato avendo in mente bellezza, arte e cultura. Molte nostre imprese sono bellezza, arte e cultura …
E le altre?

domenica 28 febbraio 2016

Il Papa, la Confindustria e la conoscenza

di
Francesco Zanotti
Presidente ApEC

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Ovviamente non c’ero, ma dai giornali mi sembra di aver colto un fondo di grande emozione e di voglia di “bontà” nell’incontro tra Papa Francesco e Confindustria. Lasciatemi usare questa parola antica ed un po’ intimista per indicare un sentimento personale di retta e profonda voglia di bene.
Ma, nello stesso tempo, dai resoconti dei giornali non si fatica a cogliere una tensione tra l’ideale e il contingente. Sì, tutti vogliamo (e credo che il desiderio sia profondo e per nulla strumentale) ... lasciatemi usare un’altra espressione un po’ intimista, ma da rivalutare .. vogliamo un nuovo e diverso bene comune. E tanti industriali lo hanno sempre voluto e negli anni del boom costruito. Già Pasquale Gallo Direttore generale dell’Alfa Romeo nel primo dopo guerra si chiedeva: “Ma dovremmo fare industria sulla miseria degli italiani?”.
Ma ora questo bene comune sembra diventare sempre più difficile. Sintetizzo una possibile obiezione: “Ma come faccio a dare un contributo al bene comune quando la mia azienda non produce cassa e non riesco neanche più a pagare non solo gli operai, ma neanche le tasse?”.
Io credo che Papa Francesco, abbiamo individuato il problema e, così, facendo ha indicato la soluzione, nella sua Laudato sì: “Il problema è che non disponiamo ancora della cultura necessaria per affrontare questa crisi”.
Si costruisce sviluppo quando si costruisce anche una nuova visione della società. Oggi noi non costruiamo sviluppo perché non abbiamo nessun modello sociale di riferimento. E non abbiamo le risorse cognitive necessarie per comprendere che la sfida è proprio questa ed affrontarle.
Mi devo correggere: queste risorse cognitive mancano alle classi dirigenti, ma sono disponibili nella società.
Allora se veramente le classi dirigenti attuali vogliono coniugare il bene con il contingente devono fare una cosa semplicissima. Mettersi a “studiare”. Cioè appropriarsi di risorse cognitive indispensabili ma che non sono nella loro disponibilità. I nostri blog oramai sono una sorta di enciclopedia di risorse cognitive non utilizzate, ma preziosissime. Abbiamo ora anche iniziato a pubblicare libri …
Ma non siamo sempre a contrapporre ideale e concretezza dei problemi? No! Perché proprio gli industriali possono pensare di tornare a produrre ricchezza solo attivando una nuova progettualità strategica. E per farlo servono risorse cognitive di cui non dispongono: le conoscenze e le metodologie di strategia d’impresa. Solo se le acquisiranno e le useranno ritorneranno a produrre concretamente ricchezza, cioè cassa.



mercoledì 7 ottobre 2015

“Si sta come d’autunno …

di
Francesco Zanotti

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…sugli alberi le foglie”, scriveva Ungaretti dei soldati impegnati nelle trincee della  prima guerra mondiale.
Ma vale anche per la nostra condizione odierna. Stiamo cercando disperatamente di conservare, ma ci riusciamo come le foglie ingiallite dell’autunno riescono a stare attaccate all’albero …
Pensiamo che i giganti siano forti ed eterni ed allora ecco i casi Wolkswagen e Social network.
Il primo caso è sulla bocca di tutti. Il secondo consiste in una sentenza ottenuta da uno studente austriaco (Max Schrems) che ha ottenuto dalla Corte Europea di Giustizia che ha bocciato il sistema di trasferimento di dati da Ue a USA e che usano Google, Facebook e tantissime imprese.
Pensiamo che le enclave di provincia siano roccaforti inespugnabili. Ed ecco il caso della Popolare Vicentina finita nella polvere.
Pensiamo che le parti sociali siano anche loro forti ed eterne, ed ecco la lite tra Confindustria e i Sindacati che rischia di delegittimare entrambi.
Sbandieriamo una ripresa (pur modesta) come l’annuncio di “magnifiche sorti e progressive” e il FMI ci parla di una recessione mondiale che ci minaccia.
Abbiamo organizzato un grande Evento commerciale (Expo 2015), ma se ne guardiamo le risultanze culturali (la Carta di Milano) c’è da vergognarci.
Neanche più la guerra si salva. Non si sa bene chi siano amici e nemici. E, quando pensiamo di averli individuati, subito dopo cambiano aspetto. Vogliamo bombardare insieme alla Russia, ma non siamo d’accordo su chi bombardare e nel frattempo comminiamo all’alleato russo sanzioni.

