venerdì 26 giugno 2009
Meno male che Silvio c'è ...
Meno male per amici e nemici …
Così possiamo tutti insieme appassionatamente superficializzare …
Insomma … immaginate che Silvio non ci sia.
Allora, tutti insieme, nemici ed amici, dovremmo metterci a capire la complessità del reale e progettare il futuro. Dobbiamo sforzarci di capire come sta davvero la situazione economico-finanziaria e quale nuova economia e finanza vogliamo. Che tipo di stato sociale, che tipo di istituzioni locali, nazionali ed istituzionali. Poi, ancora, così citando in ordine sparso … quale ricerca, quale scuola, quale visione del mondo … Magari dovremmo anche cercare di capire a cosa serve tutta la conoscenza (modelli, metafore, linguaggi per capire la realtà), che si è sviluppata negli ultimi tre secoli e che giace totalmente inutilizzata …
Ma, invece, davvero, Silvio c’è.
Allora, senza sentire e vivere la fatica dell’approfondimento e del progetto, i nemici possono dare addosso a Silvio. Conflitti di interesse, reati economici e veline: tutto buttato nel grande calderone della invettiva.
E gli amici possono gridare al complotto. Il tutto alla presenza di un Berlusconi che candidamente dice: io non cambio. Piaccio così agli italiani! Bonariamente fregandosene delle esigenze di cambiamento epocale e continuo che deve impegnare persone, imprese, attori sociali e politici e Istituzioni. Tranquillamente tranquillo di non doversi curare di tutta la conoscenza che è stata sviluppata e giace sprecata.
Tra amici e nemici, Silvio benedicente, i dibattiti mediatici possono continuare a svilupparsi con i soliti vociari convulsi, paroloni sbattuti in faccia gli uni agli altri, conduttori furbescamente ammiccanti, alla ricerca del modo per mettere il più in imbarazzo possibile questo o quello, amico o nemico di Silvio.
Meno male che Silvio c’è….
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giovedì 11 giugno 2009
Cultura generale in classe... e nella società

Qualche settimana fa, il Prof. Tullio De Mauro scriveva su Internazionale (797 del 28 Maggio 2009, sezione Cultura) un interessante spunto sulla mancanza della Cultura generale nelle scuole.
A partire dalla sua definizione, "la cultura generale è quella che, partendo dagli scritti, dalle arti, dal pensiero, aiuta a orientarsi nella vita e ad affrontare i propri problemi", punta subito il dito alla causa del problema: la compartimentazione e la chiusura delle conoscenze.
A tal proposito cita le posizioni di Edgar Morin, teorico del pensiero "complesso", di cui riporta l'accusa di "cretinismo" alla cultura delle discipline e delle specializzazioni, e lancia un grido di allarme: come facciamo a rigenerare la cultura generale se siamo digiuni di discipline, saperi, scienze e tecniche precise?
Mi permetto di trasporre questo punto di vista in un ambito più ampio: l'intera società contemporanea. Tutti i suoi attori, dalle singole persone fisiche nei loro vari ruoli (manager, politici, dirigenti, madri e padri di famiglia, ecc.) alle organizzazioni di cui fanno parte (aziende, famiglie, enti pubblici, governi, ecc.) soffrono dello stesso problema, ovvero la mancanza di cultura generale, intesa come supremo strumento per orientarsi nella vita di oggi.
Ce ne accorgiamo dalla crisi, che, oramai, ha carattere pervasivo e strutturale, e che, anche se si è manifestata sul campo economico, attanaglia il sistema dei valori, i sistemi di governo delle aziende e delle nazioni: insomma, tutto l'assetto di convivenza civile che abbiamo conosciuto finora.
Allora anche noi tutti abbiamo bisogno di rigenerare questa "Cultura Generale", ma, come dice De Mauro per la scuola, "...se siamo digiuni di discipline, saperi, scienze, tecniche precise, che rigeneriamo?"

