venerdì 4 giugno 2010

Expo 2015: una prima proposta da un non luogo e un non tempo

Cari amici,
voglio raccontare una cosa strana che ci sta capitando, che sto cercando di capire, alla quale credo noi si debba prestare ascolto, forse anche qualcosa in più …
Ecco quanto sta accadendo. Stamattina, ricevo una mail da un nome di donna che non ricordo. Incuriosito la apro e trovo il seguente testo, ve lo propongo. Riguarda una proposta per il rilancio dell’Expo 2015, che in un non luogo e un non tempo è stata decisiva …
“Caro Francesco, per ora non mi chiedere ne’ il tempo, né il luogo. Verrà l’occasione per rivelartelo. Ma è un tempo, un luogo, una città dove sono accadute cose che possono, forse, aiutare Milano, l’Italia, il mondo a vincere la sfida alla quale si trova di fronte. Io queste cose voglio raccontarti, perché tu le renda disponibili non solo a Responsabilità dell’Expo 2015, ma anche a tutta la città. Ed oltre.
Ecco la mia prima cronaca delle cose di un altro mondo. 


La sera del 31 marzo 2008 uno tsunami di felicità e di allegria sferzò la città di XXXX: l’EXPO sarebbe tornata e avrebbe contribuito al rilancio di questa nostra città che tanto amiamo e che rischia di affondare nel marasma in cui il mondo si dibatte. Un rilancio che vedevamo, allora, non tanto in termini di mattoni, strade e nuove linee di metropolitana – che pure ci sarebbe stato – ma, soprattutto, in termini di reazione sociale. Il tema attorno al quale si era costruita la candidatura “Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita” impostava quattro “pilastri” -come venivano chiamati allora- sui quali si sarebbe costruito l’evento: alimentazione, ecologia, energia, salute. Un tema quanto mai centrato e che forniva elementi per riflessioni e discussioni su quello che è diventato, nel giro di pochi mesi, uno dei più caldi temi di dibattito dei nostri giorni: il Pianeta sta morendo, cosa possiamo e dobbiamo fare per salvarlo…?
Purtroppo, la forza del tema dell’EXPO si è andata sfilacciando nel corso dei mesi che hanno seguito la parata di Corso XXXX (e c’era più gente allora, che non dopo la vittoria di una delle squadre locali nel più importante torneo continentale…). Gli aspetti architettonici dell’operazione EXPO, frutto del lavoro di “archistar”, coordinati da un architetto superstar, hanno preso il sopravvento e le presentazioni del masterplan del sito espositivo sono stati momenti di grande impatto mediatico, che hanno concentrato l’attenzione sulle infrastrutture. Certo importanti, ma molti di noi si sono chiesti: e il tema?. Ci hanno risposto che “ si incarnerà nel sito”, ma ci era difficile capire, a quello stadio, come l’elaborazione del tema avrebbe potuto rispondere ad alcuni degli obiettivi prioritari di un EXPO moderna e al passo con i tempi: strumento di disseminazione e di arricchimento in conoscenza per la gente, momento di riflessione sulle scelte responsabili che a tutti i livelli, di persona, di famiglia, di società, si impongono per rincorrere quella sostenibilità con la quale riempiamo discorsi e convegni.
Lo spostare l’attenzione dai contenuti ai contenenti ha avuto come conseguenza quello di innescare polemiche crescenti. Tanto che i Responsabili dell’Expo sono stati quasi costretti ad una strategia difensiva. Gli attacchi si sono moltiplicati, fino a finire in una deriva triste e perdente: riduciamo i costi. E così sono arrivati i tagli e i supertagli che, a quanto dicevano i giornali, già hanno determinato una riduzione del personale. Insomma, L’EXPO rischiava di venir trattata da politici, amministratori e media con gli strumenti d’uso anche nel nostro paese, come nel vostro, per far fronte ad un crisi economica... tagli e supertagli generalizzati anche in quei settori, e penso a formazione e ricerca, che dovrebbero essere potenziati proprio nei momenti di maggior crisi...
