domenica 26 marzo 2017

Europa: finalmente qualche barlume di progettualità

di
Francesco Zanotti

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Tutti pensano alla struttura ideale dell’Europa. Ma occorre, invece che progettare strutture ingegneristicamente dall’alto, avviare un diffusa progettualità sociale. Una prima sia pur pallida proposta viene da Luigi Zingales. Essa viene “specializzata” da De Rita. E illuminata dalla voce del Papa.

Chissà in quanti leggeranno questo post … Chiunque lo legga rifletta sulla espressione “progettualità sociale”: è il nostro futuro … raccontatene in giro …
Luigi Zingales sul Sole 24Ore propone di creare una assemblea costituente eletta a suffragio universale per costruire la nuova Costituzione Europea. Come è accaduto negli Stati Uniti nel 1787 quando ci si accorse che il metodo di governo fino ad allora usato non era adatto a guidare la crescita della giovane nazione. E nacque l’attuale Costituzione.
De Rita Sul Corriere ricorda il nascere dell’Europa negli anni ’50 con la filosofia della “logica di scopo” da riproporre oggi. Non un super Stato, ma tante iniziative (io aggiungo: esplicitamente dal basso) che solo alla fine troveranno sintesi in una nuova Europa.
E, poi, il Papa che lapidariamente, ma con grande efficacia ieri a Milano fa notare che “C’è una tentazione ad occupare spazi più che ad avviare progetti”.
E le tecnologie ci stanno a guardare in attesa che noi le usi per rendere concreta la speranza di una profonda progettualità sociale.
Raccontatene in giro della progettualità sociale … E non abbiate paura del fatto che diventando protagonisti diventiamo anche responsabili, senza più la scappatoia del burocrate di turno da accusare.


sabato 25 marzo 2017

Perché un ospedale deve essere colorato e l’Europa no?

di
Francesco Zanotti

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L’ospedale è il nuovo Ospedale per bambini Buzzi. Ne parla oggi Sara Bettoni nelle Cronache di Milano del Corriere. Il colore, cioè tutto l’habitat sanitario, finalizzato a bimbi ed alle loro relazioni con la famiglia, la conoscenza e la natura. E l’Europa?

L’Europa è, invece opaca e triste. Figlia della fiducia nelle burocrazie e nella logica dell’interesse e del potere. O figlia di economisti che si appellano alla “concretezza” dimenticando che la concretezza non è nelle cose, ma negli occhi di chi guarda. E i loro sono ben poveri.
Si tratta di una visione che condanno non perché non è etica, ma perché è cognitivamente povera. Lo sviluppo del benessere fisico ed esistenziale delle persone, ma anche di imprese e ogni altro sistema umano, dipende dalla qualità del contesto in cui si trova. Se l’Europa continua a essere grigia burocrazia e nera competizione i potere ed interessi, assisterà ad europei che se ne andranno verso altri lidi …
Allora serve un progetto d’Europa "colorato" per costruire una casa comune "colorata" dei colori di un futuro. Quando cominciamo?



giovedì 23 marzo 2017

Terrorismo: al di là della indignazione … da subito

di
Francesco Zanotti

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Per carità, l’indignazione è nel cuore di tutti. Anche la manifestazione sociale di questa indignazione è doverosa. Ma l’indignazione non basta. Servono gesti di pace ed una nuova progettualità sociale. Senza queste “cosa” l’indignazione può anche essere controproducente.

A livello personale servono gesti di pace: tutti quelli che manifestano contro il terrorismo devono eliminare dalla loro vita ogni conflitto. Chi li vede sfilare deve sentirli come campioni di pace che seminano ogni giorno nella loro strada gesti di pace. Quando tradiscono … quando tradiamo la nostra vocazione di uomini di pace contribuiamo anche noi a costruire la cultura e la pratica dell’odio.
Ma il livello personale non basta. A livello sociale dobbiamo passare dalla cultura e dalla prassi del potere alla cultura ed alla prassi della progettualità sociale. Innanzitutto ne abbiamo bisogno. La nostra società ha chiuso il suo ciclo storico e l’insistere nel cercare di negare questa realtà costituisce una violenza verso l’Uomo e la Natura. Dobbiamo, quindi, progettare socialmente (si tratta concettualmente di un processo di emergenza consapevole) un nuovo modello di economia e di società. E, poi, la progettualità sociale offre spazi di autorealizzazione positiva che sono certamente più attraenti degli spazi di autorealizzazione distruttiva offerti dal terrorismo. Oggi è la voglia di autorealizzazione il vero motore dei comportamenti. Saranno comportamenti di pace solo se le persone vivranno una forte ed intensa stagione di progettualità sociale che significa scrivere insieme solidarmente la nostra storia futura comune.
Se mancano gesti di pace all’interno di una società mobilitata da una alta e forte progettualità sociale, l’indignazione suona “falsa”. Diventa la difesa urlata di una società ingiusta che cerca di sopravvivere malgrado una ingiustizia che diventa ferocia quando si rifiuta di sfamare i figli della Terra. Diventa, quindi, stimolo e giustificazione di una autorealizzazione distruttiva di cui il terrorismo e il suicidio sono le manifestazioni estreme.