Quando cominceremo a capire che è necessario iniziare a progettare una nuova società?

mercoledì 22 ottobre 2014

Professori e imprenditori: grande confusione cognitiva!

di
Francesco Zanotti


Due affermazioni mi hanno letteralmente basito. E vieppiù convinto che la nostra crisi è solo cognitiva.
Scrive un Signore, che è pure professore alla Bocconi, parlando di minibond, una modalità di finanziamento delle imprese: “L’economia italiana cresce a tassi troppo bassi per far nascere una vera domanda di investimenti da parte delle imprese”.
Ma a me sembra proprio che valga il contrario. Sono gli investimenti che fanno crescere l’economia. Se le imprese attendono che l’economia cresca per investire, quel giorno non verrà mai! 
Ancora, il Presidente di Confindustria: “le riforme vanno bene, ma se non ripartono i mercati sono inutili.”. Ma non è stato detto fino a ieri il contrario? Cioè che servono le riforme per far ripartire l’economia? Per carità io sono d’accordo che le riforme non servono a sviluppare l’economia, ma fino a oggi hanno detto tutti esattamente il contrario, compreso il Presidente di Confindustria.

Grande è la confusione cognitiva sotto il nostro sole.



sabato 30 agosto 2014

Aspettando il 10 ottobre Obama e Renzi: il non avere.

di
Francesco Zanotti


Il primo (Obama) non ha una strategia per la Siria (cioè per il Medio Oriente): parola di se stesso.
Il secondo (Renzi) non ha un progetto per il Paese: parola di Giorgio Squinzi.
Verrebbe da dire: la volontà e l’energia di cambiamento senza contenuti.
“Yes, we can” … ma cosa? Nel cercare di decidere cosa Obama è invecchiato.
Ricordo un post di questo bolg di quattro anni fa “Obama e i sogni piccoli piccoli”
Allora oggi? Come diceva inascoltato quel post, noi stiamo sviluppando un progetto per questo Paese: lo abbiamo chiamato “Expo della Conoscenza”. Lo presenteremo il 10 di ottobre con il patrocinio della Provincia di Milano e del Parlamento del Mediterraneo.
Ne anticiperemo i contenuti in questo blog.
La proposta complessiva? Occorre cambiare la struttura cognitiva della società attuale. Il buttare una nuova struttura cognitive in una società è il modo più veloce ed efficace per costruire un nuovo sviluppo etico ed estetico. Rinascimento docet.


giovedì 20 giugno 2013

Mettiamo … la retorica del Rinascimento

di
Francesco Zanotti




Scrivevo pochi giorni fa con, non lo nego, un pizzico di speranza della “passione” con cui Marchionne all’Assemblea di Confindustria Firenze aveva prefigurato la necessità di un nuovo Rinascimento.
Il pizzico di speranza mi ha spinto a scrivergli per dire quello che tutti coloro che seguono Balbettanti Poietici hanno letto: come si fa a generare Rinascimenti.
La risposta è stata relazionalmente ineccepibile: pronta a cortese. Frutto di una segreteria di grande professionalità. Il contenuto è stato sorprendente: il tema non è di nostro interesse. Avrei capito contenuti del tipo: hai sbagliato, hai fatto un discorso puerile.
Il “non ci interessa”, detto di un tema che Marchionne aveva emozionalmente presentato come chiave, lo capisco meno.
E mi vengono in mente alcune osservazioni.
Amici, il problema non è nella finanza. Il problema è nella retorica.
La nostra classe dirigente è stata educata ad un volto pubblico, fatto di idealità. E a comportamenti privati che non c’entrano con le idealità. Il fine giustifica i mezzi, gli interessi degli Azionisti prima di tutto. Il resto è folklore … forse, ma …
Ecco, giusto agli Azionisti interesserà un articolo apparso oggi sul Sole 24 Ore a firma di Roberto Da Rin. Riguarda il Brasile Brasile, il miracolo interrotto si intitola. Parla delle crescenti proteste di piazza e sostiene “La crescita economica […] ha trascinato fuori dalla miseria 30milioni di brasiliani. Ma ha conferito loro lo status di consumatori, non di cittadini.”

