mercoledì 25 maggio 2011

Fincantieri, TAV e conoscenza …


di
Francesco Zanotti


Come si fa a gestire le imprese (Il caso Fincantieri)  lo si sa! Basta affidarle ad un bravo imprenditore o ad un bravo manager. Come si fa a gestire il nostro sistema di infrastrutture, lo si sa: basta scegliere una classe politica “etica” che, magari, scelga managers altrettanto etici. “Etico” significa: non privilegiare gli amici, ma solo il bene comune.
Se, poi, l’azienda va male o è colpa di circostanze esterne particolarmente sfavorevoli, come il nostro  sistema paese (come scrive Gian Maria Gross Pietro sul Sole 24 Ore di oggi). Ed allora basta avviare le famose riforme. Oppure si è sbagliato a scegliere il management e basta cambiarlo (come sembra proporre Dario di Vico sul Corriere della Sera di oggi).
Se  il costruire infrastrutture scatena conflitti sociali, allora la soluzione è anche in questo caso è cambiare Il “capo”, cioè la classe politica.


Queste sono le convinzioni quasi unanimemente condivise. Ecco, io sostengo che sono proprio queste convinzioni ad aver costruito la crisi (altro che la finanza). E, se continuiamo ad usarle, dalla crisi non ne usciremo, ma la peggioreremo.

Più in dettaglio, sostengo che il nostro problema più grande è che oggi non sappiamo come gestire lo sviluppo dei sistemi umani. Uso l’espressione “sistemi umani” perché sia una impresa che un sistema di infrastrutture sono sistemi umani. Cioè sistemi fatti di persone, materiali e tecnologie. Ma non solo, anche, ad esempio, di attori sociali (gruppi di uomini) sia interni che esterni all’impresa, e di culture.

Ripeto la mia tesi in modo diverso:  lo stato dell’arte delle conoscenze manageriali e strategiche (quelle che permettono di gestire i sistemi umani) è troppo primitivo e troppo vecchio. Sono  almeno trent’anni che la cultura manageriale gira intorno alle stesse parole: leadership, comunicazione, motivazione, negoziazione, assertività. Le conoscenze che stanno dietro queste parole sono il contenuto di mille corsi di formazione che sono indirizzati a dirigenti di secondo piano. Queste stesse conoscenze sono praticamente sconosciute (per fortuna) e, quindi, non sono utilizzate da manager, imprenditori o gestori della cosa pubblica di successo. Le conoscenze strategiche, cioè quelle conoscenze che servono a riprogettare l’identità delle imprese a concretizzare le nuove identità desiderate in “Piani industriali” ed a gestire gli interlocutori esterni, sono in genere completamente trascurate (non vengono insegnate, non vengono usate, non vengono neanche ricordate). Forse le conoscenze di strategie d’impresa sarebbero più utili di conoscenze manageriali ridotte ad abbecedario (di una lingua che non viene usata) per managers. Ma quelle esistenti non sono definitive.

Per dimostrare queste mie affermazioni, propongo due citazioni. La prima: "Handbook of strategy and management" curato da Andrew Pettigrew. In questo volume, lo stesso Pettigrew (uno dei più affermati “guro” della strategia d’impresa), nel suo contributo, ammette chiaramente che lo stato dell’arte di quella disciplina che si chiama strategia d’impresa è fallimentare.
Per quanto riguarda le conoscenze manageriali, bisogna citare il libro di un italiano: Ugo Morelli. E’ intitolato “Incertezza ed Organizzazione”. E’ una splendida disanima della povertà delle conoscenze manageriali diffuse, esaltate e per insegnare le quali si spendono un sacco di soldi.

Ed allora? Allora prima di tutto la ricerca! Se ci teniamo in mano un martello (le attuali conoscenze manageriali e strategiche) continueremo a picchiare martellate (conflitti, accuse etc.)  Se ci convinciamo che i sistemi umani non sono macchine da gestire a martellate, allora dobbiamo cercare altri strumenti per gestirli.

