giovedì 9 giugno 2011

Debiti sovrani e privati insostenibili

di
Francesco Zanotti

Tre titoli su Sole 24 Ore di oggi: “Anche da Fitch allarme debito USA” di Daniela Roveda, “Berlino vuole allungare le scadenze sui bond” di Beda Romano, “Draghi: no alla ristrutturazione (del debito greco)” sempre di Beda Romano.

Poi una storia di debito privato. Un’ impresa che ha negoziato una ristrutturazione di un debito di 220 milioni di Euro, nell’anno in cui ha fatturato 150 milioni di Euro con un piccolissimo utile di 450 mila Euro. E impegni nei conti d’ordine di circa 70 milioni.

Poi il pensiero alla montagna di debiti che hanno non tanto le grandissime imprese, quanto le PMI.

Complessivament,e si tratta di un debito che non potrà mai essere restituito. Al massimo i creditori potranno continuare a ricevere gli interessi, ma non i soldi investiti. Possiamo fare in modo che i creditori si accontentino degli interessi e non osino chiedere il rimborso del capitale. Ma sarebbe un’ ipocrisia che si sfalderebbe quando qualcuno non rispettasse più questo patto tacito. Sempre sul Sole di oggi: “Il mercato teme lo scenario Lehman Brothers” di Morya Longo. Non si può che concludere che i bilanci dei creditori andrebbero riscritti perché i loro crediti non potrebbero essere considerati “sani” (senza rischi).

Ma nel caso delle banche, almeno, ci sono le garanzie. Certo, e così trasformiamo le banche in immobiliaristi che possiedono schiere di capannoni cadenti e macchine che si arrugginiscono.

Ed allora?!

Allora, occorre davvero riprogettare il sistema finanziario, economico e la società. Un “piccolo” indizio trasgressivo. Oggi cosa è considerato “bene” da valorizzare, da dare in garanzia, sulla base del quale emetter moneta etc.? Solo i beni materiali con qualche puntatina sui brevetti, il software e cose simili. Ma non viviamo nella società della conoscenza? Non è la conoscenza un bene a valore infinito perché lo scambio continuo lo moltiplica? Ovviamente no, direbbe un banchiere! Io voglio garanzie reali. Altrimenti come faccio a guardarle tutte le mattine che arrugginirsi tra le mie mani (le attrezzature per le quali non mi hanno pagato il leasing) o cadere a pezzi (i capannoni per i quali non pagano il mutuo?).

Chissà cosa ne pensano coloro che affidano i loro risparmi a questo ipotetico banchiere. Si faranno invitare a verificare se i loro risparmi si sono trasformati in macchine che si arrugginiscono e capannoni che cadono a pezzi?

lunedì 6 giugno 2011

Draghi … sistemicamente “biased”: apriamo un dibattito! Parte seconda

di
Francesco Zanotti

Per rispondere alla domanda con cui ho chiuso il post precedente (la prima parte del mio Commento sulle Considerazioni Finali del Governatore della Banca d’Italia 2011) aggiungo un’ opinione.
Stamattina su Affari e Finanza appare un articolo di denuncia/proposta di Marco Panara.
La denuncia è breve perché i problemi sono noti. Le soluzioni caldeggiate sono quelle proposte dal Governatore della Banca d’Italia nelle sue “Considerazioni Finali”.
Otto obiettivi per la riforma dello Stato e cinque obiettivi di competenza delle imprese. Dei primi ho già detto nel post del 1 giugno 2011. Gli altri, di competenza delle imprese, appunto, sono: dimensione troppo piccola per le imprese, la proprietà familiare molto spesso chiusa all’inserimento di manager, l’internazionalizzazione, il patrimonio insufficiente.

Guardiamoli da vicino. Il riferimento è al nostro imprenditore con problemi impellenti di liquidità: quelli che portano al fallimento ed alla dispersione di immensi patrimoni imprenditoriali.

mercoledì 1 giugno 2011

Draghi … sistemicamente “biased”- Parte prima


di
Francesco Zanotti

Il riferimento, ovvio, è all’Assemblea della Banca d’Italia di ieri. Ed alle “Considerazioni finali” del Governatore Mario Draghi.

