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lunedì 13 marzo 2017

Qualche contributo agli economisti in crisi di ... scienza

di
Francesco Zanotti

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Sul nuovo inserto “Economia” del Corriere della Sera ho trovato due “paginate” interessanti. Federico Fubini elenca con spietatezza gli errori degli economisti. E riferisce di due interpretazioni illuminanti di questa incapacità di previsioni. Lucrezia Reichlin tenta di prendere la difesa d’ufficio degli economisti, ma poi finisce per aggiungere una critica pesantissima.
Il problema è che manca una proposta, allora proviamo a farla … Almeno accennarla visto che siamo su di un blog.

Se non fosse tragico, sarebbe spassoso leggere degli errori di previsione degli economisti. Riconosciuti dagli stessi economisti. Fubini cita uno studio della Banca Centrale Australiana dove si sostiene che una volta su due le previsioni sono diametralmente sbagliate. Cita anche gli Autori di Freakonimics che sostengono che gli economisti “fanno centro” tante volte quanto degli scimpanzé che tirano freccette. Di fonte a questa realtà mi chiedo: perché andiamo ancora a cercare spiegazioni e previsioni economiche dagli economisti? E anche: perché ancora i politici usano addirittura visioni caricaturali di una scienza economica che è già in crisi per conto suo?
Veniamo alle interpretazioni. Sono sostanzialmente due che tendono a rafforzarsi l’un l’altra. La prima è di Andy Aldane, Capo Economista della Banca d’Inghilterra. Egli sostiene che, sostanzialmente, gli economisti hanno invidia dei fisici e ne scimmiottano l’epistemologia: pensano che i sistemi economici, come i sistemi fisici, tendono ad andare verso situazioni di equilibrio che risultato sempre meno realistiche. La causa di questa insistenza nell’errore è la grave autoreferenzialità degli economisti che non credono nella interdisciplinarietà. Aggiunge Paul Rommer, Capoeconomista della Banca Mondiale: “Tremenda fiducia in sé stessi, una comunità monolitica, un senso di identificazione simile a quello verso una fede religiosa, indifferenza e disinteresse di chi non è parte del gruppo, una tendenza ad ignorare la possibilità che le proprie idee siano sbagliate […]“.
Lucrezia Reichlin cerca di difendere gli economisti dichiarando che le previsioni che riguardano i fatti umani sono difficilissime. E sostiene una strana distinzione tra descrizione e previsione ... Ma poi finisce con confermare le ragioni dei critici aggiungendone un’altra: “[…] i modelli usati dalle Istituzioni non tenevano conto del nesso tra rischio finanziario e attività economica, una carenza fondamentale.”

Arriviamo ora a qualche contributo, anche se con la consapevolezza che oggi, in realtà, nessuno è alla ricerca di contributi.

Il primo è una spiegazione, prima matematica e poi etica, del perché una teoria dell’equilibrio non funziona.
La spiegazione matematica. Lee Smolin, uno dei fisici più autorevoli, sostiene, discutendo dei modelli di Arrow-Debreu, che gli stati di equilibrio di un sistema economico certamente esistono, ma sono moltissimi, come accade nella teoria delle stringhe. Sono forse proprio tutti quelli che si desiderano. La scelta tra l’uno e l’altro deve essere fatta con ragioni extraeconomiche. Data la loro varietà e numerosità, non è neanche possibile fare una esplorazione sistematica di tutti. E allora?
Allora il contributo degli economisti che propongono la teoria dell’equilibrio è nulla proprio per le caratteristiche matematiche della teoria che propongono. E’ necessario, quindi, immaginare socialmente quelli che si considerano desiderabili.
Per chi volesse approfondire il discorso, il riferimento è al paper “Time and symmetry in models of economic markets(25 Feb 2009) di Lee Smolin.
La spiegazione etica: il concetto stesso di equilibrio non è etico. Vi sembra il caso di cercare di riequilibrare la società attuale? Capsico che lo facciano le società occidentali, ma non credo con grande possibilità di successo. Tra l’altro: quando mai la storia dell’Uomo si è sviluppata attraverso ristrutturazione di equilibri che si andavano disgregando? Quando si è tentato questo, si sono scatenate rivoluzioni. Purtroppo il concetto di equilibrio è molto radicato, soprattutto nelle classi dirigenti che hanno interesse a rimanere tali tanto da coniare veri e propri ossimori come “sviluppo nella stabilità”.

giovedì 6 ottobre 2016

Corsa elettorale infinita … perché accade?

di
Francesco Zanotti

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Se qualcuno volesse davvero capire perché nella democrazia rappresentativa è inevitabile una corsa elettorale infinita dovrebbe leggere Luhmann. Poi si potrebbe discutere di cosa fare.