La mia interpretazione? Signori Azionisti, volete continuare a vendere nel futuro prodotti da quelle parti? Rimettete insieme idealità e concretezza. Costruite nuove concretezze che nascono da più profonde idealità … Altrimenti vi troverete non clienti fuori dai concessionari. Ma una, cento, mille FIOM dentro le fabbriche.

venerdì 14 giugno 2013

Mettiamo … un Rinascimento

di
Francesco Zanotti



L’ultimo è stato Marchionne ieri all’Assemblea di Confindustria Firenze … A far cosa? Ma, a dichiarare che dobbiamo attivare un nuovo Rinascimento. Rinascimento sembra essere la nuova parola magica. Sta scalzando anche la parola competitività.
E io ne sono entusiasta. Ma … come si fa a creare Rinascimenti?
Per rispondere guardiamo alle “cose da fare” che vengono proposte. Sono utili e necessarie … forse. Certo è utile ridurre il costo del lavoro … Un po’meno certa è l’utilità delle riforme. Il sociologo scandinavo N. Brunsson, esperto delle riforme dello Stato Sociale (e da quelle parti ne sanno qualcosa), dice che le riforme hanno come unico obiettivo quello di riformare se stesse …
Ma supponiamo che si abbia il costo del lavoro più basso del mondo e lo stato sociale meno costoso e più performante del mondo, basta questo per far nascere un nuovo Rinascimento?
Per rispondere andiamo a percorrere le strade di Toscana, ai tempi del Rinascimento. A cominciare dalla rivoluzione di Giotto nei primi del ‘300 … fino all’Accademia Platonica .. . poi su su dalla Milano di Leonardo, alla Roma di Michelangelo ... per tutta l’Europa. Cosa è accaduto? Che nel mondo medioevale si è buttata (si è fatta rivivere) la cultura classica. E questa nuova linfa ha generato un fiorire di capolavori umani.
Allora è chiaro cosa bisogna fare: occorre buttare nella nostra società industriale una nuova visione del mondo. Difficile a farsi? No! Noi (Associazione per l’Expo della Conoscenza) abbiamo un progetto per costruire e diffondere nella società italiana una nuova visione del mondo. Meglio, per fare dell’Italia il luogo dove si crea e si diffonde una nuova visione del mondo. Lo abbiamo chiamato Expo della Conoscenza. Il lettore interessato può leggere di questo progetto sia una versione light che una versione più completa sul nostro blog oppure sul sito www.expodellaconoscenza.org . 
 Sarà questo creare e diffondere che attiverà un nuovo Rinascimento. Ci piacerebbe che tutti coloro che hanno davvero la voglia di creare un nuovo Rinascimento lo leggano. Non chiediamo che ci diano una mano a realizzarlo. Solo che lo leggano …



sabato 9 giugno 2012

Santa Margherita 2012 … Si può dire di più …

di
Francesco Zanotti

I giornali riportano due auspici nati dentro, intorno, all’Assemblea dei Giovani di Confindustria: la necessità di un Progetto di Futuro per il nostro Sistema Paese e la necessità di una rivoluzione culturale.

Auspici alti e nobili. Ma vorrei provare ad aggiungere una qualche sostanza di più.

Un Progetto di Futuro (che faccia, immagino, da habitat per lo sviluppo di un nuovo sistema industriale) non può essere solo fatto di Riforme Istituzionali.
Dovrebbe contenere, innanzitutto, la visione specifica, italiana (dal punto di vista delle specificità del nostro Popolo e della sua Storia), della situazione del nostro Pianeta e della società umana che lo abita, nelle sue dimensioni tecnologica, economica, sociale, politica, istituzionale e culturale.
Dovrebbe, poi, contenere la specifica mission che l’Italia si vuol dare per costruire il futuro del Pianeta e della comunità umana. Questa mission dovrebbe essere specificata nelle dimensioni economica (quale industria, quali sistemi distributivi e di trasporto distribuzione, quale finanza, quali servizi etc.), sociale (quale sistema di welfare, ad esempio), politico (quale ruolo vuole avere l’Italia nel processo di “emergenza” di un nuovo necessario ordine mondiale), istituzionale (come deve essere un sistema di istituzioni per concretizzare questo nuovo ordine mondiale), culturale (a quale visione del mondo ci ispiriamo, quale contributo vogliamo dare alla costruzione di una nuova visione del mondo). E, poi, dovrebbe contenere tutte le cose da fare per realizzare la mission individuata all’interno della visione della società umana e della Natura.