Il giudizio che mi sento di esprimere è fondato su conoscenze diffuse di “sistemica”. Usando conoscenze avanzate di sistemica si potrebbe dire molto di più. Ma voglio fermarmi al noto e consolidato.

Il mio giudizio è: le proposte del Governatore hanno senso all’interno della realtà sistemica nella quale vive. Non nella realtà sistemica (gli spazi competitivi) nelle quali vivono le imprese.

Provo a spiegarmi.


Draghi immagina che esistano analisi oggettive e proposte che possono essere dimostrate scientificamente migliori delle altre. E propone le proprie analisi ed avanza le proprie proposte con l’intima convinzione che siano “vere” ed “inevitabili”.
La teoria dei sistemi spinge a pensare che questo punto di vista sia … errato… Ma non solo la teoria dei sistemi,anche le scienze che stanno dando ad essa nuovi modelli di riferimento: ad esempio, la matematica e la fisica

Per spiegare questa mia tesi … scendo giù. E mi metto nei panni di un piccolo imprenditore medio che, presumibilmente, non è un teorico dei sistemi. Il suo problema è pagare stipendi e fornitori. Per riuscirci deve incassare soldi da qualcuno che gli compri quello che produce.  Oggi egli trova con sempre più grande difficoltà chi gli compra i prodotti, vende sempre meno per quei prodotti a causa della imperante competizione di prezzo e incassa sempre più tardi e con difficoltà. Le banche avanzano sempre maggiori riserve a garantire quella liquidità che l’imprenditore oggi non riesce a procurarsi da solo.

Le proposte del Governatore dovrebbero facilitare la vita a questo imprenditore. Perché sarà il miglioramento della vita di questo imprenditore che genererà occupazione, che non metterà in crisi le banche, che permetterà di migliorare le entrate fiscali per aumentare la capacità di servizio dello Stato. Almeno così dovrebbe essere nelle società liberali.

Allora guardiamo queste proposte. Sono le proposte di cui tutti parlano, che nascono da un conclave ideale di esperti, ma che non si attuano mai. Sentendole, tutti gli appartenenti al Gotha dell’Economia italiana (presenti o non presenti) hanno  tirato un sospiro di sollievo perché tutti qui fannulloni attaccabrighe dei politici forse ora capiranno che è ora che sia diano una mossa …

Ma, supponiamo che esista una bacchetta magica fatta di fiducia, speranza, impegno, spirito di servizio, competenza e tutto (il fare le riforme e vederne i risultati) finisca in un anno.
Ma … in questo anno che ne è di quel piccolo imprenditore e delle migliaia di colleghi che sono nelle sue condizioni? Chi mantiene, in questo anno,  lui, i suoi operai e i suoi fornitori?

Beh, le banche o lo Stato. E, no! Le banche no! Il Governatore è stato chiaro: i soldi si danno solo alle imprese meritevoli (anche se non specifica come si fa ad individuarle, lasciando credere che esiste il modo di farlo. E questo non è vero! Se qualcuno è convinto di sapere come fare si faccia avanti e ne discutiamo). Lo Stato? Beh sarebbe un bel rivolgimento verso una società collettivista: non è più l’impresa che produce ricchezza e permette lo sviluppo dello Stato, ma è lo Stato che deve mantenere l’impresa.

Sì, sono stato un po’ brutale, ma davvero sarebbe importante giudicare ogni proposta in base al suo impatto sulla capacità di produrre cassa delle imprese.
E’ molto difficile raccontare (prevedere) come è quando la strategia delle riforme permetterà alle imprese di produrre cassa.

Allora perché questa insistenza sulle riforme?
Perché rappresenta il punto di vista tipico del Gotha dell’economia italiana che è un gruppo chiuso e che considera, appunto,oggettivo il suo punto di vista e inevitabili le sue proposte. Ma le proposte che nascono da gruppi chiusi sono sistemicamente auto riferite. Hanno l’obiettivo (inconscio) di perpetuare il gruppo che ha condotto le analisi ed ha progettato le cose da fare. Per i riferimenti in dettaglio, si vedano Maturana, Varela e Luhmann che descrivono la relazione di un sistema chiuso con l’ambiente esterno come “accoppiamento strutturale”.