Un sistema di partiti che deve competere per i voti costituisce un sistema autopoietico che sopravvive proprio perché compete. Il competere è la mission di ogni partito politico. Non è il vincere. Il vincere (o il perdere) è solo un episodio. Tra parentesi, lo stesso vale per le imprese. Il competere è diventato l’obiettivo. E produzione di cassa, occupazione etc. passano  in secondo piano.
Quindi?
E’ inutile richiamare ai “contenuti”, all’etica e cose simili. Le esigenze dei cittadini (e anche i richiami all’etica) sono solo “stimoli” alla prosecuzione della battaglia politica. Vengono interpretati a seconda di come sta andando la battaglia politica, come strumenti per continuarla. Tecnicamente questo rapporto tra sistema dei partiti e la realtà economica e sociale si chiama accoppiamento strutturale.
Che fare? Prima di tutto imparare a riconoscere i meccanismi interni di un sistema autopoietico e le sue modalità di relazione con il suo ambiente i riferimento. E’ difficile? Forse, ma è inevitabile perché è il sociale ad essere complesso e difficile. E far finta che sia semplice per non far fatica a studiare crea solo “sistemi autopoietici di dibattito” che non c’entrano nulla con la realtà dei sistemi sociali. Noi abbiamo dato un contributo a questo sforzo di conoscenza pubblicando il libro che trovare presentato a lato di questo post.
Ovvio che studiare è necessario, ma non sufficiente. Serve la proposta. Ma questa proposta la stiamo proponendo alla noia nei nostri post: l’abbiamo chiamata Sorgente Aperta.


martedì 4 ottobre 2016

Non vogliamo essere eroi

di
Francesco Zanotti

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Da cinque anni stiamo raccontando un’altra storia della crisi e stiamo costruendo proposte per superarla. Speriamo di riuscire a convincere prima di diventare eroi. Perché, allora, sarà troppo tardi.

La storia che raccontiamo è molto semplice: il modello della società industriale sta perdendo di senso. E nessun altro modello sta prendendo il suo posto.
Vediamo cosa permette di spiegare questa storia.
Cominciano dal disagio profondo dei giovani che Dario di Vico descrive oggi sul Corriere (chissà se vorrà farci la cortesia di un suo commento, così da aprire un dibattito). E’ ovvio che ci sia: i giovani hanno bisogno di un modello di società di riferimento. Da soli non riescono, però, a svilupparlo perché non dispongono delle risorse cognitive di rifermento. Ed allora cercano di sopravvivere negli interstizi della società esistente. Fino all’autolesionismo sociale di cui parla De Vico.
La stessa cosa sta accadendo alle imprese: producono delle cose che interessano sempre meno, ma da quelle non riescono a staccarsi ed allora cercano interstizi competiti di sopravvivenza che diventano sempre più angusti. Tornando all’articolo di De Vico, il problema non è come sarà il lavoro futuro. Il problema è cosa dovranno produrre le imprese del futuro. Poi discuteremo di come produrlo: dall’industry 4.0, alle modalità di lavoro.
La stessa cosa sta accadendo alle banche. E’ ovvio che il ruolo di intermediazione sta perdendo di senso. Ma purtroppo le banche sono solo quello sanno e vogliono fare. Ma così si riducono a chiedere soldi e buttar fuori persone e imprese che, a causa di quello che abbiamo detto sopra, diventano “sofferenze” che vengono date in pasto a puri e semplici esecutori testamentari: escutono le garanzie. A dimostrazione di questo disinteresse per un nuovo futuro, tutti parlano di nuovo modello di business per le banche, ma nessuno ne descrive uno.
La stessa cosa sta accadendo alle utilities e alle infrastrutture. Pensiamo ancora all’ampliamento delle infrastrutture tipiche della società industriale. Ma essa sta perdendo di senso funzionale ed esistenziale. Il sociale si accorge della crescente incongruenza di costruire infrastrutture per una economia che sta perdendo di senso e a questo modo di procedere si oppone. Non si pensi solo alla TAV, ma anche alla sorte dei progetti delle società di infrastrutture
La stessa cosa sta accadendo alla politica, ma credo che questo sia auto evidente.
La stessa cosa sta accadendo alla scienza che si sta perdendo in una visione specialistica esasperata, ispirata ed un riduzionismo altrettanto esasperato, che produce mostri cognitivi come l’LHC o il progetto genoma.

