di
Francesco Zanotti

Esso rivela “mix di politiche economiche inutili, gli slogan e i modelli sbagliati”. Cito un solo esempio, invitando i lettori di questo blog a leggere tutto l’articolo.
Il Prof. Benigno dice, sostanzialmente, che la convinzione che le liberalizzazioni generino sviluppo è dovuta al fatto che ad una riduzione del prezzo di un bene o servizio (a questo puntano le liberalizzazioni) corrisponde un aumento della domanda. Ma, aggiunge, che questa non è una legge “assoluta”, sempre valida, ma dipende dal contesto (egli dice: occorrerebbe guardare ai diversi agenti e settori). Guardando ad agenti e settori scopre che molte delle liberalizzazione potranno fare diminuire i prezzi, ma non aumentare la domanda. E cita ad esempio i farmacisti. Prudentemente, poi, non arriva a dire: tutte le misure prese non possono generare sviluppo. Allora aggiungo io questa affermazione.
Anche perché condivido la conclusione amara del suo pezzo ...
che riporto: “Con il mix corrente di politiche di domanda ed offerta, solo una tenuta migliore dell’economia mondiale può fare sperare in una recessione meno profonda”. Con un linguaggio meno prudente, perché non è il tempo della prudenza e cercando di ragionare sopra le parole del professore: eviteremo la recessione se si apriranno nuovi mercati per poter continuare a vendere i prodotti che sappiamo fare oggi. Cioè le politiche attuali di domanda ed offerta causano certamente sacrifici e, quasi altrettanto certamente, non genereranno sviluppo. Ancora il Professore: “… ci salverà uno stimolo di domanda keynesiano …proveniente dall’esterno”.
Complimenti al professore, ma voglio provare a fare qualche altro passo avanti.
Il primo, più banale, è una critica al PIL, cioè al parametro che misura la crescita, ma non dai punti di vista consueti.
Il PIL riguarda il fatturato, ma oggi interessa il margine e soprattutto la cassa. Sono questi i parametri che dovrebbero misurare la crescita. E' l’aumento dei margini e dei flussi di cassa prodotti che costituiscono vera crescita. Prendo un esempio estremo per chiarire il mio pensiero. I cento miliardi di prodotti e servizi venduti alla pubblica amministrazione sono entrati nel PIL e nel fatturato delle imprese. Ma non sono stati pagati. Che senso ha considerare segno di crescita la vendita di servizi che non si sa come e quando verranno pagati? Le imprese hanno contribuito al PIL, ma rischiano di fallire perché non riescono a trasformare la loro fetta di PIL in moneta. Viceversa. Immaginate che un supermercato permetta ai suoi clienti di pagare quando e come vogliono, anche mai. Certo le sue vendite subirebbero un balzo in avanti incredibile. Ma subito dopo queste vendite clamorose li farebbero fallire …
Gli altri passi che voglio fare sono più importanti.
Il primo è: occorre ripensare ai fondamenti dell’economia e al problema della ricerca in campo economico. Io credo che l’economia abbia ancora come modello di riferimento la fisica classica. E, credo, ne faccia un uso anche banale, come dimostra l’esempio della “legge” che diminuendo il prezzo aumenta la domanda. Credo che l’economia dovrebbe usare un altro modello del conoscere di riferimento. Mi riferisco alla sistemica, ma non nella sua versione tradizionale, ma nella nuova versione “quantistica”. Allora è urgente finanziare ricerche sui sistemi economici, che costano anche poco. Ed è urgente che questa ricerca non sia limitata agli specialisti, ma sia “sociale”.
Il secondo è una domanda retorica: ma che senso ha parlare di un Governo tecnico quando non esiste la “tecnica”? Che senso ha affidarsi ad economisti, come esperti dei sistemi economici, quando occorre rifare da capo l’economia?
Questa crisi finanziaria che dagli Stati Uniti si é diffusa a livello Globale, minacciando quel gigante dai puedi di argilla che è l'Europa incompita contro i cui paesi economicamente e politicamente più deboli in particolare si accanisce, da quali cause è stata generata e quali forze ha posto in movimento? Se è una crisi sistemica come propendo a credere, anche le ricette debbono essere di sistema. Non si tratta di far ripartire il meccanismo, dopo che questo avrà provocato l'impoverimento degli uni ed il corispondente arricchimento degli altri ma di modificare il meccanismo. Prendiamo in esame il sistema monetario internazionale. Quali misuratori di valori, le divise che presidiano gli scambi internazionali, a quale valore unitario, sia pure solo convenzionale fanno riferimento?
RispondiEliminaRicevo e pubblico con piacere il commento del professor Pierpaolo Benigno, ringraziandolo:
RispondiEliminaIl nesso fra identificazione di un governo come tecnico e l'evolversi della scienza economica è molto interessante. Non si avranno mai modelli economici soddisfacenti e in grado di automatizzare le decisioni di politica economica. Il compito della scienza economica rimane quello di offrire un'ampia gamma di modelli economici anche contradditori fra di loro. Spetta alla politica la scelta. Quindi un governo non potrà mai dirsi tecnico in quanto nell'agire di politica economica dovrà scegliere un modello economico piuttosto che un'altro.