domenica 15 febbraio 2009

La crisi descritta due anni fa

Vorrei riproporre una visione della crisi che mi è frullata per la testa due anni fa ... E che ho provato a pubblicare e proporre .... E inutile dire dove ...

Credo che sarebbe stato interessante provare a riflettere due anni fa su queste parole ...

Noi stiamo certamente vivendo una serie di problemi rilevanti che tutti conoscono.
Essi vanno dai grandi problemi dei conflitti, delle migrazioni e delle disuguaglianze a problemi che sembrano più locali come l’occupazione, l’inquinamento, il trasporto, la demografia, l’integrazione. Fino al problema drammatico dell’infelicità esistenziale che è più diffuso e profondo di quanto si creda.
Ma tutti questi problemi non sono specialistici e separati. Essi sono ologrammi (cioè declinazioni nel concreto) di un problema solo. Il problema è semplice a indicarsi: la società industriale che ha prodotto il nostro attuale benessere e che ha informato tutta la nostra società, oggi non è più sufficiente a produrre ulteriore sviluppo. Anzi, credo si possa dire che si sta auto distruggendo.
Se il problema è questo, allora la soluzione è altrettanto semplice a dirsi: occorre progettare un nuovo modello di società. Solo all'interno di questo nuovo modello di società sarà possibile trovare soluzioni che saranno declinazioni del nuovo modello sociale.

Facciamo esempi. Proprio solo alcuni. Ma ve ne sono moltissimi altri possibili che il desiderio di non chiedere troppo al lettore mi ha fatto trascurare.

L’inquinamento.
Esso è la manifestazione che la “macchina industriale” (che non è solo il modo di produrre, ma anche quello di trasportare, il tipo di energia che si usa etc.) diventa sempre più incompatibile con l’ambiente. L’inquinamento attuale delle nostre città è frutto di macchine industriali locali. Che fino ad oggi sono rimaste “isole” di inquinamento perché la macchina industriale non era diffusa. Oggi, appena si sta diffondendo (si veda il caso della Cina), si capisce che l’inquinamento sta facendo un salto di ... peggioramento. La “nuvola” di inquinamento della Cina non è solo un grande disastro locale. Ma rischia di diventare il fattore scatenante del formarsi di una nuvola complessiva di inquinamento molto più spessa e grave di quelle locali attuali. Una nuvola che peggiora e rende permanenti le nuvole di inquinamento locale.

La perdita della capacità di produrre occupazione dell’attuale economia.
E’ anch'essa una manifestazione che un sistema industriale come quello che abbiamo creato non è più in grado di assolvere il compito per il quale è nato: produrre beni materiali facendo lavorare le persone in modo che possano acquistare questi beni materiali.

Il cambiamento demografico.
Esso è un sottoprodotto della società industriale che ha diffuso benessere. Sia in termini di allungamento della vita sia in termini di egoismo “generativo”. Ma è un sottoprodotto che mina alla base la civiltà industriale che, per definizione, non prevede spazi attivi per bambini, anziani, malati etc. Ma li relega in ghetti che vanno dal pensionamento all'emarginazione  Detto diversamente, la società industriale prima allunga le stagioni dell’uomo. E poi le ghettizza.

L’infelicità
Essa è causata da un’altra contraddizione della società industriale. Essa è nata per soddisfare i bisogni materiali di moltitudini. Ma con un patto: che le moltitudini diventassero strumenti di produzione. Tutelati, anzi osannati e satolli, ma strumenti di produzione. Ora quando la società ha raggiunto il suo scopo si è scoperto che a uomini satolli scatta una voglia di auto realizzazione che è sempre più incompatibile con l’essere strumenti di produzione. Questa incompatibilità non viene urlata rivoluzionariamente, ma viene intimizzata in infelicità.

In questa situazione vi sono anche fonti di speranza. Tanti desideri di felicità e giustizia. Tanti tentativi di costruire una nuova società, una nuova cultura che sta nascendo come figlia e contestatrice della cultura di fondo della società industriale.

La sintesi è che ci troviamo su di uno stretto crinale tra speranze di sviluppo alto e forte e la crescita del disagio profondo che può portare a processi degenerativi rivoluzionari.