Ma l’EXPO, tutti noi eravamo convinti, non è una società per azioni, nè una fiera nè un ente di ricerca, è forse una fabbrica, ma una fabbrica di emozioni, e, dunque, necessita di criteri gestionali suoi propri, che non trovano riscontro in altre realtà organizzative.
L’EXPO vivrà su due dimensioni: una fisica ed una immateriale; conosciuta, discussa, dibattuta la prima, ancora da far emergere la seconda; ma è proprio su quest’ultima che la nuova EXPO del XXI secolo dovrebbe fondare la propria credibilità e costruire i propri messaggi; dire che “il sito incarna il tema” non ha un grande impatto sul pubblico, quel pubblico che non bisogna “far partecipare”, come sentiamo dire spesso, ma che deve trovare gli stimoli e gli interessi “per partecipare” all’evento. Cosi’ l’EXPO immateriale, l’EXPO della conoscenza potrà davvero contribuire a fare emergere una nuova società.
E’ necessario allora che l’organizzazione stessa di EXPO sia una “buona pratica”, in tutte le sue sfaccettature: strategia, progettazione, direzione, amministrazione, controllo di gestione, comunicazione, management...
In questo momento di crisi profonda, ci è venuta in mente una misura concreta che ha dato un primo impulso forte per promuovere l’immagine di EXPO “cosa unica e non ripetibile”.
Sappiamo che l’operazione EXPO comincerà ad avere ritorni economici tra qualche anno, con sponsorizzazioni e vendita dei biglietti, e tali ritorni ci saranno solo ed unicamente se si saranno raggiunti credibilità e valore, tali da richiamare l’interesse di sponsor e visitatori…ma tale interesse lo si crea da adesso, investendo nello sviluppo di un tema certo molto interessante e generale e, dunque, difficile da declinare in modo attrattivo, senza cadere nella banalità del racconto dell’orto o della tavolata...Pensiamo invece all’innovazione generata dal mix virtuoso tra conoscenza, visione e nuove tecnologie, che potrebbe rendere gli ecosistemi del recinto espositivo dei laboratori di modelli di sviluppo sostenibile e responsabile.
La proposta che abbiamo fatto e che, per fortuna, è stata accettata, è quella di non tagliare le spese per gli investimenti sulla costruzione di credibilità, immagine e contenuti tematici dell’EXPO, investimenti in conoscenza delle persone che non si possono misurare né in metri cubi nè in progetti, pur riducendo l’uscita di cassa. Come? Retribuendo in modo difasico quanti lavorano al progetto, soprattutto i responsabili: una parte a fine mese come di regola, ed una parte - sostanziosa - quando cominceranno a rientrare i flussi da sponsorizzazioni e vendita di biglietti.
E’ stato un segnale potentissimo nei confronti di politici, amministratori e media: l’EXPO è un progetto laboratorio. Coloro che ci lavorano ci credono, ci lavorano con convinzione ed entusiasmo al punto da rischiare sul piano economico in funzione della volontà comune che l’evento raggiunga uno standard di qualità e di valore tale da garantire il successo della manifestazione.
Caro Francesco, questo è il mio primo Report da quello che per te è un non luogo e un non tempo. Se lo pubblicherai, ne seguiranno altri …”
Cari lettori, non ho resistito alla tentazione di pubblicarlo. Pubblicherò anche gli altri. E mi sta venendo in mente un'idea: proviamo a cambiare radicalmente atteggiamento. Invece di partecipare alla lite (che sa un po’di baruffa chiozzotta) tra detrattori e difensori dell’Expo, anche con l’aiuto di questa amica misteriosa, cominciamo a diventare costruttori dell’Expo 2015. Aggiungiamo idee, progetti… Il nostro blog è a disposizione. Anche perché, come tutti sapete, anche noi abbiamo una Mega proposta che è l’Expo della conoscenza…

