domenica 29 marzo 2015

L’EXPO 2015 è già fallito

di
Francesco Zanotti


Lo dimostra inequivocabilmente il fatto che, fondamentalmente, consideriamo l’Expo solo una occasione commerciale. Non un evento con il quale avviare un processo di riprogettazione globale della urgente nuova civiltà mondiale.
Diciamo che sarà un successo se venderemo un tot di biglietti, se sarà una occasione di rilancio del made in Italy. Ovviamente sono tutte cose bellissime, ma non all'altezza di un popolo che sa costruire Imperi e Rinascimenti.
Anche la nascente “Carta di Milano” non basta: si muove all'interno dell’attuale modello di società e propone soluzioni “tecniche” non profetiche.
Come i lettori di questo blog sanno, noi abbiamo da anni proposto di affiancare all'Expo delle cose (perché tale è l’attuale modello di esposizione universale) un'“Expo della Conoscenza” che viene descritta in tanti post e in tanti documenti ai quali si può accedere da questo blog. Non abbiamo ottenuto ascolto, se non marginale dai responsabili dell’Expo.

Ora abbiamo deciso di fare da soli, di partire dal “basso”. Abbiamo già trovato qualche partner importante e con loro vogliamo organizzare, in modo da qualunque supporto da parte dell’attuale dirigenza di Expo 2015, il nostro Expo della Conoscenza, come primo passo della costruzione di un nuovo Rinascimento che parta dal Mediterraneo e si continui in tutto il mondo.

mercoledì 25 marzo 2015

Che ne sa il Ministro?

di
Francesco Zanotti


Che ne sa della scuola il Ministro del lavoro?
Se fa proposte come quella di limitare i mesi di vacanza, ne sa poco o punto.
Ancora pensa che la scuola insegni la teoria e le imprese insegnino buone pratiche.
Ma le cose non stanno così per mille ragioni.
La prima è che le imprese di oggi devono costruire nuove buone pratiche usando le nuove conoscenze che la scuola deve sviluppare e mettere a disposizione.
Se mandiamo un liceale in una impresa oggi, al massimo potrà imparare qualche mestiere manuale o qualche conoscenza ingegneristico- tecnologica che, prima che arrivi davvero per lui il tempo di lavoro, saranno obsolete. Non hanno nulla da imparare neanche sulla socialità sul lavoro.
Oggi, soprattutto nelle imprese managerializzate, è pessima. Inseriremo i giovani in mille conflitti o vivranno ai margini dell’impresa.
Quale rapporto allora tra scuola ed impresa? Nel mio post di qualche giorno fa ho parlato della scuola progettuale: una scuola non più strutturata in corsi, ma progetti.
Questi progetti vanno dallo sviluppo di nuove scienze umane e naturali, alla progettazione di nuove modalità di produzione, di lavoro.

La scuola e l’impresa insieme progettano il futuro. Ma, ovviamente, sarà impossibile discuterne con il Ministro: le capacità di ascolto di questa classe dirigente non sono elevatissime.

domenica 22 marzo 2015

Il mistero e Boncinelli

di
Francesco Zanotti

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Leggo stamattina su “La lettura” del Corriere un articolo di Eduardo Boncinelli dal titolo “In ostaggio dei misteri”.
La tesi di fondo è che la nostra cultura si compiace dei misteri, mentre la cultura anglosassone cerca di svelarli attraverso la scienza.
E’ un ulteriore episodio della sua personale ad esistenziale battaglia contro la Fede in nome della Ragione.
Non voglio schierarmi da una parte e dall'altra.
Vorrei solo discutere della visione della scienza di Boncinelli. Per lui scienza è scoprire con mezzi umani la verità del mondo.
Ma guardiamo da vicino questa scienza.
La scienza che intende Boncinelli è lo sforzo di trovare gli algoritmi che governano il mondo. Di esaurire il mondo in algoritmi. Pensando che gli algoritmi così definiti spieghino il mondo. Insomma, il mondo come macchina di Turing su cui girano quei programmi senza bug che sono le leggi ultime.
Purtroppo oggi la scienza non è più solo questo.
Progressivamente stiamo scoprendo con sempre più chiarezza che il metodo scientifico galileiano (le sensate esperienze e le certe dimostrazioni) permette di costruire solo simulazioni efficienti del funzionamento di alcune parti del mondo. Ovviamente ciò è utilissimo, ma senza esagerare. Se volessimo essere più cattivi potremmo dire che se prendiamo la scienza sperimentale “regina”, cioè la fisica, l’ambizione di costruire una teoria del tutto, ha portato a comprendere qualcosa come circa il 4% della materia/energia presente nell'universo. E la teoria che più di tutte ambisce a diventare la teoria del tutto (la teoria delle stringhe) si presenta come un insieme di circa 10 500 versioni.
Consiglio tre letture (tra le mille possibili) per capire cosa oggi sia la  scienza e il costruire ragionamenti scientifici.
La prima: “The singular universe and the reality of time” di Roberto Mangaberia Unger e Lee Smolin.
La seconda: “The system view of life” di Fritjof Capra e Pier Luigi Luisi.
La terza: il capitolo “Incompletezza” di Giuseppe Longo nel libro “La matematica. Pensare il mondo” a cura di Claudio Bartocci e Piergiorgio Odifreddi.

