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sabato 11 febbraio 2017

La cecità delle élite è assodata … ma da dove viene? Come si può porvi rimedio?

di
Francesco Zanotti

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Gli spunti per continuare il discorso che stiamo facendo da tempo sono sempre più numerosi. Questa volta lo spunto è di Pierluigi Battista sul Corriere della Sera. Ma mi sembra manchi ancora il balzo finale: il cambiamento degli occhiali di lettura e dei linguaggi di proposta …

L’articolo è apparso sul Corriere della Sera di oggi: l’articolo di fondo di Pierluigi Battista. Il suo titolo: “Il consenso dei Politici alieni”.
Sostiene che è più di vent’anni che le élite rimangono stupefatte dagli eventi. Non hanno capito perché la gente, a suo tempo, ha votato Berlusconi. Non capiscono perché oggi è stato votato Trump. E, aggiungo io, perché è probabile che voteranno leader di uguale pasta in tutt’Europa.
Continua Battista: poiché le élite non hanno capito, allora cercano tutti i segnali che faccia loro sperare che i Berlusconi e i Trump (sono loro due esponenti di spicco degli alieni) la facciano così grossa da far ricrede quelli che anno votato per loro. Questa speranza (in questo caso piuttosto strega che dea) definitivamente inibisce la possibilità delle élite di capire.
Mi sembra una buona analisi e suggerisco la lettura dell’articolo. Ma occorre fare un passo avanti.
Innanzitutto io penso, guardando anche gli altri politici alieni che stanno per essere votati, che la ragione del loro successo non sia perché questi propongono valori dimenticati dalle élite, ma perché solo perché si dimostrano contro le stesse élite.
Secondariamente, credo che a tutti (sia alle autoproclamate élite che ai leader alieni) manchino totalmente di una capacità progettuale adatta alla complessità economia e sociale. Non sanno immaginare una nuova società e una nuova economia. Guardate ad esempio quanto è gravemente alta l’incapacità di progettare il futuro del sistema bancario.
Non sapendo immaginare il futuro cercano di perpetuare il presente. Ma esso perde sempre più di senso e sembra proprio una coperta troppo corta che riesce sempre meno a coprire tutti. Allora élite e alieni, alla fine, propongono solo di stiracchiare la coperta. Così facendo contentano (poco e sul breve) qualcuno a scapito di qualcun altro. Ma la coperta non solo si sta restringendo, ma sta diventando sempre più lisa. Finirà per rompersi ..
Dopo questa aggiunta di analisi? La soluzione: invitare le élite a studiare. A dotarsi delle risorse cognitive adatte a leggere la complessità attuale e poter esercitare una progettualità alta e forte.

Per spiegarmi, un piccolissimo Segno dei Tempi Futuri. Nel controcanto a Mattarella (discorso purtroppo banale il suo) a fine anno Grillo si è presentato con in mano un libro di Paul Watzlawick: la realtà della realtà. Libro importante di un autore importante … Solo la proposta di quel libro vale più di tutto l’intervento del Presidente. Anche Grillo capisce l’importanza della conoscenza importante … Ha suggerito una nuova risorse cognitiva …

domenica 25 dicembre 2016

Non basta essere onesti e volenterosi

di
Francesco Zanotti

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La crisi dei nuovi politici ha una radice fondamentale: dispongono di un sistema di risorse cognitive troppo povero. E l’onestà e la buona volontà rischiano di essere controproducenti. Di spingerli a battaglie contro i fantasmi.

Se si dispone di un sistema di risorse cognitive troppo povero, non si riesce a leggere la complessità del reale. Non si riescono ad immaginare progetti di sviluppo, ma ci impegola in litigi da vicolo.