E’ una tesi drammatica. Nel senso che, se vera, (mi piacerebbe che qualcuno dimostrasse a me, ma anche a Pettigrew e Morelli e tanti altri che non è vera) indica una urgenza di fondo alla quale nessuno sta pensando. Esplicitando con un linguaggio diverso: occorre affiancare alla tradizionale ricerca sulla tecnologica e sui sistemi tecnologici, una ricerca sui sistemi umani (sui processi di sviluppo e di governo dei sistemi umani).

E’ già delineato un possibile percorso di ricerca. Nel secolo scorso (e con una accelerazione in questo) si è sviluppata una rivoluzione che è partita dalle scienze della natura e ha poi risuonato nelle scienze umane. Sto parlando della “rivoluzione della complessità”. Essa è partita dalla matematica (geometrie non euclidee, addirittura nell’ottocento, i teoremi di Godel e i fenomeni non lineari  e molto altro nel novecento), dalla fisica (la meccanica quantistica, oggi diventata teoria quantistica dei campi), dalla biologia (teoria dei sistemi auto poietici, EVO-DEVO etc.) e, poi, davvero, è dilagata nelle neuroscienze, nella sociologia (il grande disegno di Luhmann) … e in praticamente tutte le scienze umane. Tutte questa conoscenze permettono di guardare ai sistemi umani in modo radicalmente diverso rispetto a quella visione riduzionistico-meccanicistica che oggi domina ancora nella cultura manageriale e strategica. Purtroppo, salvo lodevoli casi sporadici,  l’utilizzo di queste conoscenze è inesistente. Ed anche i tentativi che vengono fatti (a causa del fatto che la ricerca in questi campi è solo frutto delle somma di tante buone volontà individuali) sono veramente iniziali.

Noi abbiamo provato a sviluppare un progetto per seguire questo percorso di ricerca. Cioè: per utilizzare la “rivoluzione della complessità” per costruire nuove conoscenze manageriali e strategiche. Lo abbiamo chiamato “Expo della Conoscenza” ed è disponibile a tutti coloro che ne fossero interessati.
Il nostro obiettivo ultimo è quello di sostituire alla logica del conflitto attuale conoscenze capaci di fare emergere comunità (aziendali, sociali) che invece di disperdere risorse nei conflitti, sanno costruire sviluppo.

Ad esempio, conoscenze per costruire socialmente il nuovo piano strategico di Fincantieri, progettare socialmente il nostro nuovo sistema di infrastrutture.

Solo così riusciremo a trasformare quella crisi, che ovviamente abbiamo costruito noi e non qualche spirito maligno, in sviluppo.

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...continua

Ce ne stiamo accorgendo a colpi di crisi ricorrentesi in ogni dimensione dell'umano. E' evidente che dovunque guardiamo c'è qualcosa che, gravemente, non va: lo sviluppo economico, la povertà, il rapporto con la natura, la soddisfazione sul lavoro e le profonde esigenze di realizzare una vita degna... E allora vogliamo smetterla di denunciare il passato? Sta diventando stucchevole cercare l'ennesimo cantuccio della stanza della società industriale e scoprire ancora una volta l'accumularsi di una polvere. E' il momento di lasciar riposare per un po' la denuncia e la protesta anche perché, se siamo onesti, dobbiamo chiederci: ma noi dove eravamo in questi anni?

Vivevamo su Marte e improvvisamente siamo tornati sulla terra ed abbiamo scoperto che quegli inetti di terrestri, dopo la nostra denuncia, non aveva fatto nulla. E tocca ancora a noi risvegliare le coscienze? Certo che no! Noi abbiamo vissuto immersi in questa società. Sono anche le nostre azioni che hanno mantenuta chiusa la stanza. Lasciando accumulare e incancrenire polvere. Viene quasi da dire: l’accumularsi e l’incancrenirsi ci fa comodo perché la nostra unica competenza era il contestare. Visto che sul costruire abbiamo dato tutti pessima prova.
E non si dica che qualche potere forte, da qualche parte ha impedito che le nostre folgoranti idee liberassero la stanza dalla polvere dell’ingiustizia, del privilegio … Quelli che sembrano poteri forti lo sono solo di fronte alla nostra incapacità di costruire alternative.
Cara e vecchia società di tutti noi, dunque. Che ci ha permesso di superare secolari infelicità … Certo non tutte, certo non a tutti, certo non ugualmente, ma molto.
Cara e vecchia società dalla quale ora dobbiamo allontanarci con un pizzico di nostalgia. Portandoci dentro lo zaino che accompagna ogni viaggio tutto quello che di buono ha prodotto.
E con il passo che diventa sempre più baldanzoso a mano a mano che diventa chiaro il luogo, la nuova società verso la quale siamo diretti ..
Ma verso quale luogo vogliamo dirigerci? Quale nuova società vogliamo costruire?
Noi certo non lo sappiamo! Sappiamo solo come fare a costruirla!