Generalizzando il discorso, il problema non è la battaglia o anche solo il dialogo tra scienza e fede. La sfida è capire cosa intendiamo per scienza e fede.
Poi discuteremo del loro rapporto, evitando la barbara tentazione ideologica di subordinare qualche dimensione umana (perché che ci fa paura) a qualcuna altra (che, invece, ci tranquillizza).


venerdì 20 marzo 2015

Non abbiamo una civiltà da difendere, ma una strada comune da percorrere

di
Francesco Zanotti


Alla base del disastro sociale ed economico crescente vi è una pretesa irricevibile: che noi rappresentiamo la civiltà “definitiva”. E il progresso è far sì che tutto il mondo si adegui alle “leggi” di questa società.

E’ irricevibile perché la società laica è fatta di un’economia che sta perdendo di senso perché non soddisfa più l’uomo e distrugge la natura. Perché la nostra conoscenza ha esaurito la sua capacità di senso, conoscenza scientifica in testa. Perché il cristianesimo non è una civiltà, ma un popolo in cammino.

Ma allora ci lasciamo ammazzare? Ovviamente no!
Ma il difendersi dovrebbe prendere una forma capace di comunicare il nostro impegno nel costruire un nuovo mondo. La nostra umiltà nel cercare e riconoscere valore a tutte le diversità. La nostra voglia imprescindibile di camminare in mezzo agli altri
La nostra storia di riferimento, comune per tutte le genti che vivono introno al Mediterraneo dovrebbe essere quella di Abramo, che ripropongo con una vecchia canzone


mercoledì 18 marzo 2015

Noi siamo il problema e la soluzione

di
Francesco Zanotti


Ricevo (non per pubblicare), ma pubblico, ovviamente con il consenso di chi mi ha mandato questi pensieri. Mentre li leggete pensate ai luoghi di conflitto ed ai personaggi che confliggono.

La mia sfida: superare le mie povertà, per il semplice motivo che non mi fanno star bene.
E' troppo facile essere buona, sentirmi a posto quando vivo in una situazione a me congeniale.
E' troppo facile dare la responsabilità di miei "stagnamenti" ad altri.
E' troppo facile vedere quello che non va degli altri.
E' troppo facile essere 'giudicante'.
E' troppo facile creare trincee.

E, quindi...che faccio??
Provo a trasformare le mie povertà in opportunità di crescita.
Le mie povertà sono le condizioni per superare il me stessa di adesso ... bisogna che le guardi in faccia e, con fatica, bisogna che modifichi il mio agire, che mi sembrava fino ad un momento fa giusto e ben rappresentativo di me stessa.
Puoi considerarle ovvietà, puoi dirmi 'ma adesso ci sei arrivata? Puoi pensare 'tutto qui?' E perché ora?
L'intreccio tra la Vita e la mia vita mi appartiene più adesso di qualche tempo fa.