La delusione è dietro l’angolo. Ma neppure dalla delusione si riesce ad imparare: la colpa non è delle proprio insufficienze cognitive ma di qualche gruppo di “cattivoni” (i poteri forti di turno) che per motivi innominabili si oppone ad ogni moralizzazione.

venerdì 10 giugno 2016

Decisionismo, mediazione, progettualità e guittismo

di
Francesco Zanotti
Presidente ApEC

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Credo che nessuno possa contestare il fatto che la nostra società sta diventando sempre più complessa. Il che significa sempre più attori, individuali e collettivi, con desiderio e risorse per diventare protagonisti della costruzione del futuro.
Come gestire questa complessità?
Se lo si fa con il decisionismo non si cava un ragno dal buco. Si può cercare di imbrigliare tutti coloro che hanno voglia di diventare protagonisti del futuro con il primitivo strumento de “la maggioranza ha ragione”. Ma si riescono a prendere solo decisioni su materie irrilevanti (le riforme istituzionali) o decisioni ideologiche (il Jobs Act). E, poi, chi ha perso cercherà la rivincita in una rincorsa senza fine a cambiare quello che l’avversario politico ha cambiato.
Se si usa la mediazione non la si finisce mai … Ma anche col decisionismo non la si finisce mai. Si riesce a prendere decisioni, ma che poi vengono continuamente rimesse in discussione dell’alternarsi inevitabile dei vincitori delle diverse tornate elettorali.
Rimane la progettualità sociale che è il miglior modo per avere grandi idee e realizzarli.
Purtroppo manca una classe dirigente capace di guidare processi di progettualità sociale, per riuscirci occorre rinunciare a ogni forma di guittismo a cui non riesce a rinunciare chi ricerca palcoscenici, battute e sceneggiate.


martedì 14 aprile 2015

Frammentazione politica e sintesi

di
Francesco Zanotti


La frammentazione politica aumenta inesorabilmente. Tutti la vedono come una minaccia alla governabilità. E, invece, è solo una minaccia ad una classe dirigente, ma una speranza per il mondo.
Infatti, si scrive frammentazione, ma si legge aumento di complessità di ricchezza. La frammentazione è l’inevitabile risultato della crescita della ricchezza cognitiva della società che vede continuamente aumentare visioni e protagonisti.
Fermare questo aumento di complessità è impossibile. E cercare di farlo è dannoso.
Occorre, allora, una classe politica capace di sintesi.
Ma l’attuale classe politica non sa neppure da dove si cominci a fare sintesi. E’ ancora legata alla democrazia come battaglia tra destra e sinistra. Ma, cari amici politici incartapecoriti, vi rendere conto che non sapete neppure distinguere chiaramente i nomi delle sue parti che si dovrebbero contendere il governo? Siete costretti a definirli con nomi composti con una area di sovrapposizione: centro-destra e centro-sinistra.
Il più grave è che ad essere incartapecorita sul passato dei conflitti è una classe di governo giovane.


martedì 23 dicembre 2014

Il disgregarsi

di
Francesco Zanotti



Da qualunque parte si guardi la nostra società è affetta dal morbo della disgregazione conflittuale. Soprattutto a livello politico-sociale.
E’ inutile perdersi in mille esempi. Basta citare i nomi: i partiti politici, i movimenti sociali.
In realtà, la disgregazione è solo frutto di una profonda incapacità di governo della complessità. Infatti. In una società complessa nascono costantemente nuove esigenze che, tanto più la società è complessa, tanto più sono “locali”, cioè parziali in termini di territorio, issue etc.. Sarebbe necessaria una classe dirigente che costruisca sintesi. Ma l’attuale classe dirigente non lo può fare perché manca delle risorse cognitive necessarie per capire cosa di nuovo (anche se parziale) esiste in ogni persona e in ogni nuovo movimento.
Allora accade che le persone e i movimenti non ascoltati si riuniscano nella protesta. Ma quando è il momento della proposta si disgreghino immediatamente perché non riescono a riconoscere e portare a sintesi le novità reciproche. E la disgregazione è conflittuale perché ogni persona o movimento vede nell'altro un traditore.
L’anno nuovo … Il nostro impegno è nel sottolineare in ogni istante e in ogni dove il ruolo fondamentale delle risorse cognitive e promuovere l’emergere di una classe dirigente che le riconosca e le sappia usare per costruire nuovi grandi progetti che siano speranza per la continuamente crescente complessità (quindi ricchezza) politico-sociale.