1 commento:

  1. Cesare Sacerdoti4 giugno 2010 11:17

    come mi immedesimo nelle sensazioni di questa sconosciuta amica Tua! io sono tra quelli che si è commosso alla comunicazione dell'assegnazione a Milano, commosso pensando a quanti vantaggi ne avrebbero avuto i miei figli: un nuovo posizionamento di Milano, un nuovo grande progetto, nuova ricerca, nuovo sviluppo, nuove possibilità lavorative (e non pensavo a...qualche giornata part time come hostess dell'evento)...insomma un nuovo orgoglio di Milano...un nuovo Rinascimento milanese??
    Ogni tanto penso al dopoguerra, alle grandi sfide e alla enorme progettualità che ne è seguita e ricordo (io non c'ero ancora...) che una delle prime opere fu la ricostruzione della Scala e poi...l'acquisto della Pietà Rondanini e mi chiedo quale forza abbiano avuto il sindaco e i suoi collaboratori a privilegiare queste opere...apparentemente non indispensabili! e sono cosciente della correttezza di tale decisione: ha ridato un orgoglio alla città, una grande spinta propulsiva. ecco questi sentimenti li ho rivisti, in parte, a Torino dopo le Olimpiadi invernali: ricordo il taxista (dal marcato accento calabrese) e di come parlava della SUA Torino! Ma allora, quanto maggiore orgoglio possiamo dare a questa città se oltre a 2 linee di metropolitana in più le dessimo una nuova prospettiva, un nuovo ruolo nella società italiana, europea e perchè no mondiale!!! E' su questo che dovremmo lavorare; tutti: tutti quelli che erano in corso Buenos Aires a settembre 2008 a festeggiare la scelta del BIE. Francesco, dicci cosa dobbiamo fare e partiamo
    Cesare Sacerdoti

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...continua

Ce ne stiamo accorgendo a colpi di crisi ricorrentesi in ogni dimensione dell'umano. E' evidente che dovunque guardiamo c'è qualcosa che, gravemente, non va: lo sviluppo economico, la povertà, il rapporto con la natura, la soddisfazione sul lavoro e le profonde esigenze di realizzare una vita degna... E allora vogliamo smetterla di denunciare il passato? Sta diventando stucchevole cercare l'ennesimo cantuccio della stanza della società industriale e scoprire ancora una volta l'accumularsi di una polvere. E' il momento di lasciar riposare per un po' la denuncia e la protesta anche perché, se siamo onesti, dobbiamo chiederci: ma noi dove eravamo in questi anni?

Vivevamo su Marte e improvvisamente siamo tornati sulla terra ed abbiamo scoperto che quegli inetti di terrestri, dopo la nostra denuncia, non aveva fatto nulla. E tocca ancora a noi risvegliare le coscienze? Certo che no! Noi abbiamo vissuto immersi in questa società. Sono anche le nostre azioni che hanno mantenuta chiusa la stanza. Lasciando accumulare e incancrenire polvere. Viene quasi da dire: l’accumularsi e l’incancrenirsi ci fa comodo perché la nostra unica competenza era il contestare. Visto che sul costruire abbiamo dato tutti pessima prova.
E non si dica che qualche potere forte, da qualche parte ha impedito che le nostre folgoranti idee liberassero la stanza dalla polvere dell’ingiustizia, del privilegio … Quelli che sembrano poteri forti lo sono solo di fronte alla nostra incapacità di costruire alternative.
Cara e vecchia società di tutti noi, dunque. Che ci ha permesso di superare secolari infelicità … Certo non tutte, certo non a tutti, certo non ugualmente, ma molto.
Cara e vecchia società dalla quale ora dobbiamo allontanarci con un pizzico di nostalgia. Portandoci dentro lo zaino che accompagna ogni viaggio tutto quello che di buono ha prodotto.
E con il passo che diventa sempre più baldanzoso a mano a mano che diventa chiaro il luogo, la nuova società verso la quale siamo diretti ..
Ma verso quale luogo vogliamo dirigerci? Quale nuova società vogliamo costruire?
Noi certo non lo sappiamo! Sappiamo solo come fare a costruirla!