Ecco allora che appare più chiaro lo scopo che vogliamo perseguire da queste pagine web e dai mini e maxi (Expo della conoscenza) eventi che stiamo organizzando: promuovere attività comprensibili a tutti, perché, se rimangono elitarie, non servono a creare cultura generale, proprio per fornire strumenti di "rigenerazione". E lo vogliamo fare attingendo a quelle scienze e saperi, nelle quali l'intelletto umano si è già cimentato, distillando strumenti concettuali potenti e innovativi, per affrontare e risolvere le sfide delle varie discipline, che, poi, altro non sono che una istanza del reale quotidiano, nel quale siamo immersi tutti. Solo da essi possono discendere quelle "tecniche precise", alle quali fa cenno il Professore De Mauro, che ci permetteranno la rigenerazione auspicata.
Dunque, necessità di strumenti per generare nuovi Rinascimenti, non ricette preconfezionate da pochi: ecco di cosa abbiamo bisogno oggi.
Nella scuola come nella società contemporanea.
A partire dalla sua definizione, "la cultura generale è quella che, partendo dagli scritti, dalle arti, dal pensiero, aiuta a orientarsi nella vita e ad affrontare i propri problemi", punta subito il dito alla causa del problema: la compartimentazione e la chiusura delle conoscenze.
A tal proposito cita le posizioni di Edgar Morin, teorico del pensiero "complesso", di cui riporta l'accusa di "cretinismo" alla cultura delle discipline e delle specializzazioni, e lancia un grido di allarme: come facciamo a rigenerare la cultura generale se siamo digiuni di discipline, saperi, scienze e tecniche precise?
Mi permetto di trasporre questo punto di vista in un ambito più ampio: l'intera società contemporanea. Tutti i suoi attori, dalle singole persone fisiche nei loro vari ruoli (manager, politici, dirigenti, madri e padri di famiglia, ecc.) alle organizzazioni di cui fanno parte (aziende, famiglie, enti pubblici, governi, ecc.) soffrono dello stesso problema, ovvero la mancanza di cultura generale, intesa come supremo strumento per orientarsi nella vita di oggi.
Ce ne accorgiamo dalla crisi, che, oramai, ha carattere pervasivo e strutturale, e che, anche se si è manifestata sul campo economico, attanaglia il sistema dei valori, i sistemi di governo delle aziende e delle nazioni: insomma, tutto l'assetto di convivenza civile che abbiamo conosciuto finora.
Allora anche noi tutti abbiamo bisogno di rigenerare questa "Cultura Generale", ma, come dice De Mauro per la scuola, "...se siamo digiuni di discipline, saperi, scienze, tecniche precise, che rigeneriamo?"

Ecco allora che appare più chiaro lo scopo che vogliamo perseguire da queste pagine web e dai mini e maxi (Expo della conoscenza) eventi che stiamo organizzando: promuovere attività comprensibili a tutti, perché, se rimangono elitarie, non servono a creare cultura generale, proprio per fornire strumenti di "rigenerazione". E lo vogliamo fare attingendo a quelle scienze e saperi, nelle quali l'intelletto umano si è già cimentato, distillando strumenti concettuali potenti e innovativi, per affrontare e risolvere le sfide delle varie discipline, che, poi, altro non sono che una istanza del reale quotidiano, nel quale siamo immersi tutti. Solo da essi possono discendere quelle "tecniche precise", alle quali fa cenno il Professore De Mauro, che ci permetteranno la rigenerazione auspicata.
Dunque, necessità di strumenti per generare nuovi Rinascimenti, non ricette preconfezionate da pochi: ecco di cosa abbiamo bisogno oggi.
Nella scuola come nella società contemporanea.
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lunedì 1 giugno 2009
La crisi e le stragi del sabato sera.
Sto seguendo gli echi del Festival dell'economia, che si sta tenendo a Trento in questi giorni, attraverso gli articoli di Federico Rampini su Repubblica. (Dieci cose che cambieranno... e Non sprechiamo una buona crisi... )
Ovviamente l'argomento del giorno, "giorno" che sta durando ormai da diversi mesi, è la crisi che ci attangalia e che sta facendo sentire i suoi effetti reali in modo sempre più evidente.