lunedì 24 giugno 2013

La tirannia della maggioranza

di
Francesco Zanotti




 L’espressione non è mia. E’ una espressione di Alexis de Toqueville citata da Giuseppe Sarcina in un suo pezzo, pregevole, sul Corriere di ieri.
In questo suo pezzo Sarcina parla della crescita solo economica di nazioni come la Turchia e il Brasile e del deficit di cittadinanza che nessuno ora riesce a colmare.
A me sembra di poter aggiungere qualche ulteriore riflessione e riassumere la proposta si sviluppo economico e sociale che caratterizza questo blog.
Le attuali classi dirigenti di opposizione sono ancora convinte che esiste un modello di convivenza civile ideale e che il fare politica è combattere contro coloro che ne ostacolavano l’avvento: la parte politica che governa. Ma, ovviamente, coloro che vengono combattuti (e che a loro volta combattono) sono altrettanto convinti che i problemi nascono dal fatto che non riescono a fare le cose che vorrebbero fare.
Come superare questo stallo?
Innanzitutto occorre riconoscere che oggi non esiste un modello ideale da perseguire anche a costo della violenza. Oggi viviamo in una società a così elevata complessità che offre una serie praticamente infinita di potenziali modelli di economia e società. Non sono modelli completamente definiti, ma solo potenzialità che hanno bisogno di una declinazione progettuale. Insomma, una nuova progettualità è l’esigenza di fondo.
Ovviamente non deve essere una progettualità di vertice, ma sociale. Alla quale partecipino tutti coloro che poi della nuova economia e della nuova società dovranno diventare protagonisti-costruttori.
Altrettanto ovviamente non serve usare la rete solo come strumento per riproporre ossessivamente la tirannia della maggioranza.
La rete deve diventare lo strumento principe di progettualità sociale.
Da una partecipazione al voto ad una partecipazione progettuale.

Ma può funzionare? Sì! Prima, però, occorre incrementare i modelli cognitivi in uso. In pratica gli strumenti progettuali. La ragione è che i modelli cognitivi in uso sono troppo semplici e sono naturalmente generatori di conflitti. Soprattutto in una società complessa.
Infatti essi sono una sorta di vulgata della fisica classica e della matematica hilbertiana. Ogni persona è convinta di riuscire a guardare il mondo oggettivamente e a ragionare logicamente.
Per fortuna lo sguardo dell’uomo non è asettico, ma, mi si lasci dire, è “passionale”: personale, carico della sua esistenzialità profonda, contestuale … E il suo ragionare è un raccontare storie.
Se l’uomo accetta questa realtà, allora scatta la curiosità per gli altri perché vedono mondi a lui preclusi e raccontano storie diverse. E viene voglia di mettere insieme tutti gli sguardi e le storie. La progettualità sociale è possibile e feconda. E la rete può moltiplicare la fecondità della progettualità sociale.
Se l’uomo continua a credere di guardare oggettivamente e ragionare indiscutibilmente, allora non potrà che entrare in conflitto con gli altri uomini che, soprattutto in una società complessa, vedono mondi diversi, raccontano storie diverse e sono altrettanto convinti che il loro sguardo è oggettivo e la loro storia è la Verità. E la rete moltiplica le occasioni e l’intensità dei conflitti.
Dove si trovano modelli cognitivi nuovi adatti a supportare una progettualità sociale che non è vezzo etico, ma una necessità di sopravvivenza?
Sono spersi in tutte le scienze umane a naturali. Occorre raccoglierli e diffonderli. Il raccoglierli e diffonderli è l’azione politica fondamentale per attivare quel processo di progettualità sociale che può generare una nuova società. Abbiamo sviluppato un progetto per raccogliere e diffondere i nuovi modelli cognitivi proposti dalle scienze naturali ed umane. Lo abbiamo definito “Expo della Conoscenza”. Il progetto è disponibile in una sua prima versione qui. Abbiamo anche fondato una Associazione che si chiama ApEC il cui manifesto è disponile qui.


lunedì 8 ottobre 2012

Rivoluzioni, fallimenti e risorse di conoscenza

di
Francesco Zanotti

Nel suo libro "EVENTI X" John Casti scrive che una rivoluzione scoppia quando il divario di complessità tra la società e la sua classe dirigente diventa troppo ampio da risultare incolmabile.
Bene, la nostra classe dirigente sta cercando di semplificare il quadro politico e la società sta diventando più complessa. Poiché non se ne parla neanche di fermare la crescita di complessità della società, quando il divario che si sta creando (e che non può che crescere) diverrà incolmabile? Mille segni dicono che siamo vicini a quel giorno …
Provo ad andare un passo più in là di Jonh Casti. Parlo di complessità del sistema di conoscenze. Quando il sistema di conoscenze del top management di una impresa diventa troppo semplice per capire la complessità economica e sociale, l’impresa non può che fallire.
Il sistema delle conoscenze dei nostri top manager tende ad impoverirsi. E società e mercati tendono a diventare più complessi.
Due più due fa … fallimenti a catena.
Rivoluzioni e fallimenti ai quali è facilissimo porre rimedio: aumentando il patrimonio di conoscenze delle nostre classi dirigenti politiche ed economiche.