Un rivoluzione culturale non può essere solo la comprensione dei trend di sviluppo delle attuali tecnologie all’interno dell’attuale visione della scienza. Ma può essere solo (come declinazione del Progetto di Futuro sopra citato) la costruzione di una nuova visione della conoscenza, della scienza, della tecnologia e della ricerca. Oggi conoscenza, scienza, tecnologia e ricerca sono parole alla ricerca di significati nuovi. Una rivoluziona culturale può essere solo una proposta per questi nuovi significati.
A valle, nel piccolo, una rivoluzione culturale deve essere anche la costruzione di una nuova cultura d’impresa che sappia leggere la complessità dell’impresa stessa, ne “veda” i processi evolutivi e ne individui le modalità di Governo. Ancora più nello specifico, deve essere la proposta di una nuova cultura strategica che guidi l’impresa a immaginare progetti imprenditoriali e non competitivi.

mercoledì 1 giugno 2011

Draghi … sistemicamente “biased”- Parte prima


di
Francesco Zanotti

Il riferimento, ovvio, è all’Assemblea della Banca d’Italia di ieri. Ed alle “Considerazioni finali” del Governatore Mario Draghi.

Il giudizio che mi sento di esprimere è fondato su conoscenze diffuse di “sistemica”. Usando conoscenze avanzate di sistemica si potrebbe dire molto di più. Ma voglio fermarmi al noto e consolidato.

Il mio giudizio è: le proposte del Governatore hanno senso all’interno della realtà sistemica nella quale vive. Non nella realtà sistemica (gli spazi competitivi) nelle quali vivono le imprese.

Provo a spiegarmi.


Draghi immagina che esistano analisi oggettive e proposte che possono essere dimostrate scientificamente migliori delle altre. E propone le proprie analisi ed avanza le proprie proposte con l’intima convinzione che siano “vere” ed “inevitabili”.
La teoria dei sistemi spinge a pensare che questo punto di vista sia … errato… Ma non solo la teoria dei sistemi,anche le scienze che stanno dando ad essa nuovi modelli di riferimento: ad esempio, la matematica e la fisica

Per spiegare questa mia tesi … scendo giù. E mi metto nei panni di un piccolo imprenditore medio che, presumibilmente, non è un teorico dei sistemi. Il suo problema è pagare stipendi e fornitori. Per riuscirci deve incassare soldi da qualcuno che gli compri quello che produce.  Oggi egli trova con sempre più grande difficoltà chi gli compra i prodotti, vende sempre meno per quei prodotti a causa della imperante competizione di prezzo e incassa sempre più tardi e con difficoltà. Le banche avanzano sempre maggiori riserve a garantire quella liquidità che l’imprenditore oggi non riesce a procurarsi da solo.

Le proposte del Governatore dovrebbero facilitare la vita a questo imprenditore. Perché sarà il miglioramento della vita di questo imprenditore che genererà occupazione, che non metterà in crisi le banche, che permetterà di migliorare le entrate fiscali per aumentare la capacità di servizio dello Stato. Almeno così dovrebbe essere nelle società liberali.

Allora guardiamo queste proposte. Sono le proposte di cui tutti parlano, che nascono da un conclave ideale di esperti, ma che non si attuano mai. Sentendole, tutti gli appartenenti al Gotha dell’Economia italiana (presenti o non presenti) hanno  tirato un sospiro di sollievo perché tutti qui fannulloni attaccabrighe dei politici forse ora capiranno che è ora che sia diano una mossa …

Ma, supponiamo che esista una bacchetta magica fatta di fiducia, speranza, impegno, spirito di servizio, competenza e tutto (il fare le riforme e vederne i risultati) finisca in un anno.
Ma … in questo anno che ne è di quel piccolo imprenditore e delle migliaia di colleghi che sono nelle sue condizioni? Chi mantiene, in questo anno,  lui, i suoi operai e i suoi fornitori?