Il mio commento, forse banale e contingente, ma mi scappa … Viva tutti battutisti al Governo ... o no? 

domenica 15 marzo 2015

Scuola: ultima puntata … forse

di
Francesco Zanotti


Non ho resistito alla tentazione di riprendere il tema. L’articolo di Roger Abravanel sul Corriere di ieri è una occasione troppo ghiotta.
L’Autore mi scuserà se uso la tecnica retorica della polemica. Ma non ha nulla di personale, ed è molto efficace in questi casi.
Soprattutto sono due i punti che mi hanno stimolato alla polemica.
Il primo, quando afferma che da tempo i migliori sistemi educativi del mondo hanno spiegato a cosa serve la scuola del nuovo millennio: “Serve a formare le competenze del XX secolo”. E quali sarebbero? Eccole “Imparare a ragionare con la propria testa, avere spirito critico, risolvere problemi e impegnarsi a fondo, innovare e migliorare, comunicare e interagire, soprattutto in team.
Con tutto il rispetto sembra il catalogo di un formatore aziendale di seconda categoria, non i contenuti che deve veicolare la scuola del nuovo millennio. Come tutti i contenuti di quel catalogo sono solo slogan e non competenze. Solo qualche esempio: imparare a ragionare con la propria testa. Ma tutti e sempre ragionano con la propria testa: che altro potrebbero fare? Caso mai il problema consiste nel fatto che i processi di sviluppo del sistema di risorse cognitive (non competenze) di una persona non generino una chiusura autoreferenziale.
Un secondo esempio: “risolvere problemi”. Oggi abbiamo bisogno di persone che progettino, socialmente, nuovi mondi. Che è come dire: persone che sappiano generare opere d’arte sociali. Sono attività cognitive radicalmente diverse dal “risolvere problemi”. L’Autore certamente ricorda l’illusoria ricerca del General Problem Solver, obiettivo della nascente Intelligenza artificiale nel dopo guerra.
Si potrebbe continuare con le altre “competenze” citate dall'Autore nella frase che ho riportato. Ma preferisco, per non scrivere un post troppo lungo, fare un’altra citazione: “.. la scuola italiana non insegna a sufficienza queste competenze”. Il mio commento: ma le competenze non si possono “insegnare”, occorre farle emergere.
Come conclusione suggerisco due letture che potrebbero aiutare gli  insegnanti (ma perché la buona scuola non la possono progettare loro?) alla ricerca di una nuova scuola.
Il primo è il capitolo del Libro “Il senso ritrovato” (di Ervin Laslo e Pier Mario Biava), scritto da Monica Centanni dal titolo “Il cambio di paradigmi e di percezione del tempo dalle grammatiche classiche al nostro presente”.

Secondo è il libro di Roberto Mangabeira Unger e Lee Smolin “The singular universe and the reality of time” che tratta di un altro linguaggio: la matematica. Che c’entrano questi due riferimenti con la buona scuola? C’entrano perché il progettare nuovi mondi necessita di nuovi linguaggi.

venerdì 13 marzo 2015

Scuola: una managerializzazione infantile

di
Francesco Zanotti


Ieri sera ho sentito alla Tv un impacciatissimo Renzi che cercava di spiegare il provvedimento sulla scuola. Incerto nell'uso delle parole, alla continua ricerca della frase ad effetto che non trovava perché doveva spiegare un provvedimento articolato, sforzandosi di usare la meta comunicazione per sopperire ad una comunicazione esitante: si vedeva che non era pane per i suoi denti.
E già questo sarebbe un grosso problema: il capo di un Governo che considera la scuola lo strumento principe di rilancio di questo paese e poi dimostra di non saper bene cosa sia la scuola.
Ma veniamo ai contenuti. E così si cade dalla padella nella brace.
Sono circa trent'anni che si cerca di utilizzare la cultura manageriale in organizzazioni diverse dalle imprese. E sono trent'anni che si fanno disastri.
Le ragioni sono così tante che solo una incompetenza profonda di governo può giustificare questa scelta scellerata.
La prima è che la managerializzazione non ha funzionato neanche nelle imprese. Ha generato una foresta pietrificata di burocrazie con manager pretenziosi e, senza alcun fondamento, pagati scandalosamente. Le imprese che hanno fatto e fanno soldi sono imprese imprenditoriali. E la prassi di governo imprenditoriale è quasi all'opposto di quella manageriale. Di più: si sta affermando una nuova generazione di imprese che non hanno manager. Si è scoperto che un sistema così complesso come una organizzazione umana non può essere governata direttivamente. Di fonte a tutte queste evidenze, arriviamo noi a proporre quella filosofia manageriale che non ha mai funzionato da nessuna parte proprio nella scuola che è certamente un sistema umano ancora più complesso di una impresa.
Ma, chiediamoci, cosa è questa prassi di governo manageriale che non ha funzionato? Ne trovate una sintesi nel titolo di prima pagina del Corriere di oggi “Scuola, più potere ai Presidi”. Se volete, aggiungete anche un’altra parola: merito. Le metafore del potere e del merito sono quelle più dannose per governare un sistema umano qualunque. Il “merito”, poi, è un concetto che non ha alcun senso scientifico. Funziona per le macchine e si chiama “performence”, ma non ha senso per esseri umani e organizzazioni umane. Attenzione non sto dando un giudizio etico. Non dico che usare il merito non è giusto. Dico che è scientificamente insensato.
Volete approfondire la “cultura manageriale” prevalente e la sua insensatezza? Vi consiglio un libro The management Mith di Matthew Stewart. Editore: W.W. Norton Company.
Vi consiglio anche il nostro blog http://ettardi.blogspot.it dove leggerete del nostro sforzo di denunciare la cultura e le prassi manageriali che oggi vogliamo imporre alla scuole e la proposta di una nuova cultura e prassi di governo.
Invece della managerializzazione della scuola cosa propongo? Leggete il post precedente a questo sulla “Scuola Progettuale”.