Detto diversamente, la visione di Draghi raccoglie il consenso di coloro che fanno parte del suo sistema. Chi sta fuori, probabilmente, non la condivide. Nei fatti non può essere efficace.
Per tornare al nostro piccolo imprenditore, credo che egli condivida questa impostazione quando si trova in Confindustria. Quando entra dentro il sistema con cui dialoga e legittima Draghi. Quando torna a casa si trova a “leticare” con problemi che, scopre, non possono essere risolti dalle riforme.

In aggiunta c’è da dire che… Le riforme non si attuano non perché esistono i “cattivoni” che non le applicano. Ma perché è sistemicamente impossibile che si realizzino proprio per il modo in cui sono generate. Una democrazia rappresentativa e semplificante non può governare una società complessa. In essa, i Governanti costituiscono anch’essi un sistema chiuso. Ogni proposta di riforma avanzata da governanti, scelti attraverso semplificazioni e deleghe con il voto, si scontrerà con la contrarietà di tutti coloro che non hanno partecipato ad elaborarle. Non solo il Gotha dell’economia, ma anche le parti politiche sono inevitabilmente autoriferite. Detto più scientificamente: le proposte sono la manifestazione dell’autopoeisi del sistema. Non sono il frutto di analisi “oggettive” e progettualità necessitanti.

Concludendo: le riforme non sono la soluzione. E, tanto, non si realizzeranno mai in questo tipo di società.

Ed allora? Allora la proposta alla parte seconda …

lunedì 30 maggio 2011

E’ insensata la competizione politica: Roosevelt epigono di Berlusconi e … degli altri


di
Francesco Zanotti


… lo è anche la competizione economica, ma non ne parlo in questo blog. Il Lettore può leggere della mia convinzione che il competere sia distruttivo, che occorra l’intraprendere e che le due cose non sono compatibili sul nostro blog http://imprenditorialitaumentata.blogspot.com/.

Qui voglio parlare di politica, non di economia. E sostenere che la competizione politica è insensata.

Primo indizio di insensatezza, quando scrivo stanno ancora svolgendosi le operazioni di voto dei ballottaggi per le Amministrative 2011. Ho seguito gli sforzi dei giornali per differenziare le proposte (i programmi) dei due candidati. Tutte le tabelle che sono state presentate per confrontare i due candidati nelle città principali (Milano e Napoli) hanno individuato grandi somiglianze.
Le differenze esistono e sono ispirate da sensibilità politiche diverse, grosso modo ancora legate al vecchio dibattito pro o contro l’iniziativa privata e l’industrializzazione.
Ma, se non si è sfegatatamente partigiani, si fa in fretta a concludere che sono due sensibilità complementari che ogni persona di buon senso (interessata al proprio e altrui benessere) vorrebbe sintetizzare.

Ed allora perché proposte molto “sovrapponibili” e, quando diverse, integrabili e da integrare, scatenano battaglie ferocissime con colpi bassi immiserenti?
Io credo che le risposte siano le seguenti.

La prima: una sintesi non è neanche pensabile proprio perché abbiamo costruito una democrazia fondata sul concetto di competizione. E sembra che una democrazia non possa che essere fondata sul concetto di competizione. Il ragionamento che si fa è il seguente.Tutte le idee e le proposte hanno diritto di cittadinanza. Poiché esistono idee opposte, opzioni opposte di società, allora occorre creare attori politici (i partiti) che portano avanti queste opzioni e trovare un meccanismo decisionale per scegliere tra le une e le altre: le votazioni precedute da una campagna elettorale. Nella campagna elettorale, le diverse parti politiche organizzate raccontano le loro proposte. Nel momento ritualmente forte delle elezioni, il cittadino sovrano sceglie.