Al centro l'economia, mai se ne era parlato tanto a memoria d'uomo, le sue colpe e quelle di coloro, gli economisti, che dovevano prevedere, individuare, progettare soluzioni e rimedi.
Leggo che si è arrivati a fare processi, certamente finti, ma con una forte carica simbolica, a questi poveracci colpevoli esclusivamente di aver progettato automobili che si schiantano se guidate in stato di ebrezza.
Come apprendiamo frequentemente dalla cronaca di questi tragici eventi, la colpa non è della meccanica dei mezzi, nè gli interventi legi
slativi e punitivi hanno risolto il problema. E allora perchè la gente si droga, con sostanze lecite o meno poco importa, e poi si mette alla guida?
Ecco, l'ho detto, ma chiunque lo capirebbe. Non ho parlato di auto, nè di effetti psicotici sulla chimica del nostro corpo, ho posto il quesito, e tutti arrivano a farlo, sulla radice reale del problema: la motivazione delle persone a mantenere un comportamento irresponsabile, mentre usano un MEZZO utile, ma potenzialmente pericoloso per loro e gli altri.
E allora, tornando alla crisi:
Perchè non si parla di questo?
Perchè le persone dovevano spendere a tutti i costi più di quello che guadagnavano?
Perchè pensavano di guadagnare la stessa cifra per anni non avendone certezza?
Perchè chi raccoglieva questi debiti non pensava che potevano non essere pagati?
Perchè chi li acquistava non si faceva scrupolo di rivenderli prima che la musica terminasse (ricordate quel gioco nel quale bisognava trovarsi a ballare con una dama e chi rimaneva solo era eliminato)?
Perchè fasce sempre più larghe di popolazione, manager o anche piccoli responsabili aziendali, hanno tenuto comportamenti moralmente illeciti creando danno ad altri per beneficio loro?
Perchè dovremmo sentirci felici solo se riusciamo a spendere quello che abbiamo e oltre?
Perchè non riprendiamo gli antichi costumi secondo i quali "progresso" significa anche "sacrificio attuale per un prossimo miglioramento" ?

Ma, sopratutto, la madre di queste e tante altre domande: che "ci azzecca" tutto questo con l'economia?
La crisi siamo noi, ciò che vogliamo dalla nostra vita, i valori, o non valori, che ci siamo messi in testa di perseguire, l'aver dimenticato che proprio grazie alla globalizzazione tutta la terra è un villagio globale e in un villaggio non si può star bene in pochi, perchè gli altri, prima o poi, si incazzano e poi stanno male tutti, come la storia ci insegna.
E, allora, smettiamola di fare i bambini e dare le colpe all'automobile perchè non ci porta dritti sulla strada, facendo finta di dimenticare che siamo noi che la conduciamo in stato di ebrezza.
Basta col cercare cause, inizio, fine di questa crisi fuori dai nostri comportamenti e motivazioni. Smettiamola di addossare la croce, ora, a quegli sfigati degli economisti, che si trastullano con modelli teorici potentissimi ma che perdono di efficacia nella complessità del quotidiano, come un cucchiaio di zucchero in un ettolitro di caffè, ora, ai politici, mercanti di consenso capaci di sostenere tutto e il suo contrario, purchè porti voti.
Cosa fare allora?
Ecco due idee.
Prima: cercare nuovi strumenti per comprendere e governare la realtà. Viviamo in un mondo complesso. Da sempre, l'uomo osserva l'ambiente circostante e cerca di comprenderlo per capirne il comportamento, se possibile prevederne le evoluzioni, adeguarsi al contesto, il tutto per averne un vantaggio di sopravvivenza e benessere. Questo esercizio è antichissimo e si è evoluto nel tempo, prendendo forme e contenuti diversamente potenti ed efficaci, secondo latitudini, usi e costumi culturali.