domenica 8 marzo 2015

La scuola progettuale

di
Francesco Zanotti


Sul Corriere di oggi Galli della Loggia ricorda che il parlare della buona scuola non ha senso se non esiste un progetto di scuola.
Ma il suo intervento non arriva da una proposta.
Ci provo io. Nel passato (prima dei 30 anni) ho fatto il Direttore di un Centro di Formazione Professionale ed ho maturato un preciso progetto di scuola (che vale per ogni livello di scuola) che voglio riproporre oggi … perché come Galli della Loggia sostiene di progetti non ve ne sono.
La mia proposta è quella della scuola progettuale. Gli studenti non vengono iscritti a corsi che hanno programmi. Ma vengono iscritti a gruppi di progetto. Ovviamente ogni progetto è diverso per tempi, obiettivi, conoscenze necessarie. Alla fine ogni scuola assembla i progetti, il Ministero assembla i progetti delle scuole. E … ne nasce un Progetto Paese.
Con questo progetto di scuola si risolvono tutti i problemi della scuola. Ma, dire così è troppo poco. Così facendo i giovani diventano subito parte attiva e responsabile della società in cui vivono. E non devono subire la frustrazione di circa un quindicennio di “preparazione” in ambienti virtuali (perché staccati dalla realtà).

Mi immagino (conosco per esperienza diretta) le mille obiezioni che vengono opposte a questo progetto. Ma non possono giocare al farmi da solo le obiezioni per rispondermi. Mi piacerebbe me ne facessero. Si scoprirebbe così che ogni obiezione è solo paura della innovazione profonda.

giovedì 5 marzo 2015

Squinzi, ovvero una cultura statico museale

di
Francesco Zanotti


Stamattina sul Sole 24 Ore è apparso il testo di un Intervento di Giorgio Squinzi ad un convegno.
La sua è un’opinione statico-museale sulla “Cultura”.
Squinzi di pone due domande:
La prima: come il sistema culturale può far conoscere il patrimonio industriale italiano?
La seconda: come il sistema industriale può contribuire a fare conoscere il patrimonio culturale italiano.
Con tutto il rispetto, come a dire: due vecchie glorie si sostengano a vicenda.
Glorie importanti (certo più importate il patrimonio culturale che quello industriale), ma devono servire come nutrimento per nuove generazioni di prodotti culturali e industriali. Non devono finire imbalsamate soltanto in commemorazioni e glorificazioni.

Invece della parola “Cultura”, vorrei usare la parola “Conoscenza”, più “tecnica”.
Oggi abbiamo bisogno di costruire una conoscenza radicalmente nuova perché quella che abbiamo è sostanzialmente rimasta al Rinascimento. E ogni “generazione” di conoscenze può generare uno ed un solo Rinascimento. Quella conoscenza ha generato un Rinascimento, ma non ne può generare un altro. Se insistiamo ad usare solo quella conoscenza costruiremo conservazione non nuova arte. Esistono mille stimoli per creare una nuova conoscenza umana basta non ficcare la testa sotto la sabbia, ma studiare. E bisogna, anche, abbandonare la specializzazione parossistica in cui è finita la nostra conoscenza. Ricordando proprio la grande lezione del Rinascimento, dove la conoscenza non aveva staccati disciplinari: dal genio totale di Leonardo al fatto che i progressi in un campo della conoscenza nascevano spesso in un altro. Un solo esempio: la nascita della geometria proiettiva non è stata opera dei matematici, ma degli artisti rinascimentali.