E’ questa la situazione nella quale intervenire.

venerdì 9 gennaio 2009

Aumentare i consumi, non si può fare


Una "strana" coincidenza: ieri 8 gennaio 2009 il presidente eletto degli Stati Uniti ha affermato che intraprenderà una strategia di sostegno ai consumi anche a rischio di aumentare l'indebitamento pubblico. L'importante è che la popolazione americana possa consumare di più. Poche ore prima il governo cinese, per sostenere le proprie imprese che sentono le difficoltà dovute al tracollo della domanda estera, ha indicato l’intenzione di voler stimolare la domanda interna (che significa allargare il potere di acquisto del ceto medio cinese, e modificare una cultura agricola-contadina basata sul risparmio in una "moderna o postmoderna" basata sui consumi).
In sintesi, il consumo non corrisponde ai bisogni di beni degli individui (come recitano le teorie economiche) ma al bisogno delle aziende di produrre… Non si produce per consumare ma si consuma per produrre. Ovvero i mezzi diventano fine.
Le interdipendenze economiche e la molteplicità delle variabili, dei soggetti, e degli interessi coinvolti è tale da non permettere precise previsioni su quali saranno gli effetti economici di medio-lungo periodo di queste spinte governative.

Una domanda però è lecita. Siamo sicuri che l’aumento quantitativo dei consumi e di conseguenza della produzione e della circolazione di beni sia la soluzione da perseguire? Non potremmo invece valutare quali innovazioni nello stile di vita (essere tutti più felici, avere più tempo libero, più servizi e meno beni, una diversa distribuzione dei beni,), nei consumi e quindi nei sistemi produttivi, nella logistica, e nella divisione globale del lavoro sarebbe più opportuna? I governi europei oggi invocano una governance mondiale, che permetterebbe di implementare decisioni di questo tipo.
Certo è difficile farlo a pancia vuota….ma se la discussione iniziasse ora, che questi argomenti non assumono il tono di un dibattito radical chic, forse potrebbe essere l’inizio della fine dei problemi di lungo periodo (si aggiungano quelli ambientali, energetici…e guerre connesse)
Non è facile pensare, parlare e poi agire in questi termini, ma se non iniziamo almeno a balbettarci concretamente attorno, mai inizieremo.
Avanti dunque, che da tanti piccoli balbettii emerga una canzone migliore

giovedì 25 dicembre 2008

Baricco: non siamo piu capaci di pensare il futuro

Forse che le affermazioni di Baricco valgono per chi è preso in uno stato di benessere (parziale e relativo ma non troppo messo in discussione)...da qualche parte di certo il desiderio del cambiamento del futuro, della progettualità, che non si accontenta del nuovismo...c'è.
C'è bisogno di balbettare e con questo balbettio arrivare a definire un migliore scenario.

Il futuro è finito.
Il futuro viene spesso considerato come discarica, buco nero dove buttare ciò che oggi ci crea problemi.
Sono morte due categorie: quelle di progetto e di progresso. Incapaci di pensare al futuro tendiamo a bloccarci sul “nuovo”.
E la tecnica narrativa attuale è quella della fiction tv, priva di un fine, un obiettivo. Lo spirito della serie, caratterizzato dall'immobilità  è ciò che contraddistingue il nostro modo di stare nel mondo.

Il presente, secondo Baricco, è l’unico accadimento; si esclude che esista un prima e un dopo.
Il web non è “nuovo”. Il web è diverso, non esisteva prima. E con esso ci sono due cose che possono essere diverse:
Il senso delle cose si raggiunge con velocità, superficialità, dinamicità.
L’idea di esperienza.
Il futuro è nelle mani dei “selvaggi di genio” non di fini intellettuali. È uno strappo con il presente. Dobbiamo renderci disponibili ad un cambio della grammatica del nostro pensiero. “Verrà distrutto il presente ed il nostro compito è quello di riscrivere ciò che verrà distrutto, con la grammatica del futuro”.