Allora la nostra proposta è strana. Non abbiamo soluzioni, linee politiche, idee originali. Ma un metodo con il quale generarle.
Primo passo di questo metodo: cambiamo i linguaggi. Secondo usiamo questi nuovi linguaggi per progettare insieme .. Accidenti, mi rendo conto che mi sto avventurando in un sentiero accidentato …
Allora provo con una storiella. Pensiamo di indossare occhiali verdi e di dover dipingere una parete di un nuovo colore: il verde ci ha seccati. Ai nostri piedi abbiamo una vasta gamma di barattoli di vernice. Ma tutti i colori ci sembrano gradazioni del verde. E, così, piano piano ci sembra inutile ridipingere una stanza di un nuovo colore che potrà essere solo una gradazione di verde. Accidenti ai poteri forti che ci costringono a dipingere sempre e solo di verde …
Ma poi arriva qualcuno che ci convince che un certo barattolo contiene il rosso. Ma apparirà rosso solo quando lo stendiamo sulla parete … Così, spinti da nuova fiducia e dalla voglia di avere nuova fiducia, cominciamo a dipingere. Ma, anche dopo averlo steso sulla parete, quel colore continua ad essere l’ennesima gradazione del verde. Allora la nostra collera e massima: certo solo un grande complotto di qualche potentato molto potente ci può costringere a naufragare in un mare di verde …
Maledetti poteri forti .. .
Così attiviamo un Gruppo antiverde. Che, innanzitutto, continua ossessivamente a dimostrare che tutto è di quel verde che, oramai invece di speranza, sta a segnalare schifezza. E poi cerca di buttare via tutti i barattoli …
Cosa significa partire dai linguaggi e dal metodo per usarli?
Significa togliersi gli occhiali verdi. E riuscire così a scoprire che tutti i barattoli sono effettivamente di mille colori. Riuscendo a vedere mille colori rinasce davvero la speranza di poter dipingere diversamente la stanza. Ma non possiamo stare senza occhiali ed ogni tipo di occhiale, anche il più sofisticato, altera i colori … Anche il rosso più sfavillante sarà, poi, sempre, ideologicamente, rosso … Ed allora che fare? Impariamo a cambiare occhiali quando vogliamo vedere cose diverse. Ma, poi, come dipingiamo quella stanza? Inevitabilmente tutti insieme con occhiali diversi. Perché ognuno può portare un solo tipo di occhiali per volta. E per fare della stanza un capolavoro, sono necessari tutti i colori. Quando il dipinto a mille mani sarà finito potremmo vedere un miracolo che piacerà a tutti e che tutti potranno vederlo in modo sempre diverso. Basterà indossare gli occhiali degli altri e se ne scoprirà un bellezza diversa.
Allora il nostro programma è molto semplice. Apparirà forse banale e ininfluente: diffonderemo nuovi linguaggi ed attiveremo gruppi progettuali che li useranno per progettare i mille aspetti di una nuova società.
I linguaggi sono i modelli e le metafore che nell'ultimo secolo, provenendo sostanzialmente dalle scienze della natura, si sono aggiunti a quelli tipici della società industriale.
Il metodo con il quale li useremo sarà Sorgente Aperta …
Ma perché “balbettanti”? Perché nel progettare un nuovo mondo ci rendiamo conto che il primo esprimersi non sarà che un balbettio. E, perché “poietici”? Perché il balbettio dovrà essere fecondo. Si trasformerà certamente in storie che cominceranno ad essere vissute.
Allora anche questo manifesto è un balbettio poietico? Certamente. Speriamo di doverlo riscrivere al più presto meno balbettante e più fecondo.