In queste elezioni (ma anche nelle altre precedenti) si è visto che il presupposto iniziale della competizione (esistono opzioni opposte) si è squagliato. Così profondamente che ogni persona di buon senso vede che i programmi dei due candidati sono molto simili e che potrebbero e dovrebbero essere integrabili. Ma le parti politiche hanno senso solo se sono diverse le une dalle altre. E se i loro programmi non sono diversi, allora occorre costruire quelle differenze che non ci sono. E così la vera differenza che si riesce a costruire è la demonizzazione dell’avversario che impedisce di ammettere che esistono proposte comuni, che impedisce a maggior ragione di tentare sintesi.

Ma da dove proviene questa ansia, questa voglia perversa di diversità a tutti i costi? Da una ragione profonda e da bassi interessi di bottega.

La ragione profonda sta nella visione del mondo che sta alla base della nostra società. Essa è sostanzialmente una caricatura della visione del mondo di Galileo che mi chiamerei “riduzionismo ideologico”.
E’ questo riduzionismo che mi fa scambiare la mia visione delle cose come “oggettiva”. E che mi fa dire che quelli che non concordano sono ciechi, che tutte le visioni diverse  sono errate.
E’ questo riduzionismo  che mi fa credere che il mio modo di ragionare sia quello “logico”.
Sommando una visione oggettiva con un ragionare logico, si arriva a concludere che quello che si propone è il meglio. Chi non lo capisce o è scemo o è in malafede.

E’ una visione così profonda che la condividono personaggi così diversi come Roosevelt e Berlusconi. Se il lettore si va a rileggere il primo discorso di insediamento di Franklin Delano Roosevelt (4marzo 1933) trova il seguente passo: : “Nel caso però che il Congresso non riesca ad aderire a queste direttive e che la situazione del paese rimanga critica non fuggirò dalle evidenti responsabilità che mi troverò di fronte. Chiederò al Congresso l’unico elemento per affrontare la crisi: il conferimento di ampi poteri all’esecutivo per ingaggiare una guerra contro l’emergenza, poteri paragonabili a quelli che mi sarebbero assegnati se fossimo davanti ad un nemico straniero.”
Chi non sente echeggiare queste parole nel desiderio del nostro Premier di maggior potere per guidare un Paese che non capisce?.

Questa voglia di potere è  frutto della voglia smodata di potere e di ricchezza? Credo proprio di no! E’ frutto di una visione del mondo “ideologica” che fa credere che il proprio modo di vedere le cose e le proprie proposte sono le uniche efficienti ed etiche. Se ci aggiungete un grande “ego” … trovate questa filosofia del “non disturbate il navigatore che .. lui sì che sa come va il mondo” in ogni dimensione della società industriale. Lo trovate anche nella sciocca filosofia del “Macho Management”, troppo simile alla filosofia dell’ “Uomo del Destino”.

E’ chiaro che quando questo gioco della competizione diventa il riferimento del fare politica, esso viene anche usato per bassi giochi di bottega. La società industriale è fondata sui beni materiali, si crede che il benessere sia generato dal possedere il più possibile, una carica politica importante serve a possedere di più (e gratificare il proprio io perché il comando è segno di eccellenza) ed allora occorre vincere il gioco delle elezioni. A tutti i costi: ne va del “posto”. Che può lo scranno di Montecitorio o Palazzo Madama, per tanti onorevoli che così campano egregiamente. Oppure un posto nella storia, come è ambizione del Nostro.

Poi, gli esseri umani sono essere umani e la convinzione di essere “unti del Signore” e i piccoli interessi di bottega si sommano. Aggiungete un pizzico di infantilismo (presente egualitariamente nelle diverse parti politiche) e troverete le ragioni di una campagna violentemente fondata sul nulla.

E’ ovvio che una campagna fondata sul costruire conflitti intorno al nulla non serve a nessuno. Anche perché i risultati che verranno fuori dai risultati elettorali che genera saranno occasione di nuove campagne elettorali fondati sul nulla.

Che fare?