Non ho trattato il tema delle riforme. Non l’ho fatto perché esso viene discusso con una leggerezza sociologica sconvolgente. Basterebbe leggere Luhmann per capire che le  strutture fondamentali dello Stato sono solo ambiente per l’agire economico e sociale. Non hanno un rapporto casuale con questo. Detto diversamente, non si riesce a calcolare che impatto avrà un cambiamento strutturale dello Stato sulle riflessioni e i comportamenti degli attori economici e sociali.

La proposta. In forma molto stringata: dobbiamo far emergere l’intelaiatura di una nuova società. E lo possiamo fare solo cambiando la struttura cognitiva di fondo della società industriale: il modo di guardare al mondo tipico della fisica classica. E, poi, avviando una diffusa nuova stagione di progettualità. I dettagli di questa proposta li abbiamo definiti: Expo della Conoscenza.

E che c’entra il non voler essere eroi?
C’entra perché il processo tipico di accettazione di innovazione profonda della società industriale passa attraverso tre stadi: “Prima vi derideranno, poi vi combatteranno, poi diverrete eroi”.
A parte la nostra idiosincrasia personale al diventare eroi, seguendo questo processo si arriverebbe troppo tardi ad avviare un processo di riprogettazione di una nuova società. Si spegnerebbe prima quella attuale.


giovedì 8 settembre 2016

Il movimento cinque stelle: e finisce con la teoria del complotto

di
Francesco Zanotti

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Quando il sistema di risorse cognitive di cui si dispone è troppo povero, ma si è intelligenti ed appassionati (Grillo e grillini, almeno alcuni) certamente si riesce a coagulare consenso nella protesta, ma poi si trovano grandi difficoltà sia nella proposta che nella realizzazione.
Non riuscendo a cogliere che il problema sta nelle risorse cognitive disponibili, si finisce con l’adottare la teoria del complotto, messo in atto da misteriosi (se non sono misteriosi non complottato) ed oscuri ma potentissimi personaggi.
Il problema è che questa dinamica era prevedibile: basta leggere Luhmann aggiungendo qualche nostro contributo che si trova in questi blog. Il problema del problema non è che non solo Grillo e i grillini, ma neanche i commentatori sanno leggere queste banali dinamiche sistemiche. Altrimenti si riuscirebbe, tutti insieme, a indirizzare chi detiene il potere verso un soluzione semplicissima. Smettete i panni del fustigatore di costumi che, poi, finiscono per essere fustigati. E cominciate a studiare.
Conclusione generale: non spendiamo tempo nella battaglie tra classi dirigenti. Iniziamo la formazione delle classi dirigenti che oggi sono al potere per dare loro un patrimonio di risorse cognitive che possano far loro vincere la sfida del governo.


giovedì 18 agosto 2016

I sonnambuli che non si sa come svegliare. Noi ci proviamo.