domenica 19 marzo 2017

Per costruire l’Europa non si parte dalla forma

di
Francesco Zanotti

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Vogliamo davvero costruire una casa comune Europea? Allora dobbiamo sapere che non si deve partire dalle istituzioni, cioè dalla forma. Sono quasi irrilevanti! Occorre partire con il progettare socialmente la società prossima ventura. Poi verranno le istituzioni che saranno uno strumento per realizzarla.

Non spaventatevi, il discorso non è teorico, ma semplice.
Immaginate di correre per i boschi per vincere una corsa. Il terreno è lo strumento, correte adattandovi alla sua struttura. Ma il terreno non è l’obiettivo per il quale correte.
Nel preparare la gara vi esercitate a correre.
Le strutture istituzionali europee sono come il terreno: se abbiamo chiaro un obiettivo, allora lo raggiungiamo indipendentemente da come sia il terreno. E non è detto che il terreno più piatto sia il migliore.
Invece, penso che dovremmo sforzarci a progettare (le nostre classi dirigenti dovrebbero essere di guida progettuale) il modello di società che vogliamo realizzare. E questa progettazione dovrà essere “sociale”. Ne abbiamo parlato più volte ed abbiamo definito questa modalità di governo progettuale “Sorgente Aperta”.



giovedì 16 marzo 2017

LETTERA APERTA AI COLLEGHI ECONOMISTI

di

Paolo Savona



Mervyn King, stimato economista, già governatore della Old Lady, ha concesso un’intervista al vetriolo su Brexit e UE. È stata accolta da un assordante silenzio da parte della nostra Accademia, sempre pronta a scagliarsi contro i suoi membri che sostengono le stesse tesi di King, anche quando sono espresse con più moderazione.. 