lunedì 22 dicembre 2008

Oltre la sostenibilità

E’ passato moltissimo tempo scientifico, sociale, politico ed economico da quando Aurelio Peccei e Alexander King fondarono negli anni ’60 il Club di Roma per affrontare ed individuare percorsi di crescita consapevoli ed alternativi adeguati per l’evoluzione globale del mondo (Meadows et al., 1972; 1993).
Il loro contributo generò, tra il resto, comprensione della sostenibilità di processi. In breve, come è ormai ben noto, la sostenibilità di un processo fu individuata nel fatto di non richiedere risorse di qualsiasi natura ad una intensità superiore a quella del loro rigenerarsi. Altrimenti il conseguente esaurimento avrebbe condannato qualsiasi processo basato su di esse a spegnersi oltre ad aver causato la scomparsa di tali risorse dissennatamente consumate.
Un atteggiamento di rispetto verso la sostenibilità ha inizialmente il positivo effetto di individuarla non solo nelle risorse direttamente da consumare, ma anche nella catena delle risorse da considerare. Si trattava di accendere attenzione ecologica non come posizione culturale o ideologica, ma come atteggiamento strategico e consapevole nuovo.
Il tema era infatti stato introdotto con riferimento alle risorse naturali di qualsiasi natura ed al loro ciclo di riproduzione naturale da conoscere e rispettare. Ciò riguarda, ad esempio, le risorse alimentari, energetiche, le materie prime e le necessità ambientali richieste dai cicli stessi, ad esempio climatiche come magistralmente introdotto da Georgescu-Roegen (1971, 1976, 1977a, 1977b, 1979).
Il riferimento era a processi di crescita quantitativa.
Successivamente il termine sostenibilità fu usato in maniera estensiva per processi di qualsiasi natura e con riferimento alle risorse richieste. Ecco che si parlò di sostenibilità di stili di vita, finanziaria, di aziende ed anche, in modo traslato, non misurabile, di rapporti interpersonali richiedenti tempo e attenzione dei singoli, come nel caso delle famiglie.
In campo socio-economico il termine fu usato non solo in riferimento alla possibilità di mantenere un processo nel tempo, ma anche in relazione alla sua crescita.

Riferendoci a sistemi socio-economici la crescita può essere considerata come un processo incrementale di qualsiasi natura (ad esempio lineare, esponenziale e descritto da curve logistiche caratterizzate da crescita decrescente limitata come nel grafico indicativo in fig. 1. Ciò era tanto più importante in quanto i sistemi economici dovevano manifestare continui processi di crescita, sostenibili ovviamente. Tuttavia era evidente la contraddittorietà tra la richiesta di sostenibilità e la richiesta di crescita continua. La tecnologia fu chiamata a risolvere la contraddizione estendendo la durata delle risorse con la loro riproduzione, ad esempio alimentari, sostituendo risorse tra loro, e riducendo i consumi.
Figura 1: Un esempio di curva logistica

Il termine sostenibilità fu poi esteso a tecnologie, prodotti e costruzioni intendendoli sostenibili quando capaci di ridurre non solo il consumo di risorse, ma anche l’inquinamento. A volte il termine sostenibile è sostituito da verde per indicare il rispetto per l’ambiente (ad esempio, benzina verde e ospedali verdi). Il termine verde è diventato una parola del marketing, mentre il termine sostenibilità inflaziona articoli; dichiarazioni, pagine web e brochure aziendali; libri e tesi nelle università.
Ormai anche bombardieri che utilizzano 1) solo bombe non messe al bando dalla comunità internazionale; 2) il cui equipaggio di cielo e di terra non è stato selezionato in base a criteri di razza, sesso, religione, età e lingua; 3) utilizzante carburante a basso inquinamento; e 4) che si prefigge di non colpire obbiettivi civili, sono sostenibili o verdi!
Quando ci accorgeremo che sono bombardieri???
La sostenibilità e l’essere verde sono diventate tematiche sintattiche e non semantiche.
La semantica viene ritrovata quando si parla di sviluppo e non solo di crescita. Si realizza che la crescita non è condizione sufficiente per lo sviluppo e neppure necessaria. Un processo di sviluppo può essere rappresentato in vari modi, ad esempio considerando (Minati and Pessa, 2006):
  1. la successione nel tempo di processi di crescita relativi allo stesso singolo processo oppure a processi sostitutivi, attivati ad esempio dall’innovazione in campo economico;
  1. l’armonicità o coerenza dei processi di crescita del sistema in esame in base ad un piano, un progetto di sviluppo. L’armonicità è così intesa come un fatto interno al sistema stesso, quasi fosse un aspetto inerente alla coerenza, alla reciproca compatibilità tra i processi di crescita stessa. Concettualmente si opera con considerazioni basate sul presupposto di operare in sistemi chiusi. Ad esempio crescite disarmoniche di vari aspetti aziendali come produzione, distribuzione, aspetti finanziari e risorse umane porteranno al fallimento. Allo stesso modo quando si parla di sviluppo di un bambino si parla dell’armonicità tra crescite di diversi aspetti del suo corpo e della sua mente. Disarmonicità nella crescita di singoli aspetti fisici porteranno a irregolarità antropometriche spesso di natura patologica;
  1. il passaggio tra curve di crescita quando vi è la fine e l’inizio di nuovi processi e prodotti grazie all’innovazione ed alla tecnologia;
  1. lo sviluppo come processo di emergenza1, come stormo di processi di crescita che acquisisce sviluppo come proprietà emergente. In questo contesto è il comportamento dello stormo di crescite a rappresentare sviluppo e può basarsi su comportamenti diversi delle singole crescite, anche disarmoniche ed alcune negative (come il volo degli uccelli di uno stormo).
In base a quanto sopra discusso, la tematica della sostenibilità si trova a diventare generica ed addirittura negativa quando intesa come conservativa e cioè inducente il mantenimento di equilibri incrementali piuttosto che trasformativi permessi da innovazione e processi tecnologici.
In questo contesto si va oltre la sostenibilità. Occorre considerare processi di creazione che possono sostituirsi ai precedenti, di emergenza e innovazione. Occorre considerare la sostenibilità di processi di emergenza, della capacità cioè di far emergere, innovare, trasformare e non solo dei singoli processi
La tematica della sostenibilità è spesso usata ipocritamente, confusa con tematiche ambientali ed ecologiche, senza permettere o favorire la visione sistemica complessiva dell’uso di risorse e neppure le relazioni tra effetti prodotti da cause e effetti prodotti da soluzioni.
Gianfranco Minati