Prima di tutto, cominciare a diffondere l’idea che alla radice dei nostri problemi c’è una voglia di ideologia che nasce dalla nostra cultura profonda. Poi, cambiare questa nostra cultura profonda: tutto il mondo della scienza sta proponendo una visione del mondo alternativa: non ideologica, ma costruttiva. E, poi, trovare una nuova visione più profonda di democrazia nella quale il metodo di governo sia radicalmente diverso. Noi ce la siamo immaginata e l’abbiamo chiamata Sorgente Aperta.

mercoledì 25 maggio 2011

Fincantieri, TAV e conoscenza …


di
Francesco Zanotti


Come si fa a gestire le imprese (Il caso Fincantieri)  lo si sa! Basta affidarle ad un bravo imprenditore o ad un bravo manager. Come si fa a gestire il nostro sistema di infrastrutture, lo si sa: basta scegliere una classe politica “etica” che, magari, scelga managers altrettanto etici. “Etico” significa: non privilegiare gli amici, ma solo il bene comune.
Se, poi, l’azienda va male o è colpa di circostanze esterne particolarmente sfavorevoli, come il nostro  sistema paese (come scrive Gian Maria Gross Pietro sul Sole 24 Ore di oggi). Ed allora basta avviare le famose riforme. Oppure si è sbagliato a scegliere il management e basta cambiarlo (come sembra proporre Dario di Vico sul Corriere della Sera di oggi).
Se  il costruire infrastrutture scatena conflitti sociali, allora la soluzione è anche in questo caso è cambiare Il “capo”, cioè la classe politica.

lunedì 23 maggio 2011

Cultura, scienza, economia e sviluppo

di
Francesco Zanotti

Ancora oggi, con l’espressione “Interventi per la Cultura” si intende il miglioramento della fruibilità del nostro patrimonio museale. Nulla in contrario, ovviamente sul migliorare la fruibilità del gigantesco patrimonio di opere d’arte che possediamo. Tutto in contrario al considerare che la Cultura si esaurisce in questo patrimonio.
Tutto in contrario oggi, quando dobbiamo urgentemente costruire sviluppo (economico, sociale, politico, istituzionale, culturale) e non ci riusciamo. E’ inutile elencare le mille geografie sociali dove non riusciamo a costruire sviluppo.
E non ci riusciamo perché è necessario costruire un nuovo sviluppo. Non si può immaginare un ulteriore sviluppo dell’attuale società. Voglio solo citare il "casino” che hanno fatto in Cina costruendo la più grande diga del mondo sullo Yangtze. Il Governo ha dovuto ammettere che le peggiori previsioni degli ambientalisti si sono verificate. Il riparare i danni sarà una impresa ciclopica, il sostituire l’energia prodotta dalla diga comporterà un massiccio ritorno al carbone con tutte le conseguenze che questi comporta.
E questo nuovo sviluppo non lo cerchiamo: stiamo continuando a cercare di rimettere in sesto la vecchia società industriale.

Bene, ma cosa c’entra la cultura? Ecco, entra subito in scena. Ogni processo di sviluppo, ogni società che da questo processo di sviluppo è generata, sono fondati su di una specifica visione del mondo che si manifesta, lasciatemi usare una vecchia espressione, nelle lettere, nelle arti e nelle scienze. Possiamo vedere anche le cose al contrario, così sarà chiara la stretta correlazione tra sviluppo e … una visione della Cultura che non rimanga chiusa nei musei. Ecco il ragionamento al contrario: lo sviluppo delle lettere, delle arti e delle scienze si sintetizza in una visione del mondo che sta a fondamento dell' economia, della socialità, della politica e delle istituzioni della società dove le lettere le arti e le scienze si sono sviluppate.

Se questo è vero la conclusione è banale: per costruire una nuova visione del mondo (che, sola, darà origine ad una nuova società) è necessario rivoluzionare le lettere, le arti e le scienze perché possano, insieme, costruirla.

Questo significa, innanzitutto, che ci dobbiamo convincere di una cosa che dovrebbe essere entrata nella coscienza comune da decenni: la cultura non è solo capolavori passati,  spolverati e esposti. E' l’insieme di tutto il sapere dell’uomo. Non è una persona colta solo chi va per musei o legge i classici. E’ una persona colta chi fa tutte  queste cose e, poi  passeggia anche per la scienza …

No, non basta! Per costruire un nuovo sviluppo occorre che tutti diventino persone colte di nuova generazione. Ecco la mia proposta.