Pur essendo il tema centrale delle prossime elezioni incombenti sull’UE, l’intervista è stata relegata a pagina 5 del quotidiano, senza richiamo in prima. Nei giorni precedenti lo stesso giornale si è cimentato con “grandi firme” per sostenere l’opposto di ciò che sostiene King. Poiché le tesi espresse nel loro giornale non sono semplici punti di vista, ma vere e proprie linee politiche dei gruppi dirigenti italiani, ci saremmo aspettati un minimo di reazione, anche perché King era molto stimato nella nostra banca centrale e nei circoli economici.
Meglio dare una dimostrazione di essere aperti al dialogo, facendo seguire il silenzio. Ancora una volta è la confraternita degli economisti italiani a essere passiva e, quindi, conformista: meglio ignorare King che discutere le sue idee, per il vago timore che siano giuste. Gli economisti italiani avrebbero meritato d’essere destinatari da parte del Presidente della Repubblica, l’equivalente della Regina inglese, del quesito rivolto da Elisabetta II ai membri della Royal Economic Society: come mai non vi siete accorti che stava arrivando una grave crisi? Naturalmente l’oggetto del quesito sarebbe oggi l’Unione Europea nata a Maastricht e le scelte successive.
Solo un bravo giornalista, Mario Sechi, nel suo blog List, ha colto l’importanza della testimonianza e sollecitato i suoi colleghi e noi economisti a meditare sull’analisi di King, fornendo una sintesi delle tesi in essa sostenute nel caso in cui, in tutt’altre faccende affaccendati, non avessero il tempo di leggere le quattro colonne del giornale. Riporto anch’io la sintesi per tentare di vitalizzare l’attenzione (le parole sono quelle usate da King):
• “L’impatto della Brexit anche nel lungo periodo sarà molto limitato”
• “La Gran Bretagna ha il diritto di governarsi da sé”
• “Chi ha votato per la Brexit non è razzista, xenofobo o stupido”
• “Le élite hanno perso il contatto con i bisogni della gente”
• “È la Ue ad avere lasciato noi”
• “La Sterlina debole è benvenuta”
• “Draghi è in una posizione impossibile”
• “L’Eurozona precipiterà di nuovo nella crisi senza un dibattito genuino e un reale cambiamento”
• “L’unione monetaria è stata prematura senza l’unione fiscale, un terribile errore”
• I “nuovi partiti politici che incolpano l’unione monetaria… vengono liquidati come populisti, ma le loro critiche sono basate su fatti economici, che le élite non capiscono”
• L’unione fiscale costerebbe alla Germania “Il 5% del PIL indefinitamente. Perciò il conto sarà molto alto …, ma necessario per permettere ai Paesi del Sud di conservare la piena occupazione. Purtroppo i politici tedeschi sono contrari a spiegarlo ai loro cittadini”
• “Stiamo andando verso il disastro”.
Visto che non volete rispondere al quesito che i pochi colleghi che la pensano più o meno come King vi rivolgono da tempo o, meglio, vi siete collocati in maggioranza nel solco tracciato dai gruppi dirigenti del Paese di pagare qualsiasi costo pur di rimanere nell’euro mal costruito e nei vincoli dell’UE, approfondendoli, vedetevela con queste affermazioni di un illustre economista, oltre che serio civil servant.
Invero in passato ci fu anche il documento firmato da sette Premi Nobel sull’insostenibilità dell’euro, che avete accantonato perché dava fastidio culturale o forse perché credete di capire meglio di loro come stanno le cose. Neanche la realtà che vi circonda fiacca le vostre posizioni precostituite. Molti dei giudizi espressi da King sono stati oggetto da parte mia di pacate valutazioni e non devo essere io a rispondere. Mi soffermo solo su un punto, quello che l’attuale gestione dell’UE danneggi il Sud.
Da tempo sono costernato del sostegno che i Sindacati dei lavoratori danno alla tesi di stare nell’UE e nell’euro perché ritengono che uscire danneggerebbe i lavoratori, trascurando di valutare il danno ulteriore per tutti (dato che quello pagato dai disoccupati non basta) del restarci così com’è. Essi si accontentano di politiche compensative da parte di Governi che non sanno affrontare il problema, limitandosi ad affermare che non bastano: accettano infatti gli 80 euro ai giovani, i 500 euro agli studenti, i 450 euro ai poveri e i 200 euro per ogni nuovo nato e così via. Sono inoltre attratti da un salario di cittadinanza o termini simili senza collocarlo in una linea di azione di sviluppo e di compatibilità volta a rimuovere i problemi, non a perpetuarli. Perché avete chiuso la porta agli eredi di Ezio Tarantelli?
Cari colleghi, ritengo che la nostra professione abbia gravi responsabilità perché pecca di indipendenza di pensiero e di coscienza civile. Dovete quindi dare una risposta ai punti sollevati da Mervyn King.

lunedì 13 marzo 2017

Qualche contributo agli economisti in crisi di ... scienza

di
Francesco Zanotti

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Sul nuovo inserto “Economia” del Corriere della Sera ho trovato due “paginate” interessanti. Federico Fubini elenca con spietatezza gli errori degli economisti. E riferisce di due interpretazioni illuminanti di questa incapacità di previsioni. Lucrezia Reichlin tenta di prendere la difesa d’ufficio degli economisti, ma poi finisce per aggiungere una critica pesantissima.
Il problema è che manca una proposta, allora proviamo a farla … Almeno accennarla visto che siamo su di un blog.