Beh, le banche o lo Stato. E, no! Le banche no! Il Governatore è stato chiaro: i soldi si danno solo alle imprese meritevoli (anche se non specifica come si fa ad individuarle, lasciando credere che esiste il modo di farlo. E questo non è vero! Se qualcuno è convinto di sapere come fare si faccia avanti e ne discutiamo). Lo Stato? Beh sarebbe un bel rivolgimento verso una società collettivista: non è più l’impresa che produce ricchezza e permette lo sviluppo dello Stato, ma è lo Stato che deve mantenere l’impresa.

Sì, sono stato un po’ brutale, ma davvero sarebbe importante giudicare ogni proposta in base al suo impatto sulla capacità di produrre cassa delle imprese.
E’ molto difficile raccontare (prevedere) come è quando la strategia delle riforme permetterà alle imprese di produrre cassa.

Allora perché questa insistenza sulle riforme?
Perché rappresenta il punto di vista tipico del Gotha dell’economia italiana che è un gruppo chiuso e che considera, appunto,oggettivo il suo punto di vista e inevitabili le sue proposte. Ma le proposte che nascono da gruppi chiusi sono sistemicamente auto riferite. Hanno l’obiettivo (inconscio) di perpetuare il gruppo che ha condotto le analisi ed ha progettato le cose da fare. Per i riferimenti in dettaglio, si vedano Maturana, Varela e Luhmann che descrivono la relazione di un sistema chiuso con l’ambiente esterno come “accoppiamento strutturale”.

Detto diversamente, la visione di Draghi raccoglie il consenso di coloro che fanno parte del suo sistema. Chi sta fuori, probabilmente, non la condivide. Nei fatti non può essere efficace.
Per tornare al nostro piccolo imprenditore, credo che egli condivida questa impostazione quando si trova in Confindustria. Quando entra dentro il sistema con cui dialoga e legittima Draghi. Quando torna a casa si trova a “leticare” con problemi che, scopre, non possono essere risolti dalle riforme.

In aggiunta c’è da dire che… Le riforme non si attuano non perché esistono i “cattivoni” che non le applicano. Ma perché è sistemicamente impossibile che si realizzino proprio per il modo in cui sono generate. Una democrazia rappresentativa e semplificante non può governare una società complessa. In essa, i Governanti costituiscono anch’essi un sistema chiuso. Ogni proposta di riforma avanzata da governanti, scelti attraverso semplificazioni e deleghe con il voto, si scontrerà con la contrarietà di tutti coloro che non hanno partecipato ad elaborarle. Non solo il Gotha dell’economia, ma anche le parti politiche sono inevitabilmente autoriferite. Detto più scientificamente: le proposte sono la manifestazione dell’autopoeisi del sistema. Non sono il frutto di analisi “oggettive” e progettualità necessitanti.

Concludendo: le riforme non sono la soluzione. E, tanto, non si realizzeranno mai in questo tipo di società.

Ed allora? Allora la proposta alla parte seconda …

giovedì 27 maggio 2010

Provo a rispondere ... e rimando a ...


E’ molto difficile rispondere esaurientemente all’incalzare del Sig. G… Ma ci provo.

Oggi, i cittadini si attendono proposte sulle quali scegliere. E si attendono che coloro che si affacciano alla vita pubblica abbiano queste proposte.
Bene, ma di quali proposte si può trattare? Vi possono essere proposte di contenuto. Del tipo: secondo noi., il sistema industriale italiano deve evolvere in questo modo, del sistema finanziario deve accadere così e così, le riforme istituzionali devono essere queste e quelle, etc. Proposte concretamente di contenuto di fronte alla quali scegliere.

Ecco, io credo che questo metodo non funzioni. Non permetta di costruire strade di sviluppo non solo condivise, ma emozionanti, sulle quali costruire una emozionante storia esistenziale. Porta a costruire percorsi di compromesso, sempre più difficili da costruire e sempre più banali. Porta al presente incartamento economico, sociale, politico, istituzionale e culturale.