Nel mondo occidentale, ha preso il nome di scienza, ma saperi ugualmente efficaci si sono sviluppati in altre parti del mondo. Da queste pagine web, stiamo sostenendo un percorso, balbettando come bambini alle prime armi, perchè lo siamo come tutti oggi, per ricercare, a partire dalle scienze, idee e strumenti comprensibili a tutti e utili a progettare futuri diversi dal passato.
C'è stata una serata organizzata, per illustrare le idee della matematica; a breve ne organizzeremo una con lo stesso scopo sulla fisica. Altre ne seguiranno sulla biologia, le scienze neurologiche, la visione del mondo che deriva dalle religioni orientali e altro.
Lo scopo è quello di fornire strumenti nuovi, perchè quelli vecchi o sono consumati e non servono più, o sono obsoleti, hanno prodotto benefici fino a ieri e, oggi, producono danni.
La seconda: riscoprire i valori. Sono la bussola dei comportamenti costruttivi, della convivenza civile, del benessere collettivo, della sopravvivenza umana.
Oggi, ne abbiamo una prova concreta: una società senza valori collassa, danneggiando tutti i suoi membri e creando nuovi schiavi (ah se invece di parlare di economia si fosse parlato di più del rischio di perdita della dignità dell'individuo, dei diritti civili, del futuro delle attuali generazioni: quanto tempo guadagnato nella progettazione del "dopo" che tutti invocano!). Dove cercarli, o meglio, ricercarli, visto che i valori per l'umanità sono universali, senza tempo e luogo?
Per chi ha fede o è religioso, nei luoghi e nei libri di culto, ma esistono anche comunità laiche che ne esprimono. Il volontariato, ad esempio, oppure le mamme, che ognuno può osservare da vicino, essendo diffusissime e portatrici "genetiche" dei valori di base dell'umanità (affetto incondizionato, spirito di sacrificio per l'altro, ecc.). E, per favore, non solleviamo obiezioni banali che esistono i preti che abusano dei bambini, mullah che incitano al terrorismo, volontari che rubano e mamme snaturate. Il mondo non è perfetto: a noi l'onere di distinguere in ogni cosa il buono dal marcio.
Anche qui, ci piacerebbe distillarne i contenuti a beneficio di tutti e aprire un dibattito sul significato che tali valori hanno nella società moderna, ma, sopratutto, la loro importanza per quella prossima ventura.
E l'auto, i meccanici e le droghe, così come l'economia, la finanza e le banche, lasciamoli perdere per favore.
Al centro l'economia, mai se ne era parlato tanto a memoria d'uomo, le sue colpe e quelle di coloro, gli economisti, che dovevano prevedere, individuare, progettare soluzioni e rimedi.
Leggo che si è arrivati a fare processi, certamente finti, ma con una forte carica simbolica, a questi poveracci colpevoli esclusivamente di aver progettato automobili che si schiantano se guidate in stato di ebrezza.
Come apprendiamo frequentemente dalla cronaca di questi tragici eventi, la colpa non è della meccanica dei mezzi, nè gli interventi legi

Ecco, l'ho detto, ma chiunque lo capirebbe. Non ho parlato di auto, nè di effetti psicotici sulla chimica del nostro corpo, ho posto il quesito, e tutti arrivano a farlo, sulla radice reale del problema: la motivazione delle persone a mantenere un comportamento irresponsabile, mentre usano un MEZZO utile, ma potenzialmente pericoloso per loro e gli altri.
E allora, tornando alla crisi:
Perchè non si parla di questo?
Perchè le persone dovevano spendere a tutti i costi più di quello che guadagnavano?
Perchè pensavano di guadagnare la stessa cifra per anni non avendone certezza?
Perchè chi raccoglieva questi debiti non pensava che potevano non essere pagati?
Perchè chi li acquistava non si faceva scrupolo di rivenderli prima che la musica terminasse (ricordate quel gioco nel quale bisognava trovarsi a ballare con una dama e chi rimaneva solo era eliminato)?