1 Si hanno processi di emergenza (in Inglese emergence e non emergency, quella dell’ambulanza!) quando sistemi di elementi in interazione tra loro acquisiscono autonomamente effetti e proprietà come il comportamento di stormi di uccelli, sciami, folla, traffico e mercati, solamente influenzabili ma non decidibili.

sabato 20 dicembre 2008

Dante, i media, la tecnologia e il futuro

Stamattina mentre stavo chiudendo la porta di casa mi è balenata per la testa una idea che, nel tragitto tra casa e ufficio, si è andata precisando e mi è apparsa degna di essere socializzata. Allora lo scrivere è diventato inevitabile … E lo scrivere riguarda Dante, la tecnologia e il futuro.

Dante ha scritto una grande storia su come egli immaginava il mondo definitivo, cioè l’ “al di là”. Una storia che si è ingigantita nei secoli. E che ancora oggi raduna folle, quando viene proposta in pubblico. Raduna folle silenti e pensanti.

Ma Dante aveva a sua disposizione strumenti molto più limitati dei nostri. Strumenti molto più limitati per rappresentare, comunicare e realizzare storie: carta e penna, neanche la stampa. Certo non aveva nessuna tecnologia per realizzare l’ “al di là” immaginato.
Nonostante questa povertà di strumenti, egli ha scritto una delle più grandi storie del mondo. Tanti altri uomini (o gruppi di uomini) hanno scritto storie immense. In tempi in cui vi erano ancora meno strumenti e tecnologie.

Arriviamo a noi.

Noi disponiamo, per rappresentare le storie che immaginiamo nella nostra mente, strumenti di scrittura e di rappresentazione incommensurabilmente più potenti della carta e della penna d’oca: dal pc agli strumenti di fotografia, di ripresa, di simulazione, di grafica.
Disponiamo di strumenti incommensurabilmente più potenti di diffusione: dalla stampa, ad un sistema di trasporti e di distribuzione, alle rete.
Disponiamo di tecnologie potentissime per realizzare quello che abbiamo immaginato. Forse non mondi ultraterreni, ma quasi tutti i mondi terreni che ci possiamo immaginare.
Disponiamo di strumenti incommensurabilmente più potenti, ma li usiamo per scrivere e realizzare storie banali. Quasi sempre le stesse storie da circa quaranta anni …

Le stesse storie economiche.
Cioè le stesse imprese, lo stesso sistema finanziario, lo stesso sistema di servizi. Quando abbiamo tentato di scrivere una “New economy”, ci siamo persi nei biglietti di auguri via internet, come massima espressione creativa.