Se non fosse tragico, sarebbe spassoso leggere degli errori di previsione degli economisti. Riconosciuti dagli stessi economisti. Fubini cita uno studio della Banca Centrale Australiana dove si sostiene che una volta su due le previsioni sono diametralmente sbagliate. Cita anche gli Autori di Freakonimics che sostengono che gli economisti “fanno centro” tante volte quanto degli scimpanzé che tirano freccette. Di fonte a questa realtà mi chiedo: perché andiamo ancora a cercare spiegazioni e previsioni economiche dagli economisti? E anche: perché ancora i politici usano addirittura visioni caricaturali di una scienza economica che è già in crisi per conto suo?
Veniamo alle interpretazioni. Sono sostanzialmente due che tendono a rafforzarsi l’un l’altra. La prima è di Andy Aldane, Capo Economista della Banca d’Inghilterra. Egli sostiene che, sostanzialmente, gli economisti hanno invidia dei fisici e ne scimmiottano l’epistemologia: pensano che i sistemi economici, come i sistemi fisici, tendono ad andare verso situazioni di equilibrio che risultato sempre meno realistiche. La causa di questa insistenza nell’errore è la grave autoreferenzialità degli economisti che non credono nella interdisciplinarietà. Aggiunge Paul Rommer, Capoeconomista della Banca Mondiale: “Tremenda fiducia in sé stessi, una comunità monolitica, un senso di identificazione simile a quello verso una fede religiosa, indifferenza e disinteresse di chi non è parte del gruppo, una tendenza ad ignorare la possibilità che le proprie idee siano sbagliate […]“.
Lucrezia Reichlin cerca di difendere gli economisti dichiarando che le previsioni che riguardano i fatti umani sono difficilissime. E sostiene una strana distinzione tra descrizione e previsione ... Ma poi finisce con confermare le ragioni dei critici aggiungendone un’altra: “[…] i modelli usati dalle Istituzioni non tenevano conto del nesso tra rischio finanziario e attività economica, una carenza fondamentale.”

Arriviamo ora a qualche contributo, anche se con la consapevolezza che oggi, in realtà, nessuno è alla ricerca di contributi.

Il primo è una spiegazione, prima matematica e poi etica, del perché una teoria dell’equilibrio non funziona.
La spiegazione matematica. Lee Smolin, uno dei fisici più autorevoli, sostiene, discutendo dei modelli di Arrow-Debreu, che gli stati di equilibrio di un sistema economico certamente esistono, ma sono moltissimi, come accade nella teoria delle stringhe. Sono forse proprio tutti quelli che si desiderano. La scelta tra l’uno e l’altro deve essere fatta con ragioni extraeconomiche. Data la loro varietà e numerosità, non è neanche possibile fare una esplorazione sistematica di tutti. E allora?
Allora il contributo degli economisti che propongono la teoria dell’equilibrio è nulla proprio per le caratteristiche matematiche della teoria che propongono. E’ necessario, quindi, immaginare socialmente quelli che si considerano desiderabili.
Per chi volesse approfondire il discorso, il riferimento è al paper “Time and symmetry in models of economic markets(25 Feb 2009) di Lee Smolin.
La spiegazione etica: il concetto stesso di equilibrio non è etico. Vi sembra il caso di cercare di riequilibrare la società attuale? Capsico che lo facciano le società occidentali, ma non credo con grande possibilità di successo. Tra l’altro: quando mai la storia dell’Uomo si è sviluppata attraverso ristrutturazione di equilibri che si andavano disgregando? Quando si è tentato questo, si sono scatenate rivoluzioni. Purtroppo il concetto di equilibrio è molto radicato, soprattutto nelle classi dirigenti che hanno interesse a rimanere tali tanto da coniare veri e propri ossimori come “sviluppo nella stabilità”.

...continua

Ce ne stiamo accorgendo a colpi di crisi ricorrentesi in ogni dimensione dell'umano. E' evidente che dovunque guardiamo c'è qualcosa che, gravemente, non va: lo sviluppo economico, la povertà, il rapporto con la natura, la soddisfazione sul lavoro e le profonde esigenze di realizzare una vita degna... E allora vogliamo smetterla di denunciare il passato? Sta diventando stucchevole cercare l'ennesimo cantuccio della stanza della società industriale e scoprire ancora una volta l'accumularsi di una polvere. E' il momento di lasciar riposare per un po' la denuncia e la protesta anche perché, se siamo onesti, dobbiamo chiederci: ma noi dove eravamo in questi anni?