Credo che funzioni un altro metodo. Ed è il seguente. Chi vuole fare politica, come noi, deve fornire stimoli e strumenti progettuali. Gli stimoli che abbiamo fornito sono le domande di cui sopra. Gli strumenti progettuali sono i modelli e le metafore della complessità e le metodologie per utilizzarli. Ed abbiamo cominciato a descriverli nel nostro libro, che è possibile scaricare dal sito.
Poi, deve farsi carico di sintetizzare le risposte che ci arrivano da coloro che ci vorranno aiutare, facendo in modo che ogni contributo non sia minimamente variato, ma chi l’ha proposto trovi nella sintesi che andremo a disporre una valorizzazione molto più completa di quella che riteneva possibile.

Faccio un esempio. Consideriamo una delle domande proposte da Aleph III: cosa è possibile fare di fronte al fatto che stiamo assistendo ad una competizione che sta diventando sempre più di prezzo ed una competizione di prezzo distrugge la capacità di produrre valore di ogni impresa? Per provare a rispondere a questa domanda, occorre capire come nasce e cresce la competizione. Solo la teoria dei sistemi autopoietici può aiutarci. La stessa teoria ci può suggerire cosa fare per evitare che la competizione degeneri in questo modo. Allora, la nostra proposta è che non solo le classi dirigenti politiche, ma tutti (dagli imprenditori ai lavoratori) accettino di guardare al fenomeno della competizione con gli “occhiali” dei sistemi autopoietici.

Io ho certamente un'idea di come fare. Ma credo che, se provassi a parlare di questa idea a chi non condivide questa visione della competizione, sarebbe tempo perso. Anzi, bloccherebbe ogni dialogo. Allora credo sia necessario iniziare ad invitare tutti a riflettere su questo tema. Magari trovano una soluzione anche senza passare dalla teoria dei sistemi auto poietici.

Questo blog è destinato ad avviare sforzi progettuali di questo tipo. Per riuscirci abbiamo pensato, innanzitutto, di sintetizzare quelle che ci sembrano le domande chiave alle quali costruire una risposta. Poi, di rendere disponibile il libro che è scaricabile in rete. Poi, di mettere in campo una serie di iniziative, opportunamente descritte nel libro: serate tematiche, presentazioni a diverse tipologie di attori sociali, il progetto di un Evento epocale.

E poi, con una serie di articoli che, di volta in volta, sotto la spinta dell’attualità, forniscano le nostre ipotesi di risposta alle domande che abbiamo individuato.

Ovviamente, queste iniziative non sono le uniche possibili: sono quelle che ci sono venute in mente. Aperti a considerarne altre. Aperti a pubblicare risposte e proposte.

Ritengo che fare domande, fornire strumenti, lasciare spazio a proposte, impegnarsi a sintetizzarle sia molto più importante che fare proposte da parte nostra.

Però, se proprio vengo preso per la giacca... provo a fornire una risposta... nel post di domani o dopo a commento della assemblea di Confindustria.

...continua

Ce ne stiamo accorgendo a colpi di crisi ricorrentesi in ogni dimensione dell'umano. E' evidente che dovunque guardiamo c'è qualcosa che, gravemente, non va: lo sviluppo economico, la povertà, il rapporto con la natura, la soddisfazione sul lavoro e le profonde esigenze di realizzare una vita degna... E allora vogliamo smetterla di denunciare il passato? Sta diventando stucchevole cercare l'ennesimo cantuccio della stanza della società industriale e scoprire ancora una volta l'accumularsi di una polvere. E' il momento di lasciar riposare per un po' la denuncia e la protesta anche perché, se siamo onesti, dobbiamo chiederci: ma noi dove eravamo in questi anni?

Vivevamo su Marte e improvvisamente siamo tornati sulla terra ed abbiamo scoperto che quegli inetti di terrestri, dopo la nostra denuncia, non aveva fatto nulla. E tocca ancora a noi risvegliare le coscienze? Certo che no! Noi abbiamo vissuto immersi in questa società. Sono anche le nostre azioni che hanno mantenuta chiusa la stanza. Lasciando accumulare e incancrenire polvere. Viene quasi da dire: l’accumularsi e l’incancrenirsi ci fa comodo perché la nostra unica competenza era il contestare. Visto che sul costruire abbiamo dato tutti pessima prova.
E non si dica che qualche potere forte, da qualche parte ha impedito che le nostre folgoranti idee liberassero la stanza dalla polvere dell’ingiustizia, del privilegio … Quelli che sembrano poteri forti lo sono solo di fronte alla nostra incapacità di costruire alternative.
Cara e vecchia società di tutti noi, dunque. Che ci ha permesso di superare secolari infelicità … Certo non tutte, certo non a tutti, certo non ugualmente, ma molto.
Cara e vecchia società dalla quale ora dobbiamo allontanarci con un pizzico di nostalgia. Portandoci dentro lo zaino che accompagna ogni viaggio tutto quello che di buono ha prodotto.
E con il passo che diventa sempre più baldanzoso a mano a mano che diventa chiaro il luogo, la nuova società verso la quale siamo diretti ..
Ma verso quale luogo vogliamo dirigerci? Quale nuova società vogliamo costruire?
Noi certo non lo sappiamo! Sappiamo solo come fare a costruirla!