Perchè fasce sempre più larghe di popolazione, manager o anche piccoli responsabili aziendali, hanno tenuto comportamenti moralmente illeciti creando danno ad altri per beneficio loro?
Perchè dovremmo sentirci felici solo se riusciamo a spendere quello che abbiamo e oltre?
Perchè non riprendiamo gli antichi costumi secondo i quali "progresso" significa anche "sacrificio attuale per un prossimo miglioramento" ?

Ma, sopratutto, la madre di queste e tante altre domande: che "ci azzecca" tutto questo con l'economia?
La crisi siamo noi, ciò che vogliamo dalla nostra vita, i valori, o non valori, che ci siamo messi in testa di perseguire, l'aver dimenticato che proprio grazie alla globalizzazione tutta la terra è un villagio globale e in un villaggio non si può star bene in pochi, perchè gli altri, prima o poi, si incazzano e poi stanno male tutti, come la storia ci insegna.
E, allora, smettiamola di fare i bambini e dare le colpe all'automobile perchè non ci porta dritti sulla strada, facendo finta di dimenticare che siamo noi che la conduciamo in stato di ebrezza.
Basta col cercare cause, inizio, fine di questa crisi fuori dai nostri comportamenti e motivazioni. Smettiamola di addossare la croce, ora, a quegli sfigati degli economisti, che si trastullano con modelli teorici potentissimi ma che perdono di efficacia nella complessità del quotidiano, come un cucchiaio di zucchero in un ettolitro di caffè, ora, ai politici, mercanti di consenso capaci di sostenere tutto e il suo contrario, purchè porti voti.
Cosa fare allora?
Ecco due idee.
Prima: cercare nuovi strumenti per comprendere e governare la realtà. Viviamo in un mondo complesso. Da sempre, l'uomo osserva l'ambiente circostante e cerca di comprenderlo per capirne il comportamento, se possibile prevederne le evoluzioni, adeguarsi al contesto, il tutto per averne un vantaggio di sopravvivenza e benessere. Questo esercizio è antichissimo e si è evoluto nel tempo, prendendo forme e contenuti diversamente potenti ed efficaci, secondo latitudini, usi e costumi culturali.
Nel mondo occidentale, ha preso il nome di scienza, ma saperi ugualmente efficaci si sono sviluppati in altre parti del mondo. Da queste pagine web, stiamo sostenendo un percorso, balbettando come bambini alle prime armi, perchè lo siamo come tutti oggi, per ricercare, a partire dalle scienze, idee e strumenti comprensibili a tutti e utili a progettare futuri diversi dal passato.
C'è stata una serata organizzata, per illustrare le idee della matematica; a breve ne organizzeremo una con lo stesso scopo sulla fisica. Altre ne seguiranno sulla biologia, le scienze neurologiche, la visione del mondo che deriva dalle religioni orientali e altro.
Lo scopo è quello di fornire strumenti nuovi, perchè quelli vecchi o sono consumati e non servono più, o sono obsoleti, hanno prodotto benefici fino a ieri e, oggi, producono danni.
La seconda: riscoprire i valori. Sono la bussola dei comportamenti costruttivi, della convivenza civile, del benessere collettivo, della sopravvivenza umana.
Oggi, ne abbiamo una prova concreta: una società senza valori collassa, danneggiando tutti i suoi membri e creando nuovi schiavi (ah se invece di parlare di economia si fosse parlato di più del rischio di perdita della dignità dell'individuo, dei diritti civili, del futuro delle attuali generazioni: quanto tempo guadagnato nella progettazione del "dopo" che tutti invocano!). Dove cercarli, o meglio, ricercarli, visto che i valori per l'umanità sono universali, senza tempo e luogo?