Stamattina ho letto sul Sole 24 Ore l’articolo di Adriana Cerretelli … Descrive un differenziale elevato di complessità tra la classe dirigente europea e la società che pretende di governare …
Riporto la sua conclusione: “In queste condizioni, basta davvero poco perché l’Europa finisca impiccata alle proprie contraddizioni interne”. Il linguaggio è diverso (e appare chiaro come il linguaggio sistemico permetta maggiore profondità di analisi), ma la sostanza è la stessa.

martedì 2 dicembre 2008

Ma quando ci sarà la ripresa? Di questa economia, mai!

Leggo sul Sole 24 Ore di oggi (2 dicembre 2008), a firma Carlo Basastin, un pregevole articolo dal titolo “La fiducia e il costo delle riforme”.
Mi ha colpito molto una affermazione, quasi una certezza, che a me sembra proprio sbagliata. E se è sbagliata rende problematiche tutte le osservazioni (non mi sembra vi siano proposte) e le esortazioni al Governo presenti nell'articolo. Come quando togliete una pietra angolare …

L’affermazione è “Anche gli scenari peggiori contano in una ripresa globale nell’arco di 6-16 mesi.”.
Be’ una prima cosa da dire è che previsioni di questo tipo lasciano perplessi. Hanno una variabilità così rilevante (16 mesi sono quasi tre volte 6 mesi) che è come se, quando andate a comprare le scarpe, dite al commesso che avete un numero tra il 32 e circa il 90. Francamente: di una previsione di questo tipo non ce ne facciamo quasi nulla.

Ma la domanda più importante è un’altra.
Si prevede, sia pure con una incertezza quasi esiziale, la ripresa dell’economia, ma: di quale economia?
Se la risposta è: di questa economia, allora è una risposta completamente errata.
La ripresa di questa economia non vi sarà. Le ragioni sono sostanzialmente due … Più tante altre …

La prima delle due è che il sistema di output (i prodotti che stanno sugli scaffali) di questa economia interessano sempre meno. Quindi dovremo attenderci un calo del Pil generato da questa economia. Non vi sarà ripresa di questi consumi.

La seconda delle due è che, anche se tutto il mondo volesse alla follia i prodotti generati dall'attuale sistema produttivo, non vi sarebbero le risorse (materie prime, energia etc.) per farli. E non vi sarebbero le risorse e l’energia per costruire il sistema di infrastrutture necessario a far viaggiare materie prime e prodotti.

E poi vi sono le altre ragioni. Citando in ordine sparso …
Le strategie di sviluppo sono sostanzialmente competitività e produttività. Ma esse portano a ridurre gli occupati nelle imprese. Si immagina, forse, che essi saranno assorbiti da altre imprese che, poi, dovranno espellerli per essere più produttive e più competitive? E se si riducono gli occupati, questi licenziati, quando diventano consumatori, dove prendono i soldi per consumare?
Forse si gioca sulla innovazione tecnologica? Ma abbiamo valutato quanta occupazione potranno generare tutte le start-up su nano e biotecnologie possiamo immaginare? E che tipo di occupazione? O pensiamo che le innovazione tecnologiche sapranno rilanciare l’interesse per i prodotti attuali, aumentandone il contenuto tecnologico?

Allora che fare se questa economia non può riprendere? Banale: progettarne un’altra all'interno di una nuova società.
Più precisamente … Non dobbiamo cercare di fare funzionare meglio le imprese esistenti. Dobbiamo progettare un nuovo sistema di imprese che costruisca un nuovo sistema di consumi. Dobbiamo progettare un nuovo sistema di servizi e di infrastrutture. Nuove istituzioni ed un nuovo modo di fare politica.

Per riuscirci? Certo non riesco a costruire una proposta complessiva, ma alcuni semplici balbettii, sì! Sarà poi la riflessione comune che trasformerà i balbettii in proposta.