Allora la nostra proposta è strana. Non abbiamo soluzioni, linee politiche, idee originali. Ma un metodo con il quale generarle.
Primo passo di questo metodo: cambiamo i linguaggi. Secondo usiamo questi nuovi linguaggi per progettare insieme .. Accidenti, mi rendo conto che mi sto avventurando in un sentiero accidentato …
Allora provo con una storiella. Pensiamo di indossare occhiali verdi e di dover dipingere una parete di un nuovo colore: il verde ci ha seccati. Ai nostri piedi abbiamo una vasta gamma di barattoli di vernice. Ma tutti i colori ci sembrano gradazioni del verde. E, così, piano piano ci sembra inutile ridipingere una stanza di un nuovo colore che potrà essere solo una gradazione di verde. Accidenti ai poteri forti che ci costringono a dipingere sempre e solo di verde …
Ma poi arriva qualcuno che ci convince che un certo barattolo contiene il rosso. Ma apparirà rosso solo quando lo stendiamo sulla parete … Così, spinti da nuova fiducia e dalla voglia di avere nuova fiducia, cominciamo a dipingere. Ma, anche dopo averlo steso sulla parete, quel colore continua ad essere l’ennesima gradazione del verde. Allora la nostra collera e massima: certo solo un grande complotto di qualche potentato molto potente ci può costringere a naufragare in un mare di verde …
Maledetti poteri forti .. .
Così attiviamo un Gruppo antiverde. Che, innanzitutto, continua ossessivamente a dimostrare che tutto è di quel verde che, oramai invece di speranza, sta a segnalare schifezza. E poi cerca di buttare via tutti i barattoli …
Cosa significa partire dai linguaggi e dal metodo per usarli?
Significa togliersi gli occhiali verdi. E riuscire così a scoprire che tutti i barattoli sono effettivamente di mille colori. Riuscendo a vedere mille colori rinasce davvero la speranza di poter dipingere diversamente la stanza. Ma non possiamo stare senza occhiali ed ogni tipo di occhiale, anche il più sofisticato, altera i colori … Anche il rosso più sfavillante sarà, poi, sempre, ideologicamente, rosso … Ed allora che fare? Impariamo a cambiare occhiali quando vogliamo vedere cose diverse. Ma, poi, come dipingiamo quella stanza? Inevitabilmente tutti insieme con occhiali diversi. Perché ognuno può portare un solo tipo di occhiali per volta. E per fare della stanza un capolavoro, sono necessari tutti i colori. Quando il dipinto a mille mani sarà finito potremmo vedere un miracolo che piacerà a tutti e che tutti potranno vederlo in modo sempre diverso. Basterà indossare gli occhiali degli altri e se ne scoprirà un bellezza diversa.
Allora il nostro programma è molto semplice. Apparirà forse banale e ininfluente: diffonderemo nuovi linguaggi ed attiveremo gruppi progettuali che li useranno per progettare i mille aspetti di una nuova società.
I linguaggi sono i modelli e le metafore che nell'ultimo secolo, provenendo sostanzialmente dalle scienze della natura, si sono aggiunti a quelli tipici della società industriale.
Il metodo con il quale li useremo sarà Sorgente Aperta …
Ma perché “balbettanti”? Perché nel progettare un nuovo mondo ci rendiamo conto che il primo esprimersi non sarà che un balbettio. E, perché “poietici”? Perché il balbettio dovrà essere fecondo. Si trasformerà certamente in storie che cominceranno ad essere vissute.
Allora anche questo manifesto è un balbettio poietico? Certamente. Speriamo di doverlo riscrivere al più presto meno balbettante e più fecondo.