Tra i tanti articoli apparsi sulla stampa riguardo la crisi dell'auto, mi ha colpito quello di Henning Sussebach pubblicato recentemente sul settimanale tedesco Die Zeit.
Il giornalista compie un viaggio di 1500 chilometri sulle autostrade tedesche, da Monaco a Flensburg al confine con la Danimarca, ma più che per le città percorre un viaggio tra gli automobilisti.
In coda su un'autostrada per un incidente, osservando i vicini nelle loro auto lustre, i bambini sui seggolini, la vita all'interno di queste scatole veloci, si lascia andare all'esclamazione che ho riportato nel titolo.
Trovo che Sussebach abbia centrato il problema, con questa semplice battuta, meglio di tante analisi tecnico-economiche di cui siamo stati inondati in questo periodo.
L'industria dell'auto, come tutte le industrie, è industria dei sogni.
Un prodotto di successo, un mercato in espansione ha relazioni con margini, market-share e fatturato così come il tasso di colesterolo o della glicemia nel sangue di Dante Alighieri con la Divina Commedia.
La vera domanda da porsi è quella di Sussebach e credo che il reale motivo della crisi risieda proprio nella perdita di senso in cui sia caduta l'industria dell'auto.
Come tutte le industrie, crescendo e perdendo i loro Eroi, gli imprenditori che l'hanno fatta emergere (Agnelli senior, Ford, Benz, Romeo, Ferrari e tanti altri in Europa USA e Giappone) la macchina produttiva automobilistica ha perso via via la capacità di rimanere attaccata in modo viscerale al suo cliente, comprenderne le esigenze emotive e tradurle in un qualcosa che avesse senso per tutti (produttore e consumatore, o meglio, poeta e ascoltatore). I "mannàgger" che si sono succeduti a questi "poeti" hanno creduto che la magia creata da quegli uomini potesse essere perpetuata all'infinito semplicemente agendo sulle variabili quantitative, perdendo il contatto con la complessa e ampia sfera di bisogni intangibili, in costante trasformazione e spesso contraddittori (mobilità versus automobile, potenza vs. ambiente, bellezza vs. costo, ecc.) della comunità da SERVIRE e non di cui servirsi.
L'auto ha significato per noi tutti energia, libertà, identità, tecnica, amore e tanto altro ancora. Qualcuno può sostenere che siano bisogni decaduti? Penso proprio di no, il problema è che l'auto, così come è adesso, non li soddisfa più ed è su questo che dovrebbero concentrarsi gli industriali di questo come di altri settori in crisi.
Il giornalista compie un viaggio di 1500 chilometri sulle autostrade tedesche, da Monaco a Flensburg al confine con la Danimarca, ma più che per le città percorre un viaggio tra gli automobilisti.
In coda su un'autostrada per un incidente, osservando i vicini nelle loro auto lustre, i bambini sui seggolini, la vita all'interno di queste scatole veloci, si lascia andare all'esclamazione che ho riportato nel titolo.

Trovo che Sussebach abbia centrato il problema, con questa semplice battuta, meglio di tante analisi tecnico-economiche di cui siamo stati inondati in questo periodo.
L'industria dell'auto, come tutte le industrie, è industria dei sogni.
Un prodotto di successo, un mercato in espansione ha relazioni con margini, market-share e fatturato così come il tasso di colesterolo o della glicemia nel sangue di Dante Alighieri con la Divina Commedia.
La vera domanda da porsi è quella di Sussebach e credo che il reale motivo della crisi risieda proprio nella perdita di senso in cui sia caduta l'industria dell'auto.
Come tutte le industrie, crescendo e perdendo i loro Eroi, gli imprenditori che l'hanno fatta emergere (Agnelli senior, Ford, Benz, Romeo, Ferrari e tanti altri in Europa USA e Giappone) la macchina produttiva automobilistica ha perso via via la capacità di rimanere attaccata in modo viscerale al suo cliente, comprenderne le esigenze emotive e tradurle in un qualcosa che avesse senso per tutti (produttore e consumatore, o meglio, poeta e ascoltatore). I "mannàgger" che si sono succeduti a questi "poeti" hanno creduto che la magia creata da quegli uomini potesse essere perpetuata all'infinito semplicemente agendo sulle variabili quantitative, perdendo il contatto con la complessa e ampia sfera di bisogni intangibili, in costante trasformazione e spesso contraddittori (mobilità versus automobile, potenza vs. ambiente, bellezza vs. costo, ecc.) della comunità da SERVIRE e non di cui servirsi.
L'auto ha significato per noi tutti energia, libertà, identità, tecnica, amore e tanto altro ancora. Qualcuno può sostenere che siano bisogni decaduti? Penso proprio di no, il problema è che l'auto, così come è adesso, non li soddisfa più ed è su questo che dovrebbero concentrarsi gli industriali di questo come di altri settori in crisi.
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