Come abbiamo bisogno di costruire una nuova cultura, così abbiamo bisogno di costruire manufatti e processi industriali radicalmente nuovi. Certo continuando a sfruttare la nostra incredibile manualità rinascimentale, ma non per conservare il passato. E questo sarà possibile solo usando la nuova conoscenza che dobbiamo velocissimamente sviluppare.

domenica 1 marzo 2015

Ho ragione io! No, tu no!

di
Francesco Zanotti


Più seriamente: il pensiero discorsivo razionale come ideologia.
Parto da un fatto ed un articolo.
Il fatto. Ho partecipato venerdì ad un Convegno sulla Responsabilità Sociale dove ho rivisto un fenomeno che mi lascia sempre perplesso: l’ossessione che gli umanisti hanno della misurazione. Voglio “misurare tutto”. Anche se, poi, il loro concetto di misura è del tutto diverso da quello che la scienza usa: assegnare univocamente ad un oggetto del mondo un numero razionale confrontandolo con una unità di misura grazie ad uns specificata procedura che è caratterizzata da un errore ineliminabile. Vogliono misurare tutto, ma non è lo stesso misurare della scienza. E non si capisce ben cosa sia …
L’articolo: sulla Domenica del Sole 24 Ore. Mario De Caro racconta di un libro di Stefano Poggi dove si “scoprono” le radici culturali dell’astrattismo. E le si trova in un pensiero che ha come suo campione fondamentale Goethe che vede nell'arte “lo strumento più nobile per ricongiungere il singolo alla totalità infinita, alla dinamica organicità del tutto.”.
Ma quello strano (per la sua profonda competenza filosofica) è che De Caro dichiara che questo modo di pensare è oramai superato dal pensiero discorsivo razionale.

Mettiamo insieme le cose a questo modo. Sia il fatto che l’articolo (l’opinione di De Caro) che la pretesa di misura si fondano su di una visione del mondo che viene giudicata vincente,
E’ la visione riduzionistica del mondo che sta alla base della società industriale. Essa si esprime nella convinzione che il mondo possa essere analizzato oggettivamente e che esiste una modalità di ragionamento unica ed assoluta.
E’ la visione del mondo che sostiene la pretesa di verità e assolutezza di ogni ideologia. E’ la visione del mondo che porta inevitabilmente a confliggere: “Ho ragione io! No, tu no!”. E giù botte da orbi. O guerre.
Per fortuna questa visione non è per nulla vincente. Vale per aspetti molto limitati della realtà e mai in modo assoluto. Lo sappiamo da più di un secolo, almeno da quando Poincaré ha scoperto il cosiddetto problema dei tre corpi. Per tutto il resto ci stiamo incamminando proprio verso la “scoperta scientifica” della totalità e dell’organicità. Della bellezza, ambizione che ogni costruttore di teorie scientifiche importanti ha sempre covato nel suo cuore.


...continua

Ce ne stiamo accorgendo a colpi di crisi ricorrentesi in ogni dimensione dell'umano. E' evidente che dovunque guardiamo c'è qualcosa che, gravemente, non va: lo sviluppo economico, la povertà, il rapporto con la natura, la soddisfazione sul lavoro e le profonde esigenze di realizzare una vita degna... E allora vogliamo smetterla di denunciare il passato? Sta diventando stucchevole cercare l'ennesimo cantuccio della stanza della società industriale e scoprire ancora una volta l'accumularsi di una polvere. E' il momento di lasciar riposare per un po' la denuncia e la protesta anche perché, se siamo onesti, dobbiamo chiederci: ma noi dove eravamo in questi anni?

Vivevamo su Marte e improvvisamente siamo tornati sulla terra ed abbiamo scoperto che quegli inetti di terrestri, dopo la nostra denuncia, non aveva fatto nulla. E tocca ancora a noi risvegliare le coscienze? Certo che no! Noi abbiamo vissuto immersi in questa società. Sono anche le nostre azioni che hanno mantenuta chiusa la stanza. Lasciando accumulare e incancrenire polvere. Viene quasi da dire: l’accumularsi e l’incancrenirsi ci fa comodo perché la nostra unica competenza era il contestare. Visto che sul costruire abbiamo dato tutti pessima prova.
E non si dica che qualche potere forte, da qualche parte ha impedito che le nostre folgoranti idee liberassero la stanza dalla polvere dell’ingiustizia, del privilegio … Quelli che sembrano poteri forti lo sono solo di fronte alla nostra incapacità di costruire alternative.
Cara e vecchia società di tutti noi, dunque. Che ci ha permesso di superare secolari infelicità … Certo non tutte, certo non a tutti, certo non ugualmente, ma molto.
Cara e vecchia società dalla quale ora dobbiamo allontanarci con un pizzico di nostalgia. Portandoci dentro lo zaino che accompagna ogni viaggio tutto quello che di buono ha prodotto.
E con il passo che diventa sempre più baldanzoso a mano a mano che diventa chiaro il luogo, la nuova società verso la quale siamo diretti ..
Ma verso quale luogo vogliamo dirigerci? Quale nuova società vogliamo costruire?
Noi certo non lo sappiamo! Sappiamo solo come fare a costruirla!