Le stesse storie istituzionali.
Siamo fermi alla divisione settecentesca dei potere e ad una democrazia rappresentativa molto rudimentale: la dittatura della maggioranza al di là del giusto, del vero e del bello.

Le stesse storie politiche.
Sostanzialmente le stesse parti politiche che si contrappongono come eserciti in guerra in nome di valori che, quando assumono i grandi nomi di libertà e giustizia sociale, appaiono, al sentirli, mobilitanti. Ma, poi, si dimostrano subito scatole vuote che vengono usate solo come armi per combattere l’avversario. Perché se qualcuno chiede come si fa a realizzare libertà e giustizia sociale, la riposta è sempre la stessa. Basta eliminare i cattivi. Cioè gli avversari politici, peste li colga.

Le stesse reazioni civili: forse chiarezza contestativa, ma ci vuole poco a capire che se si vuole conservare una società che ha fatto il suo tempo, in ogni sua dimensione apparirà insoddisfacente. Le stesse reazioni civili, ma poi la stessa isteria etica che risolve la sfida del costruire una nuova società con assurde pretesi di alterità del contestatore di turno.

La stessa visione del mondo che aveva Galileo, dimenticando tutte le conoscenze alternative che, da allora, nel tempo, nello spazio e nelle civiltà, si sono aggiunte alla sua visione ed alle sue conoscenze. Certo benemerite, anzi profetiche. Ma quasi 500 anni fa …

Allora forse la crisi economica, sociale, politica istituzionale, culturale e personale che stiamo vivendo non viene da qualche demiurgo incattivito. Ma dal fatto che stiamo riscrivendo da decenni le stesse storie banali mentre il mondo sta cambiando radicalmente. Come se fossimo rimasti nelle vecchie stalle invernali della bassa padana a raccontare storie di mondine, al tempo del Grande Fratello e delle veline.

Se questo è il problema, allora la soluzione è quasi banale, almeno a dichiararsi: occorre cominciare a scrivere la storia della nuova società nella quale vorremmo vivere.
Non stiamo a discutere di quali modalità di controllo sull'economia  Progettiamo una nuova economia: come dovrà essere il nuovo sistema produttivo prossimo futuro che dovrà fornire prodotti completamente nuovi, attraverso processi produttivi altrettanto nuovi. E come dovranno essere i nuovi sistemi finanziario e distributivo? Dove dovrebbe guardare la ricerca? Perché qualche problema ce l’abbiamo se spendiamo quasi dieci miliardi di dollari per costruire il più grande martello del mondo. Che, poi, si guasta appena dopo aver dato le prime martellatine di prova.
Quali nuove istituzioni che, invece di decidere chi comanda e su chi, possano permettere lo svilupparsi di una nuova progettualità sociale.
Che senso hanno parti politiche istituzionalizzate? Come si può pensare che non diventino autoreferenziali? Come si può pretendere che esita una netta divisione dei poteri quando una società complessa è proprio quella nella quale tutto si mischia?
Quale nuova visione del mondo, dopo quella galileiana, che condensi tutti le nuove idee emerse durante il ‘900?

Vale la pena di provare a scrivere questa storia perché abbiamo tutte le tecnologie per scrivere e, poi, realizzare. E’ obbligatorio provar a scrivere questa storia, altrimenti la Storia si scriverà da sola la storia della società prossima ventura. E, se si fa agire la Storia da sola, essa finirà con lo scrivere storie che finiscono troppo spesso nella tragedia.

Vogliamo cominciare?
Quale nuovo sistema economico? Quale nuovo sistema sociale, politico, istituzionale, culturale e mediatico vogliamo?
Io qualche primo capitolo della storia della società prossima ventura ho cominciato a scriverlo. E non ha come personaggi, né chiave, né comprimari, Berlusconi e Veltroni. Citati in rigoroso ordine alfabetico, come i ragazzini a scuola …

Da solo non riuscirò certo a finirla. Ma in tanti insieme, sì. Così tra cinque secoli diranno che più di sette secoli dopo Dante è nato un nuovo Dante sociale che ha saputo scrivere una nuova e più intensa commedia, degna delle mille nuove penne e dei mille nuovi calamai di cui disponiamo.