Per chi ha fede o è religioso, nei luoghi e nei libri di culto, ma esistono anche comunità laiche che ne esprimono. Il volontariato, ad esempio, oppure le mamme, che ognuno può osservare da vicino, essendo diffusissime e portatrici "genetiche" dei valori di base dell'umanità (affetto incondizionato, spirito di sacrificio per l'altro, ecc.). E, per favore, non solleviamo obiezioni banali che esistono i preti che abusano dei bambini, mullah che incitano al terrorismo, volontari che rubano e mamme snaturate. Il mondo non è perfetto: a noi l'onere di distinguere in ogni cosa il buono dal marcio.
Anche qui, ci piacerebbe distillarne i contenuti a beneficio di tutti e aprire un dibattito sul significato che tali valori hanno nella società moderna, ma, sopratutto, la loro importanza per quella prossima ventura.
E l'auto, i meccanici e le droghe, così come l'economia, la finanza e le banche, lasciamoli perdere per favore.
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venerdì 15 maggio 2009
E se al governo andassero le mamme?
Sui giornali e sulle televisioni continuano ad apparire dibattiti sulla crisi.
Quando finirà? Come sarà il mondo dopo? Come fare per uscire?
I mega esperti di turno si alternano sul podio invocando leggi dell’economia (ma esistono davvero? E se erano leggi perché non hanno funzionato?): difesa del capitalismo, libero mercato e altro.
Quando finirà? Come sarà il mondo dopo? Come fare per uscire?
I mega esperti di turno si alternano sul podio invocando leggi dell’economia (ma esistono davvero? E se erano leggi perché non hanno funzionato?): difesa del capitalismo, libero mercato e altro.
In fondo si capisce che ognuno di noi guarda il mondo, aziende, mercato, società, come una cosa da controllare con “leggi”, appunto, e comandare a piacimento. Se non ci si riesce è perché la “legge” era sbagliata. Pervade dunque in tutti la convinzione che, per muovere lì, basta toccare qui, in maniera più o meno lineare.
Da queste pagine sosteniamo da tempo una tesi diversa, cioè che i sistemi di cui parliamo (azienda, mercato, società) sono “umani” dunque “complessi” e hanno bisogno di sistemi di governo ben più articolati e meno banali che le semplici leggine di cui siamo oberati.
La cultura della complessità, pur avendo basi scientifiche profonde, è empiricamente ben più diffusa di quel che crediamo. La conoscono, ad esempio, molto bene le mamme.
Una qualsiasi mamma parte da un punto di vista immensamente più avanzato rispetto al più quotato manager e il più seguito leader politico di oggi: l’oggetto del suo intervento, il figlio, non lo si può controllare in maniera prescrittiva. Certo, le regole, quando il bambino è cresciuto, servono, ma non bastano da sole e, soprattutto, non servono a creare quel clima di fiducia e collaborazione, presupposti indispensabili, forse unici, che consentono di raggiungere sani obiettivi di crescita.
Una buona mamma non forza il figlio ad essere a tutti i costi un campione in qualche disciplina, sportiva o scolastica, aborrisce il termine “competizione”, coglie al volo i primi segnali di disagio, interviene senza risparmio e riserve per il bene del figlio e, soprattutto, lo ama al punto tale da rinunciare al proprio interesse.
Quanti leader aziendali o politici hanno queste caratteristiche? Quanti oggi sono disposti ad andare contro il loro personale interesse, pur di salvaguardare il bene dell’oggetto gestito, sia esso azienda o paese? In passato, ce ne sono stati, anche molti, ma oggi?
E se l’origine vera della crisi che stiamo vivendo oggi non fosse proprio da ricercare in quest’ambito? Non dunque economica o finanziaria ma, proprio perché parliamo solo di queste, di vittoria dell’egoismo e incapacità di salvaguardare il bene comune.
Come possono essere i figli di una donna egoista, legata al denaro, tirannica e dispotica?
Risposta facile: come tutti noi adesso.
So che qualcuno di voi mi potrà tacciare di nostalgico e facile moralismo, ma le buone mamme crescono figli felici ancora oggi, mentre noi, mi pare che non possiamo dire di essere in questo stato.