di
Francesco Zanotti
Presidente ApEC
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Oggi sul Sole 24 Ore Gianni Toniolo scrive un editoriale da titolo “La danza dei sonnambuli sull’orlo del tetto”.
La tesi è semplice: le nostre classi dirigenti sono come sonnambuli che passeggiano sull’orlo di un tetto inconsapevoli di poter cadere giù rovinosamente trascinando dietro di loro tutti noi.
Ora, al di là della suggestione, peraltro un po’ copiata (si veda il libro di Giulio Tremonti “Mundus furiosus” e l’Armata dei sonnambuli di Wu Ming …anche se qui i sonnambuli sono gli eroi e non degli incoscienti), la spiegazione del perché sono sonnambuli è abbastanza convincente. Ma poi la proposta latita. E’ solo esortativa: che la smettessero. Ma un sonnambulo non sa che è un sonnambulo: occorre trovare il modo di spiegarglielo bene. Ma soprattutto occorre sapere dire loro cosa devono fare quando li abbiamo svegliati rivelando loro che sono sonnambuli. E tutto questo nell’articolo di Carlo Toniolo non c’è.
Il nostro blog è un luogo di proposta. In molti post ho parlato di Sorgente Aperta che è una nuova proposta di Governo. Abbiamo “costruito” un libro (sponsorizzato da CSE Crescendo) la cui copertina è visibile a fianco di questo post che contiene una traduzione (a cura di Lorenzo e Luciano Martinoli) di un libro sul pensiero di Luhmann che fornisce una spiegazione delle dinamiche sistemiche che hanno costruito la crisi attuale. Per inciso, preferisco la sua metafora della danza della pioggia. I governanti possono fare solo danze della pioggia che non hanno molte probabilità di far piovere. Il libro ha una mia appendice dove accettando e dettagliano la spiegazione di Luhmann, arrivo alla proposta di una nuova forma di governo: Sorgente Aperta appunto.
Stiamo preparando una intera collana di libri (Leonardia, cose da Leonardo) che sarà edita da Aracne e che cercherà di raccogliere non sono analisi, ma strumenti di conoscenza e proposte per trasformare l’attuale ecologia di crisi in una ecologia di sviluppo.
Il primo libro della collana sarà mio. Racconterò come le classi dirigenti pensano che l’uomo, le imprese, gli attori politici e sociali e le istituzioni  siano come palline che si muovono su di un piano inclinato spinte dalla forza di gravità. E loro sfruttano la forza di gravità per far muovere la pallina. E, poi, spiego perché si sbagliano e cosa si potrebbe fare altrimenti: Sorgente Aperta, come detto in ogni luogo dove mi è possibile ed è sensato farlo.


mercoledì 20 luglio 2016

Cosa accadrà alla Turchia?

Un'analisi dal punto di vista della Teoria dei Sistemi Sociale
di
Luciano Martinoli


Dal Sole24ore di oggi
"Una colossale epurazione è in corso in Turchia dopo il fallito golpe di venerdì notte. Dopo i militati golpisti e i giudici, il pugno di ferro di Erdogan è calato anche sugli ambienti dell’istruzione: sono oltre 1.500 i presidi di facoltà che sono stati costretti alle dimissioni dall’Alto consiglio per l’istruzione. Revocata l’abilitazione all’insegnamento a 21mila docenti di scuole private ritenuti, a torto o a ragione, legati al movimento dell’imam Fethullah Gulen."

è evidente che ci troviamo davanti ad una svolta totalitaria del partito di Erdogan ovvero, dal punto di vista della Teoria dei Sistemi Sociale, di un tentativo di un sistema, quello politico, di governare gli altri sistemi. 
Cosa genererà tale tentativo?

sabato 16 luglio 2016

La Società non ha un "centro"



La teoria evolutiva ecologica di Luhmann ci dice che la società non ha centro, proprio come un ecosistema non ha centro. Pertanto la società non è mai stata aperta (e mai lo sarà) a interventi creazionisti di provenienza divina o secolare.
La teoria evolutiva ecologica, rispetto alle viste creazioniste, ci porta facilmente al costruttivismo radicale che Luhmann attribuisce a se stesso. Proprio come l’evoluzione biologica è auto-generazione costruttivista della vita, la società è un effetto di costruzione della realtà sociale attraverso la comunicazione.
 

Secondo Luhmann, non viviamo in un mondo postmoderno. La modernità, come il periodo della differenziazione funzionale, è ancora in corso. I recenti cambiamenti tecnologici sono, teoreticamente parlando, esterni alla società. Come i corpi umani e le menti, la tecnologia non è parte della società, ma appartiene all’ambiente del sistema sociale. Né gli umani né i computer comunicano, solo la comunicazione lo fa. Questo non nega la profonda influenza sociale dei recenti sviluppi tecnologici, ma li tratta esclusivamente come influenze esterne alla società. La società, secondo Luhman, non è mai stata umana – la nozione di “essere umano” è sempre stata teoreticamente problematica, e una sociologia basata su termini umanisti è sempre stata fuorviante. 