Francesco Zanotti

Tanta libertà, tanta tecnica, tanto amore. Che farne ora?

Tra i tanti articoli apparsi sulla stampa riguardo la crisi dell'auto, mi ha colpito quello di Henning Sussebach pubblicato recentemente sul settimanale tedesco Die Zeit.
Il giornalista compie un viaggio di 1500 chilometri sulle autostrade tedesche, da Monaco a Flensburg al confine con la Danimarca, ma più che per le città percorre un viaggio tra gli automobilisti.
In coda su un'autostrada per un incidente, osservando i vicini nelle loro auto lustre, i bambini sui seggolini, la vita all'interno di queste scatole veloci, si lascia andare all'esclamazione che ho riportato nel titolo.
Trovo che Sussebach abbia centrato il problema, con questa semplice battuta, meglio di tante analisi tecnico-economiche di cui siamo stati inondati in questo periodo.
L'industria dell'auto, come tutte le industrie, è industria dei sogni.
Un prodotto di successo, un mercato in espansione ha relazioni con margini, market-share e fatturato così come il tasso di colesterolo o della glicemia nel sangue di Dante Alighieri con la Divina Commedia.
La vera domanda da porsi è quella di Sussebach e credo che il reale motivo della crisi risieda proprio nella perdita di senso in cui sia caduta l'industria dell'auto.
Come tutte le industrie, crescendo e perdendo i loro Eroi, gli imprenditori che l'hanno fatta emergere (Agnelli senior, Ford, Benz, Romeo, Ferrari e tanti altri in Europa USA e Giappone) la macchina produttiva automobilistica ha perso via via la capacità di rimanere attaccata in modo viscerale al suo cliente, comprenderne le esigenze emotive e tradurle in un qualcosa che avesse senso per tutti (produttore e consumatore, o meglio, poeta e ascoltatore). I "mannàgger" che si sono succeduti a questi "poeti" hanno creduto che la magia creata da quegli uomini potesse essere perpetuata all'infinito semplicemente agendo sulle variabili quantitative, perdendo il contatto con la complessa e ampia sfera di bisogni intangibili, in costante trasformazione e spesso contraddittori (mobilità versus automobile, potenza vs. ambiente, bellezza vs. costo, ecc.) della comunità da SERVIRE e non di cui servirsi.
L'auto ha significato per noi tutti energia, libertà, identità, tecnica, amore e tanto altro ancora. Qualcuno può sostenere che siano bisogni decaduti? Penso proprio di no, il problema è che l'auto, così come è adesso, non li soddisfa più ed è su questo che dovrebbero concentrarsi gli industriali di questo come di altri settori in crisi.

...continua

Ce ne stiamo accorgendo a colpi di crisi ricorrentesi in ogni dimensione dell'umano. E' evidente che dovunque guardiamo c'è qualcosa che, gravemente, non va: lo sviluppo economico, la povertà, il rapporto con la natura, la soddisfazione sul lavoro e le profonde esigenze di realizzare una vita degna... E allora vogliamo smetterla di denunciare il passato? Sta diventando stucchevole cercare l'ennesimo cantuccio della stanza della società industriale e scoprire ancora una volta l'accumularsi di una polvere. E' il momento di lasciar riposare per un po' la denuncia e la protesta anche perché, se siamo onesti, dobbiamo chiederci: ma noi dove eravamo in questi anni?

Vivevamo su Marte e improvvisamente siamo tornati sulla terra ed abbiamo scoperto che quegli inetti di terrestri, dopo la nostra denuncia, non aveva fatto nulla. E tocca ancora a noi risvegliare le coscienze? Certo che no! Noi abbiamo vissuto immersi in questa società. Sono anche le nostre azioni che hanno mantenuta chiusa la stanza. Lasciando accumulare e incancrenire polvere. Viene quasi da dire: l’accumularsi e l’incancrenirsi ci fa comodo perché la nostra unica competenza era il contestare. Visto che sul costruire abbiamo dato tutti pessima prova.
E non si dica che qualche potere forte, da qualche parte ha impedito che le nostre folgoranti idee liberassero la stanza dalla polvere dell’ingiustizia, del privilegio … Quelli che sembrano poteri forti lo sono solo di fronte alla nostra incapacità di costruire alternative.
Cara e vecchia società di tutti noi, dunque. Che ci ha permesso di superare secolari infelicità … Certo non tutte, certo non a tutti, certo non ugualmente, ma molto.
Cara e vecchia società dalla quale ora dobbiamo allontanarci con un pizzico di nostalgia. Portandoci dentro lo zaino che accompagna ogni viaggio tutto quello che di buono ha prodotto.
E con il passo che diventa sempre più baldanzoso a mano a mano che diventa chiaro il luogo, la nuova società verso la quale siamo diretti ..
Ma verso quale luogo vogliamo dirigerci? Quale nuova società vogliamo costruire?
Noi certo non lo sappiamo! Sappiamo solo come fare a costruirla!