Primo balbettio: dobbiamo abbandonare le parole mito. La prima è: competitività. Essa ha oramai perso il suo significato originario di “produrre maggior qualità a prezzo più basso dei concorrenti”. E’ diventata una parola-valigia che oramai sta ad indicare tutto il buono ed il bello. Tutti sono d’accordo che la competitività è un valore, ma è un valore così generico che ognuno poi propone di raggiungerla in modo diverso. Soprattutto tutti sono d’accordo sul fatto che non va bene il modo proposto dall'avversario politico o aziendale che sia.

Secondo balbettio: dobbiamo aumentare la capacità di consapevolezza e progettualità di imprese e banche.
Intendo dire che le imprese e le banche devono sapere quando i prodotti di una impresa hanno perso di senso, cosicché la competitività è strutturalmente impossibile. Ed è necessario riprogettare l’impresa, ma con una sapienza progettuale molto più intensa dell’attuale, mortificata dai confini angusti della competitività.

Terzo balbettio: dobbiamo superare le tentazione di semplificare il politico ed il sociale. Ma imparare a considerare un valore e a gestire il continuo loro (del politico e del sociale) aumento di complessità, cioè di ricchezza della società.

Quarto balbettio: ripensiamo alle previsioni. La prima cosa che dobbiamo è smetterla di prevedere. Il futuro non è costruito da qualche dio minore o maggiore. E’ frutto dei nostri comportamenti. Se viviamo una crisi che diventa sempre più grave è perché ce la siamo costruita noi e ci crogioliamo dentro. Se continuiamo ad aspettare che la crisi passi e continuiamo nei comportamenti precedenti, allora la crisi peggiorerà. Come quando ci si tira la zappa sui piedi. Per non sentire male si può solo smettere di zappettare i piedi. Se si continua, magari proponendosi di farlo competitivamente, non si può attendere che in tutti i prossimi sedici mesi ci si farà sempre male.

Balbettio finale: ma come fare a balbettare in questo modo?
Mollando la zappa. Se si tiene in mano la zappa si menano colpi … Voglio dire che oggi stiamo usando per guardare il mondo e viverci la cultura che ha fondato la società industriale: il pensiero vetero-scientifico di Galileo. Vogliamo costruire una nuova economia ed una nuova società? Dobbiamo cambiare la nostra visione del mondo di riferimento. Dobbiamo mollare la zappa.
E cosa prendiamo? Esiste una interamente nuova cassetta di strumenti (cultura, linguaggi) che viene etichettata come “complessità”. Vi sono strumenti per aumentare la consapevolezza e la progettualità di banche ed imprese. Vi sono strumenti per gestire la complessità politico sociale. Si tratta di una nuova cultura che ci spinge non a prevedere ed a costruire.

...continua

Ce ne stiamo accorgendo a colpi di crisi ricorrentesi in ogni dimensione dell'umano. E' evidente che dovunque guardiamo c'è qualcosa che, gravemente, non va: lo sviluppo economico, la povertà, il rapporto con la natura, la soddisfazione sul lavoro e le profonde esigenze di realizzare una vita degna... E allora vogliamo smetterla di denunciare il passato? Sta diventando stucchevole cercare l'ennesimo cantuccio della stanza della società industriale e scoprire ancora una volta l'accumularsi di una polvere. E' il momento di lasciar riposare per un po' la denuncia e la protesta anche perché, se siamo onesti, dobbiamo chiederci: ma noi dove eravamo in questi anni?

Vivevamo su Marte e improvvisamente siamo tornati sulla terra ed abbiamo scoperto che quegli inetti di terrestri, dopo la nostra denuncia, non aveva fatto nulla. E tocca ancora a noi risvegliare le coscienze? Certo che no! Noi abbiamo vissuto immersi in questa società. Sono anche le nostre azioni che hanno mantenuta chiusa la stanza. Lasciando accumulare e incancrenire polvere. Viene quasi da dire: l’accumularsi e l’incancrenirsi ci fa comodo perché la nostra unica competenza era il contestare. Visto che sul costruire abbiamo dato tutti pessima prova.
E non si dica che qualche potere forte, da qualche parte ha impedito che le nostre folgoranti idee liberassero la stanza dalla polvere dell’ingiustizia, del privilegio … Quelli che sembrano poteri forti lo sono solo di fronte alla nostra incapacità di costruire alternative.
Cara e vecchia società di tutti noi, dunque. Che ci ha permesso di superare secolari infelicità … Certo non tutte, certo non a tutti, certo non ugualmente, ma molto.
Cara e vecchia società dalla quale ora dobbiamo allontanarci con un pizzico di nostalgia. Portandoci dentro lo zaino che accompagna ogni viaggio tutto quello che di buono ha prodotto.
E con il passo che diventa sempre più baldanzoso a mano a mano che diventa chiaro il luogo, la nuova società verso la quale siamo diretti ..
Ma verso quale luogo vogliamo dirigerci? Quale nuova società vogliamo costruire?
Noi certo non lo sappiamo! Sappiamo solo come fare a costruirla!