Per spiegarla, riprendo il concetto di opera d’arte. Le conoscenze attuali non sono più in grado di produrre opere d’arte. Non si producono più rappresentazioni del mondo che possano essere paragonate a quelle che stanno nei musei. Non si producono più teorie scientifiche capolavoro. Sembra che il mondo tenda a rintanarsi sempre di più in mondi specialistici dei quali pochissimi, fuori da quei mondi, ne capiscono il significato. E questi mondi devono essere sovvenzionati perché non sono in grado di produrre valore.
La ragione di tutto questo è che non ci si riesce a staccare dalla visione del mondo attualmente prevalente che una volgarizzazione assolutizzante della visione della scienza di Galileo.
Posso ora spiegare cosa intendo quando propongo che tutti diventino persone colte di nuova generazione. Intendo dire che la responsabilità di costruire una nuova visione del mondo dalla quale potrà nascere una nuova società non può essere lasciata agli attuali specialisti delle lettere, delle arti e delle scienze perché sono troppo legati al loro specialismo che è figlio diretto della visione del mondo oggi prevalente. Essa potrà nascere dall’impegno di menti libere dal desiderio di perpetuare recinti specialistici, ma interessate a costruire un nuovo futuro per tutti. Persone che passeggiano per i musei delle lettere, delle arti e delle scienze con la voglia di costruire nuovi capolavori che si condenseranno in una nuova società che sarà il nostro capolavoro complessivo.

Credo che la mia proposta sia davvero diversa da una difesa piagnisteistica ed interessata della cultura. Del tipo: la cultura è dove opero io. "Salvare la cultura significa mantenermi".

E l’economia? E' l’ambito di conoscenza dove l’esigenza di rinnovamento è più forte. Dove è più forte l' impronta di una visione della scienza che è oramai superata, forse che non c’è mai stata. L’ambito di conoscenza che più ci opprime con teorie insostenibili, ma prescrittive che perseguono il perverso obiettivo della stabilità e non dello sviluppo.

...continua

Ce ne stiamo accorgendo a colpi di crisi ricorrentesi in ogni dimensione dell'umano. E' evidente che dovunque guardiamo c'è qualcosa che, gravemente, non va: lo sviluppo economico, la povertà, il rapporto con la natura, la soddisfazione sul lavoro e le profonde esigenze di realizzare una vita degna... E allora vogliamo smetterla di denunciare il passato? Sta diventando stucchevole cercare l'ennesimo cantuccio della stanza della società industriale e scoprire ancora una volta l'accumularsi di una polvere. E' il momento di lasciar riposare per un po' la denuncia e la protesta anche perché, se siamo onesti, dobbiamo chiederci: ma noi dove eravamo in questi anni?

Vivevamo su Marte e improvvisamente siamo tornati sulla terra ed abbiamo scoperto che quegli inetti di terrestri, dopo la nostra denuncia, non aveva fatto nulla. E tocca ancora a noi risvegliare le coscienze? Certo che no! Noi abbiamo vissuto immersi in questa società. Sono anche le nostre azioni che hanno mantenuta chiusa la stanza. Lasciando accumulare e incancrenire polvere. Viene quasi da dire: l’accumularsi e l’incancrenirsi ci fa comodo perché la nostra unica competenza era il contestare. Visto che sul costruire abbiamo dato tutti pessima prova.
E non si dica che qualche potere forte, da qualche parte ha impedito che le nostre folgoranti idee liberassero la stanza dalla polvere dell’ingiustizia, del privilegio … Quelli che sembrano poteri forti lo sono solo di fronte alla nostra incapacità di costruire alternative.
Cara e vecchia società di tutti noi, dunque. Che ci ha permesso di superare secolari infelicità … Certo non tutte, certo non a tutti, certo non ugualmente, ma molto.
Cara e vecchia società dalla quale ora dobbiamo allontanarci con un pizzico di nostalgia. Portandoci dentro lo zaino che accompagna ogni viaggio tutto quello che di buono ha prodotto.
E con il passo che diventa sempre più baldanzoso a mano a mano che diventa chiaro il luogo, la nuova società verso la quale siamo diretti ..
Ma verso quale luogo vogliamo dirigerci? Quale nuova società vogliamo costruire?
Noi certo non lo sappiamo! Sappiamo solo come fare a costruirla!