Inviterei più mamme ai dibattiti in tv, a candidarsi alle elezioni, a gestire le aziende e, perché no, a partecipare a questo blog con le loro esperienze e indicazioni, a mio avviso mai banali e preziose. E sopratutto le inviterei a dare il loro contributo all'Expo della conoscenza di cui abbiamo parlato, per far sì che la loro esperienza contribuisca a dare strumenti utili agli altri.
Viva la mamma!
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sabato 4 aprile 2009
Programma per un Expo della conoscenza
Nel mio ultimo intervento, ho parlato dell’organizzazione di un Expo della Conoscenza come di un contributo decisivo per smascherare la vera natura della crisi ed avviare un processo di sviluppo.
Ora provo a fare un passo avanti …
Quali idee si possono esporre all’Expo?
Cominciamo ad evitare un rischio: che le idee siano solo qualche stranezza piccola, piccola e carina, che faccia sorridere di compiacimento. Il compiacimento di una classe dirigente-papà che sorride compiaciuto alle domande ingenue o alle tenere smorfie di innovatori eterni fanciulli.
Provo allora a proporre che tipo di nuove idee sono necessarie a uomini che vogliano tornare liberi e forti. Liberi dalla crisi e così forti da sapere generare un nuovo mondo.
Mi sembra che le nuove idee possano essere di tre tipi: nuovi linguaggi, ipotesi per una nuova società, nuove grandi storie.
Nuovi linguaggi
Innanzitutto sono necessari (e, quindi, è necessario “esporre”) nuovi linguaggi. Ecco, non sto riferendomi a nuovi strumenti espressivi. Anche. Ma non solo. Sto riferendomi a nuovi modelli e metafore per leggere il reale e progettarne un altro. Nuovi modelli e nuove metafore che si condensino in una nuova visione del mondo. Se preferite parlare di una nuova cultura, facciamolo, ma stando attenti a che non si scivoli nella retorica, rischio al quale l’uso di questa parola ci sottopone.
Il paradosso è che la materia prima (modelli e metafore) per formare questa nuova cultura esiste.
Intendo riferirmi a tutte le nuove idee che sono nate nell’ambito della matematica, della fisica e della biologia e in molti altri campi disciplinari. Esse sono la materia prima per sostituire la cultura della società industriale, che può essere sintetizzata nella famosa espressione del Galilei: sensate esperienze e certe rappresentazioni. Ed anche per scoprire le culture di altri popoli, come i popoli orientali che hanno una cultura che è quasi l’esatto opposto della cultura della società industriale
Nuove idee per costruire una nuova visione del mondo, che serva come linguaggio per costruire un nuovo mondo, esistono. Ma non vengono usate da una classe dirigente “in altre faccende affaccendata”. Allora è il caso di portare alla luce queste nuove idee, questi nuovi linguaggi …
Mi scappa un esempio di nuovo linguaggio per dire cose nuove. E si tratta di un esempio che potrà sembrare paradossale: la matematica. Essa non è fatta solo di algoritmi sempre più sofisticati, che solo poche menti sanno comprendere e solo i computer sanno sviluppare. Essa è oggi quasi l’opposto della matematica che immaginava il Galilei: il linguaggio per costruire “certe dimostrazioni”. Essa è un linguaggio per costruire nuove geometrie per immaginare nuovi mondi. Quasi tutti quelli che vogliamo. E' un linguaggio che ha scoperto l’insensatezza delle ideologie, dimostrando che sono sempre o banali o auto contraddittorie. E’ un linguaggio nel quale alcuni (infiniti) suoi enti (i numeri irrazionali, ad esempio) racchiudono tutte le storie possibili. E’ un linguaggio aperto ad una crescita continua a sociale. E’ un linguaggio delle cui “lezioni” abbiamo estremo bisogno.
Ipotesi per una nuova società.