Allora la nostra proposta è strana. Non abbiamo soluzioni, linee politiche, idee originali. Ma un metodo con il quale generarle.
Primo passo di questo metodo: cambiamo i linguaggi. Secondo usiamo questi nuovi linguaggi per progettare insieme .. Accidenti, mi rendo conto che mi sto avventurando in un sentiero accidentato …
Allora provo con una storiella. Pensiamo di indossare occhiali verdi e di dover dipingere una parete di un nuovo colore: il verde ci ha seccati. Ai nostri piedi abbiamo una vasta gamma di barattoli di vernice. Ma tutti i colori ci sembrano gradazioni del verde. E, così, piano piano ci sembra inutile ridipingere una stanza di un nuovo colore che potrà essere solo una gradazione di verde. Accidenti ai poteri forti che ci costringono a dipingere sempre e solo di verde …
Ma poi arriva qualcuno che ci convince che un certo barattolo contiene il rosso. Ma apparirà rosso solo quando lo stendiamo sulla parete … Così, spinti da nuova fiducia e dalla voglia di avere nuova fiducia, cominciamo a dipingere. Ma, anche dopo averlo steso sulla parete, quel colore continua ad essere l’ennesima gradazione del verde. Allora la nostra collera e massima: certo solo un grande complotto di qualche potentato molto potente ci può costringere a naufragare in un mare di verde …
Maledetti poteri forti .. .
Così attiviamo un Gruppo antiverde. Che, innanzitutto, continua ossessivamente a dimostrare che tutto è di quel verde che, oramai invece di speranza, sta a segnalare schifezza. E poi cerca di buttare via tutti i barattoli …
Cosa significa partire dai linguaggi e dal metodo per usarli?
Significa togliersi gli occhiali verdi. E riuscire così a scoprire che tutti i barattoli sono effettivamente di mille colori. Riuscendo a vedere mille colori rinasce davvero la speranza di poter dipingere diversamente la stanza. Ma non possiamo stare senza occhiali ed ogni tipo di occhiale, anche il più sofisticato, altera i colori … Anche il rosso più sfavillante sarà, poi, sempre, ideologicamente, rosso … Ed allora che fare? Impariamo a cambiare occhiali quando vogliamo vedere cose diverse. Ma, poi, come dipingiamo quella stanza? Inevitabilmente tutti insieme con occhiali diversi. Perché ognuno può portare un solo tipo di occhiali per volta. E per fare della stanza un capolavoro, sono necessari tutti i colori. Quando il dipinto a mille mani sarà finito potremmo vedere un miracolo che piacerà a tutti e che tutti potranno vederlo in modo sempre diverso. Basterà indossare gli occhiali degli altri e se ne scoprirà un bellezza diversa.
Allora il nostro programma è molto semplice. Apparirà forse banale e ininfluente: diffonderemo nuovi linguaggi ed attiveremo gruppi progettuali che li useranno per progettare i mille aspetti di una nuova società.
I linguaggi sono i modelli e le metafore che nell'ultimo secolo, provenendo sostanzialmente dalle scienze della natura, si sono aggiunti a quelli tipici della società industriale.
Il metodo con il quale li useremo sarà Sorgente Aperta …
Ma perché “balbettanti”? Perché nel progettare un nuovo mondo ci rendiamo conto che il primo esprimersi non sarà che un balbettio. E, perché “poietici”? Perché il balbettio dovrà essere fecondo. Si trasformerà certamente in storie che cominceranno ad essere vissute.
Allora anche questo manifesto è un balbettio poietico? Certamente. Speriamo di doverlo riscrivere al più presto meno balbettante e più fecondo.