Allora la nostra proposta è strana. Non abbiamo soluzioni, linee politiche, idee originali. Ma un metodo con il quale generarle.
Primo passo di questo metodo: cambiamo i linguaggi. Secondo usiamo questi nuovi linguaggi per progettare insieme .. Accidenti, mi rendo conto che mi sto avventurando in un sentiero accidentato …
Allora provo con una storiella. Pensiamo di indossare occhiali verdi e di dover dipingere una parete di un nuovo colore: il verde ci ha seccati. Ai nostri piedi abbiamo una vasta gamma di barattoli di vernice. Ma tutti i colori ci sembrano gradazioni del verde. E, così, piano piano ci sembra inutile ridipingere una stanza di un nuovo colore che potrà essere solo una gradazione di verde. Accidenti ai poteri forti che ci costringono a dipingere sempre e solo di verde …
Ma poi arriva qualcuno che ci convince che un certo barattolo contiene il rosso. Ma apparirà rosso solo quando lo stendiamo sulla parete … Così, spinti da nuova fiducia e dalla voglia di avere nuova fiducia, cominciamo a dipingere. Ma, anche dopo averlo steso sulla parete, quel colore continua ad essere l’ennesima gradazione del verde. Allora la nostra collera e massima: certo solo un grande complotto di qualche potentato molto potente ci può costringere a naufragare in un mare di verde …
Maledetti poteri forti .. .
Così attiviamo un Gruppo antiverde. Che, innanzitutto, continua ossessivamente a dimostrare che tutto è di quel verde che, oramai invece di speranza, sta a segnalare schifezza. E poi cerca di buttare via tutti i barattoli …
Cosa significa partire dai linguaggi e dal metodo per usarli?
Significa togliersi gli occhiali verdi. E riuscire così a scoprire che tutti i barattoli sono effettivamente di mille colori. Riuscendo a vedere mille colori rinasce davvero la speranza di poter dipingere diversamente la stanza. Ma non possiamo stare senza occhiali ed ogni tipo di occhiale, anche il più sofisticato, altera i colori … Anche il rosso più sfavillante sarà, poi, sempre, ideologicamente, rosso … Ed allora che fare? Impariamo a cambiare occhiali quando vogliamo vedere cose diverse. Ma, poi, come dipingiamo quella stanza? Inevitabilmente tutti insieme con occhiali diversi. Perché ognuno può portare un solo tipo di occhiali per volta. E per fare della stanza un capolavoro, sono necessari tutti i colori. Quando il dipinto a mille mani sarà finito potremmo vedere un miracolo che piacerà a tutti e che tutti potranno vederlo in modo sempre diverso. Basterà indossare gli occhiali degli altri e se ne scoprirà un bellezza diversa.
Allora il nostro programma è molto semplice. Apparirà forse banale e ininfluente: diffonderemo nuovi linguaggi ed attiveremo gruppi progettuali che li useranno per progettare i mille aspetti di una nuova società.
I linguaggi sono i modelli e le metafore che nell'ultimo secolo, provenendo sostanzialmente dalle scienze della natura, si sono aggiunti a quelli tipici della società industriale.
Il metodo con il quale li useremo sarà Sorgente Aperta …
Ma perché “balbettanti”? Perché nel progettare un nuovo mondo ci rendiamo conto che il primo esprimersi non sarà che un balbettio. E, perché “poietici”? Perché il balbettio dovrà essere fecondo. Si trasformerà certamente in storie che cominceranno ad essere vissute.
Allora anche questo manifesto è un balbettio poietico? Certamente. Speriamo di doverlo riscrivere al più presto meno balbettante e più fecondo.