Vivevamo su Marte e improvvisamente siamo tornati sulla terra ed abbiamo scoperto che quegli inetti di terrestri, dopo la nostra denuncia, non aveva fatto nulla. E tocca ancora a noi risvegliare le coscienze? Certo che no! Noi abbiamo vissuto immersi in questa società. Sono anche le nostre azioni che hanno mantenuta chiusa la stanza. Lasciando accumulare e incancrenire polvere. Viene quasi da dire: l’accumularsi e l’incancrenirsi ci fa comodo perché la nostra unica competenza era il contestare. Visto che sul costruire abbiamo dato tutti pessima prova.
E non si dica che qualche potere forte, da qualche parte ha impedito che le nostre folgoranti idee liberassero la stanza dalla polvere dell’ingiustizia, del privilegio … Quelli che sembrano poteri forti lo sono solo di fronte alla nostra incapacità di costruire alternative.
Cara e vecchia società di tutti noi, dunque. Che ci ha permesso di superare secolari infelicità … Certo non tutte, certo non a tutti, certo non ugualmente, ma molto.
Cara e vecchia società dalla quale ora dobbiamo allontanarci con un pizzico di nostalgia. Portandoci dentro lo zaino che accompagna ogni viaggio tutto quello che di buono ha prodotto.
E con il passo che diventa sempre più baldanzoso a mano a mano che diventa chiaro il luogo, la nuova società verso la quale siamo diretti ..
Ma verso quale luogo vogliamo dirigerci? Quale nuova società vogliamo costruire?
Noi certo non lo sappiamo! Sappiamo solo come fare a costruirla!

Allora la nostra proposta è strana. Non abbiamo soluzioni, linee politiche, idee originali. Ma un metodo con il quale generarle.
Primo passo di questo metodo: cambiamo i linguaggi. Secondo usiamo questi nuovi linguaggi per progettare insieme .. Accidenti, mi rendo conto che mi sto avventurando in un sentiero accidentato …
Allora provo con una storiella. Pensiamo di indossare occhiali verdi e di dover dipingere una parete di un nuovo colore: il verde ci ha seccati. Ai nostri piedi abbiamo una vasta gamma di barattoli di vernice. Ma tutti i colori ci sembrano gradazioni del verde. E, così, piano piano ci sembra inutile ridipingere una stanza di un nuovo colore che potrà essere solo una gradazione di verde. Accidenti ai poteri forti che ci costringono a dipingere sempre e solo di verde …
Ma poi arriva qualcuno che ci convince che un certo barattolo contiene il rosso. Ma apparirà rosso solo quando lo stendiamo sulla parete … Così, spinti da nuova fiducia e dalla voglia di avere nuova fiducia, cominciamo a dipingere. Ma, anche dopo averlo steso sulla parete, quel colore continua ad essere l’ennesima gradazione del verde. Allora la nostra collera e massima: certo solo un grande complotto di qualche potentato molto potente ci può costringere a naufragare in un mare di verde …
Maledetti poteri forti .. .
Così attiviamo un Gruppo antiverde. Che, innanzitutto, continua ossessivamente a dimostrare che tutto è di quel verde che, oramai invece di speranza, sta a segnalare schifezza. E poi cerca di buttare via tutti i barattoli …
Cosa significa partire dai linguaggi e dal metodo per usarli?
Significa togliersi gli occhiali verdi. E riuscire così a scoprire che tutti i barattoli sono effettivamente di mille colori. Riuscendo a vedere mille colori rinasce davvero la speranza di poter dipingere diversamente la stanza. Ma non possiamo stare senza occhiali ed ogni tipo di occhiale, anche il più sofisticato, altera i colori … Anche il rosso più sfavillante sarà, poi, sempre, ideologicamente, rosso … Ed allora che fare? Impariamo a cambiare occhiali quando vogliamo vedere cose diverse. Ma, poi, come dipingiamo quella stanza? Inevitabilmente tutti insieme con occhiali diversi. Perché ognuno può portare un solo tipo di occhiali per volta. E per fare della stanza un capolavoro, sono necessari tutti i colori. Quando il dipinto a mille mani sarà finito potremmo vedere un miracolo che piacerà a tutti e che tutti potranno vederlo in modo sempre diverso. Basterà indossare gli occhiali degli altri e se ne scoprirà un bellezza diversa.
Allora il nostro programma è molto semplice. Apparirà forse banale e ininfluente: diffonderemo nuovi linguaggi ed attiveremo gruppi progettuali che li useranno per progettare i mille aspetti di una nuova società.
I linguaggi sono i modelli e le metafore che nell'ultimo secolo, provenendo sostanzialmente dalle scienze della natura, si sono aggiunti a quelli tipici della società industriale.
Il metodo con il quale li useremo sarà Sorgente Aperta …
Ma perché “balbettanti”? Perché nel progettare un nuovo mondo ci rendiamo conto che il primo esprimersi non sarà che un balbettio. E, perché “poietici”? Perché il balbettio dovrà essere fecondo. Si trasformerà certamente in storie che cominceranno ad essere vissute.
Allora anche questo manifesto è un balbettio poietico? Certamente. Speriamo di doverlo riscrivere al più presto meno balbettante e più fecondo.