Allora la nostra proposta è strana. Non abbiamo soluzioni, linee politiche, idee originali. Ma un metodo con il quale generarle.
Primo passo di questo metodo: cambiamo i linguaggi. Secondo usiamo questi nuovi linguaggi per progettare insieme .. Accidenti, mi rendo conto che mi sto avventurando in un sentiero accidentato …
Allora provo con una storiella. Pensiamo di indossare occhiali verdi e di dover dipingere una parete di un nuovo colore: il verde ci ha seccati. Ai nostri piedi abbiamo una vasta gamma di barattoli di vernice. Ma tutti i colori ci sembrano gradazioni del verde. E, così, piano piano ci sembra inutile ridipingere una stanza di un nuovo colore che potrà essere solo una gradazione di verde. Accidenti ai poteri forti che ci costringono a dipingere sempre e solo di verde …
Ma poi arriva qualcuno che ci convince che un certo barattolo contiene il rosso. Ma apparirà rosso solo quando lo stendiamo sulla parete … Così, spinti da nuova fiducia e dalla voglia di avere nuova fiducia, cominciamo a dipingere. Ma, anche dopo averlo steso sulla parete, quel colore continua ad essere l’ennesima gradazione del verde. Allora la nostra collera e massima: certo solo un grande complotto di qualche potentato molto potente ci può costringere a naufragare in un mare di verde …
Maledetti poteri forti .. .
Così attiviamo un Gruppo antiverde. Che, innanzitutto, continua ossessivamente a dimostrare che tutto è di quel verde che, oramai invece di speranza, sta a segnalare schifezza. E poi cerca di buttare via tutti i barattoli …
Cosa significa partire dai linguaggi e dal metodo per usarli?
Significa togliersi gli occhiali verdi. E riuscire così a scoprire che tutti i barattoli sono effettivamente di mille colori. Riuscendo a vedere mille colori rinasce davvero la speranza di poter dipingere diversamente la stanza. Ma non possiamo stare senza occhiali ed ogni tipo di occhiale, anche il più sofisticato, altera i colori … Anche il rosso più sfavillante sarà, poi, sempre, ideologicamente, rosso … Ed allora che fare? Impariamo a cambiare occhiali quando vogliamo vedere cose diverse. Ma, poi, come dipingiamo quella stanza? Inevitabilmente tutti insieme con occhiali diversi. Perché ognuno può portare un solo tipo di occhiali per volta. E per fare della stanza un capolavoro, sono necessari tutti i colori. Quando il dipinto a mille mani sarà finito potremmo vedere un miracolo che piacerà a tutti e che tutti potranno vederlo in modo sempre diverso. Basterà indossare gli occhiali degli altri e se ne scoprirà un bellezza diversa.
Allora il nostro programma è molto semplice. Apparirà forse banale e ininfluente: diffonderemo nuovi linguaggi ed attiveremo gruppi progettuali che li useranno per progettare i mille aspetti di una nuova società.
I linguaggi sono i modelli e le metafore che nell'ultimo secolo, provenendo sostanzialmente dalle scienze della natura, si sono aggiunti a quelli tipici della società industriale.
Il metodo con il quale li useremo sarà Sorgente Aperta …
Ma perché “balbettanti”? Perché nel progettare un nuovo mondo ci rendiamo conto che il primo esprimersi non sarà che un balbettio. E, perché “poietici”? Perché il balbettio dovrà essere fecondo. Si trasformerà certamente in storie che cominceranno ad essere vissute.
Allora anche questo manifesto è un balbettio poietico? Certamente. Speriamo di doverlo riscrivere al più presto meno balbettante e più fecondo.