Allora la nostra proposta è strana. Non abbiamo soluzioni, linee politiche, idee originali. Ma un metodo con il quale generarle.
Primo passo di questo metodo: cambiamo i linguaggi. Secondo usiamo questi nuovi linguaggi per progettare insieme .. Accidenti, mi rendo conto che mi sto avventurando in un sentiero accidentato …
Allora provo con una storiella. Pensiamo di indossare occhiali verdi e di dover dipingere una parete di un nuovo colore: il verde ci ha seccati. Ai nostri piedi abbiamo una vasta gamma di barattoli di vernice. Ma tutti i colori ci sembrano gradazioni del verde. E, così, piano piano ci sembra inutile ridipingere una stanza di un nuovo colore che potrà essere solo una gradazione di verde. Accidenti ai poteri forti che ci costringono a dipingere sempre e solo di verde …
Ma poi arriva qualcuno che ci convince che un certo barattolo contiene il rosso. Ma apparirà rosso solo quando lo stendiamo sulla parete … Così, spinti da nuova fiducia e dalla voglia di avere nuova fiducia, cominciamo a dipingere. Ma, anche dopo averlo steso sulla parete, quel colore continua ad essere l’ennesima gradazione del verde. Allora la nostra collera e massima: certo solo un grande complotto di qualche potentato molto potente ci può costringere a naufragare in un mare di verde …
Maledetti poteri forti .. .
Così attiviamo un Gruppo antiverde. Che, innanzitutto, continua ossessivamente a dimostrare che tutto è di quel verde che, oramai invece di speranza, sta a segnalare schifezza. E poi cerca di buttare via tutti i barattoli …
Cosa significa partire dai linguaggi e dal metodo per usarli?
Significa togliersi gli occhiali verdi. E riuscire così a scoprire che tutti i barattoli sono effettivamente di mille colori. Riuscendo a vedere mille colori rinasce davvero la speranza di poter dipingere diversamente la stanza. Ma non possiamo stare senza occhiali ed ogni tipo di occhiale, anche il più sofisticato, altera i colori … Anche il rosso più sfavillante sarà, poi, sempre, ideologicamente, rosso … Ed allora che fare? Impariamo a cambiare occhiali quando vogliamo vedere cose diverse. Ma, poi, come dipingiamo quella stanza? Inevitabilmente tutti insieme con occhiali diversi. Perché ognuno può portare un solo tipo di occhiali per volta. E per fare della stanza un capolavoro, sono necessari tutti i colori. Quando il dipinto a mille mani sarà finito potremmo vedere un miracolo che piacerà a tutti e che tutti potranno vederlo in modo sempre diverso. Basterà indossare gli occhiali degli altri e se ne scoprirà un bellezza diversa.
Allora il nostro programma è molto semplice. Apparirà forse banale e ininfluente: diffonderemo nuovi linguaggi ed attiveremo gruppi progettuali che li useranno per progettare i mille aspetti di una nuova società.
I linguaggi sono i modelli e le metafore che nell'ultimo secolo, provenendo sostanzialmente dalle scienze della natura, si sono aggiunti a quelli tipici della società industriale.
Il metodo con il quale li useremo sarà Sorgente Aperta …
Ma perché “balbettanti”? Perché nel progettare un nuovo mondo ci rendiamo conto che il primo esprimersi non sarà che un balbettio. E, perché “poietici”? Perché il balbettio dovrà essere fecondo. Si trasformerà certamente in storie che cominceranno ad essere vissute.
Allora anche questo manifesto è un balbettio poietico? Certamente. Speriamo di doverlo riscrivere al più presto meno balbettante e più fecondo.