lunedì 27 giugno 2016

Brexit acceleratore di autoreferenzialità

di
Francesco Zanotti

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Innanzitutto dobbiamo dire che la Brexit non c’è stata. Intendo dire che non c’è stato un Evento del tipo “sì” o “no”, bianco e nero, aut aut.
Di preciso, definito, c’è stato solo l’esito di un voto, ma a cosa questo voto porterà nei rapporti tra Ue e GB è tutto da definire. Solo per citare qualche fatto. Innanzitutto il referendum ha solo valore consultivo. Poi, la Scozia non ne ratificherà il risultato e insieme all’Irlanda del Nord, sembra aver intenzione di chiedere di entrare nella UE. Molti hanno votato “leave” solo per protesta spaventandosi dopo la vittoria e milioni di cittadini hanno chiesto di rifare il referendum. Le reazioni dell’UE sono al solito eterogenee: dall’atteggiamento punitivo della Commissione, all’atteggiamento più conciliante, guarda caso, dei tedeschi. In fine, nessuno sa come finirà il negoziato di “divorzio”. Quindi le conseguenze concrete di un evento che non è accaduto sono ad oggi imprevedibili, nel bene e nel male.
Detto questo, quasi tutti hanno capito che la vittoria del “leave” è stato la misura di un disagio profondo da diseguaglianze insopportabili e mancanza di sviluppo.
Ma, purtroppo, quasi tutti hanno risposto riproponendo se stessi, autoreferenzialmente.
I Governi riproponendo l’equazione scientificamente sbagliata: riforme istituzionali uguale sviluppo. Il nostro Premier con il solito volontarismo banale. Gli imprenditori riproponendo i fantasmi della competitività e della produttività. Le istituzioni finanziarie cercando protezioni pubbliche. Se a qualcuno pungesse vaghezza di capire la follia della chiusura autoreferenziale che ho appena descritto, potrebbe leggersi il libro che descrive il pensiero di Luhmann e la nostra proposta che trova presentato a lato di questo post.
La riflessione più profonda, è le letterariamente più brillante”, mi è sembrata quella di Luca Ricolfi sul Sole 24 Ore di ieri “ … il popolo, più che fidarsi dei populisti, non sa a chi altri affidarsi e, votandoli, fa una scommessa tanto scettica quanto disperata”.
In sintesi, punta il dito sule classi dirigenti.
Ma allora dobbiamo sostituirle? No! Dobbiamo dire loro che devono sviluppare progetti alti e forti sia a livello nazionale che a livello di imprese, attori sociali, istituzioni finanziarie etc.
E, soprattutto, fornire loro le conoscenze per farlo. La loro incapacità di visione non è “ontologica”, non dipende da qualche loro carenza personale. Dipende solo dalla povertà delle loro conoscenze di riferimento. Moltiplichiamo le risorse di conoscenza nella loro disponibilità e riusciranno a generare quei progetti di sviluppo alti e forti di cui abbiamo esistenzialmente bisogno.
Il futuro è imprevedibile fino a che non ci decidiamo a costruirlo.


...continua

Ce ne stiamo accorgendo a colpi di crisi ricorrentesi in ogni dimensione dell'umano. E' evidente che dovunque guardiamo c'è qualcosa che, gravemente, non va: lo sviluppo economico, la povertà, il rapporto con la natura, la soddisfazione sul lavoro e le profonde esigenze di realizzare una vita degna... E allora vogliamo smetterla di denunciare il passato? Sta diventando stucchevole cercare l'ennesimo cantuccio della stanza della società industriale e scoprire ancora una volta l'accumularsi di una polvere. E' il momento di lasciar riposare per un po' la denuncia e la protesta anche perché, se siamo onesti, dobbiamo chiederci: ma noi dove eravamo in questi anni?

Vivevamo su Marte e improvvisamente siamo tornati sulla terra ed abbiamo scoperto che quegli inetti di terrestri, dopo la nostra denuncia, non aveva fatto nulla. E tocca ancora a noi risvegliare le coscienze? Certo che no! Noi abbiamo vissuto immersi in questa società. Sono anche le nostre azioni che hanno mantenuta chiusa la stanza. Lasciando accumulare e incancrenire polvere. Viene quasi da dire: l’accumularsi e l’incancrenirsi ci fa comodo perché la nostra unica competenza era il contestare. Visto che sul costruire abbiamo dato tutti pessima prova.
E non si dica che qualche potere forte, da qualche parte ha impedito che le nostre folgoranti idee liberassero la stanza dalla polvere dell’ingiustizia, del privilegio … Quelli che sembrano poteri forti lo sono solo di fronte alla nostra incapacità di costruire alternative.
Cara e vecchia società di tutti noi, dunque. Che ci ha permesso di superare secolari infelicità … Certo non tutte, certo non a tutti, certo non ugualmente, ma molto.
Cara e vecchia società dalla quale ora dobbiamo allontanarci con un pizzico di nostalgia. Portandoci dentro lo zaino che accompagna ogni viaggio tutto quello che di buono ha prodotto.
E con il passo che diventa sempre più baldanzoso a mano a mano che diventa chiaro il luogo, la nuova società verso la quale siamo diretti ..
Ma verso quale luogo vogliamo dirigerci? Quale nuova società vogliamo costruire?
Noi certo non lo sappiamo! Sappiamo solo come fare a costruirla!