Allora la nostra proposta è strana. Non abbiamo soluzioni, linee politiche, idee originali. Ma un metodo con il quale generarle.
Primo passo di questo metodo: cambiamo i linguaggi. Secondo usiamo questi nuovi linguaggi per progettare insieme .. Accidenti, mi rendo conto che mi sto avventurando in un sentiero accidentato …
Allora provo con una storiella. Pensiamo di indossare occhiali verdi e di dover dipingere una parete di un nuovo colore: il verde ci ha seccati. Ai nostri piedi abbiamo una vasta gamma di barattoli di vernice. Ma tutti i colori ci sembrano gradazioni del verde. E, così, piano piano ci sembra inutile ridipingere una stanza di un nuovo colore che potrà essere solo una gradazione di verde. Accidenti ai poteri forti che ci costringono a dipingere sempre e solo di verde …
Ma poi arriva qualcuno che ci convince che un certo barattolo contiene il rosso. Ma apparirà rosso solo quando lo stendiamo sulla parete … Così, spinti da nuova fiducia e dalla voglia di avere nuova fiducia, cominciamo a dipingere. Ma, anche dopo averlo steso sulla parete, quel colore continua ad essere l’ennesima gradazione del verde. Allora la nostra collera e massima: certo solo un grande complotto di qualche potentato molto potente ci può costringere a naufragare in un mare di verde …
Maledetti poteri forti .. .
Così attiviamo un Gruppo antiverde. Che, innanzitutto, continua ossessivamente a dimostrare che tutto è di quel verde che, oramai invece di speranza, sta a segnalare schifezza. E poi cerca di buttare via tutti i barattoli …
Cosa significa partire dai linguaggi e dal metodo per usarli?
Significa togliersi gli occhiali verdi. E riuscire così a scoprire che tutti i barattoli sono effettivamente di mille colori. Riuscendo a vedere mille colori rinasce davvero la speranza di poter dipingere diversamente la stanza. Ma non possiamo stare senza occhiali ed ogni tipo di occhiale, anche il più sofisticato, altera i colori … Anche il rosso più sfavillante sarà, poi, sempre, ideologicamente, rosso … Ed allora che fare? Impariamo a cambiare occhiali quando vogliamo vedere cose diverse. Ma, poi, come dipingiamo quella stanza? Inevitabilmente tutti insieme con occhiali diversi. Perché ognuno può portare un solo tipo di occhiali per volta. E per fare della stanza un capolavoro, sono necessari tutti i colori. Quando il dipinto a mille mani sarà finito potremmo vedere un miracolo che piacerà a tutti e che tutti potranno vederlo in modo sempre diverso. Basterà indossare gli occhiali degli altri e se ne scoprirà un bellezza diversa.
Allora il nostro programma è molto semplice. Apparirà forse banale e ininfluente: diffonderemo nuovi linguaggi ed attiveremo gruppi progettuali che li useranno per progettare i mille aspetti di una nuova società.
I linguaggi sono i modelli e le metafore che nell'ultimo secolo, provenendo sostanzialmente dalle scienze della natura, si sono aggiunti a quelli tipici della società industriale.
Il metodo con il quale li useremo sarà Sorgente Aperta …
Ma perché “balbettanti”? Perché nel progettare un nuovo mondo ci rendiamo conto che il primo esprimersi non sarà che un balbettio. E, perché “poietici”? Perché il balbettio dovrà essere fecondo. Si trasformerà certamente in storie che cominceranno ad essere vissute.
Allora anche questo manifesto è un balbettio poietico? Certamente. Speriamo di doverlo riscrivere al più presto meno balbettante e più fecondo.