Allora la nostra proposta è strana. Non abbiamo soluzioni, linee politiche, idee originali. Ma un metodo con il quale generarle.
Primo passo di questo metodo: cambiamo i linguaggi. Secondo usiamo questi nuovi linguaggi per progettare insieme .. Accidenti, mi rendo conto che mi sto avventurando in un sentiero accidentato …
Allora provo con una storiella. Pensiamo di indossare occhiali verdi e di dover dipingere una parete di un nuovo colore: il verde ci ha seccati. Ai nostri piedi abbiamo una vasta gamma di barattoli di vernice. Ma tutti i colori ci sembrano gradazioni del verde. E, così, piano piano ci sembra inutile ridipingere una stanza di un nuovo colore che potrà essere solo una gradazione di verde. Accidenti ai poteri forti che ci costringono a dipingere sempre e solo di verde …
Ma poi arriva qualcuno che ci convince che un certo barattolo contiene il rosso. Ma apparirà rosso solo quando lo stendiamo sulla parete … Così, spinti da nuova fiducia e dalla voglia di avere nuova fiducia, cominciamo a dipingere. Ma, anche dopo averlo steso sulla parete, quel colore continua ad essere l’ennesima gradazione del verde. Allora la nostra collera e massima: certo solo un grande complotto di qualche potentato molto potente ci può costringere a naufragare in un mare di verde …
Maledetti poteri forti .. .
Così attiviamo un Gruppo antiverde. Che, innanzitutto, continua ossessivamente a dimostrare che tutto è di quel verde che, oramai invece di speranza, sta a segnalare schifezza. E poi cerca di buttare via tutti i barattoli …
Cosa significa partire dai linguaggi e dal metodo per usarli?
Significa togliersi gli occhiali verdi. E riuscire così a scoprire che tutti i barattoli sono effettivamente di mille colori. Riuscendo a vedere mille colori rinasce davvero la speranza di poter dipingere diversamente la stanza. Ma non possiamo stare senza occhiali ed ogni tipo di occhiale, anche il più sofisticato, altera i colori … Anche il rosso più sfavillante sarà, poi, sempre, ideologicamente, rosso … Ed allora che fare? Impariamo a cambiare occhiali quando vogliamo vedere cose diverse. Ma, poi, come dipingiamo quella stanza? Inevitabilmente tutti insieme con occhiali diversi. Perché ognuno può portare un solo tipo di occhiali per volta. E per fare della stanza un capolavoro, sono necessari tutti i colori. Quando il dipinto a mille mani sarà finito potremmo vedere un miracolo che piacerà a tutti e che tutti potranno vederlo in modo sempre diverso. Basterà indossare gli occhiali degli altri e se ne scoprirà un bellezza diversa.
Allora il nostro programma è molto semplice. Apparirà forse banale e ininfluente: diffonderemo nuovi linguaggi ed attiveremo gruppi progettuali che li useranno per progettare i mille aspetti di una nuova società.
I linguaggi sono i modelli e le metafore che nell'ultimo secolo, provenendo sostanzialmente dalle scienze della natura, si sono aggiunti a quelli tipici della società industriale.
Il metodo con il quale li useremo sarà Sorgente Aperta …
Ma perché “balbettanti”? Perché nel progettare un nuovo mondo ci rendiamo conto che il primo esprimersi non sarà che un balbettio. E, perché “poietici”? Perché il balbettio dovrà essere fecondo. Si trasformerà certamente in storie che cominceranno ad essere vissute.
Allora anche questo manifesto è un balbettio poietico? Certamente. Speriamo di doverlo riscrivere al più presto meno balbettante e più fecondo.