Con questa espressione, intendo, evidentemente solo come esempi non esaustivi, le seguenti ipotesi. Ipotesi, progetti di nuovi prodotti che debbono sostituire quelli oramai solo enfatici, noiosi e spreconi, che la società industriale ha creato: nuove auto, nuovi elettrodomestici, un nuovo vestire, nuove case … e chi più ne ha più ne metta. Nuovi servizi per il benessere fisico e, lasciatemi dire, metafisico delle persone e delle età. Nuovi sistemi produttivi, meno innaturali e devastanti. Un nuovo sistema di infrastrutture che faccia girare di più i bit e meno le cose. Un nuovo stato sociale che venga considerato un investimento e non una spesa. Dove la vecchia diatriba tra pubblico e privato si sciolga in una nuova cooperazione centrata su nuovi attori che non siano più né solo impresa, né solo stato. Un nuovo sistema di istituzioni e di fare politica che superi il modello troppo primitivo della democrazia decisionale.
Nuove grandi storie.
Con i nuovi linguaggi si formano le nuove ipotesi per la società prossima ventura. Ma queste nuove ipotesi devono dare vita a grandi storie complessive. Non a grandi ideologie. Credo, però, che rischiamo di buttare la classica acqua sporca con l’altrettanto classico bambino dentro. Nel secolo appena trascorso, abbiamo capito l’insensatezza delle grandi ideologie e abbiamo vissuto le tragedie che esse sanno generare. Allora abbiamo deciso, anche se non ci siamo per nulla riusciti perché ognuno di noi continua a pensare ideologicamente, a buttare le grandi ideologie. Ma occorre distinguere l’acqua sporca dal bambino. Le ideologie sono acqua sporchissima, soprattutto di sangue. Il bambino è l’aggettivo “grande”. E’ da salvare, perché non abbiamo bisogno di grandi ideologie, ma di grandi storie sì! Storie di una nuova società che potrà solo nascere solo come sintesi di grandi racconti che nascono in ogni anfratto di una società che ha davvero buttato l’ideologia.
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venerdì 3 aprile 2009
Un G20 che restyling
Stamattina, 3 aprile 2009, leggo commenti entusiasti sui risultati del G20 concluso ieri. Un successo senza vincitori né vinti titola l'articolo di fondo del Sole 24 Ore, a firma Adriana Cerratelli.
Ma il G20 ha deciso veramente cose che riusciranno a farci uscire dalla crisi?
Prima di rispondere, diamo una occhiata alla crisi ed alle sue cause.
La crisi è generata dal fatto che abbiamo un sistema produttivo che produce cose sempre meno interessanti, usando uno sproposito di risorse naturali; un sistema di servizi che cerca di compiacere questo sistema produttivo, invece che stimolarlo a cambiare. E, poi, è frutto di un sistema finanziario che non ha strumenti per capire le dinamiche di sviluppo del sottostante fondamentale di ogni titolo, cioè il soggetto che noi consideriamo il produttore fondamentale di valore: l’impresa. Ed, allora, rischia di privilegiare le imprese che hanno un grande passato, rispetto a quelle che avranno un grande futuro.
Se la crisi ha queste cause, per uscirne è necessario attivare un grande sforzo di riprogettazione del sistema industriale, del sistema di servizi e di quello finanziario. Ma poi anche di tutta la società che sta intorno ad essi e sulle risorse da essi prodotti si struttura e si sviluppa.
Le misure decise del G20 intervengono sulle cause della crisi?
Riproduco la sintesi delle misure del G20, che propone il Sole 24 Ore in prima pagina:
· Lotta ai paradisi fiscali
· Aumento della dotazione del Fondo monetario internazionale
· Lotta ai superstipendi
· Nuove regole finanziarie.
Sono misure che stimolano la progettazione di un nuovo futuro? Certamente no! Anzi hanno il non voluto, ma reale, effetto di far sopravvivere il presente. Un G20 che fa restyling, insomma.
Cosa avrebbe potuto fare, alternativamente il G20?
La risposta è logicamente molto lineare, ma è psicologicamente difficile da “vedere” soprattutto per le classi dirigenti.
Come si fa a progettare un nuovo mondo? Fornendo a tutti coloro che vogliono impegnarsi a farlo, nuovi modelli e nuove metafore, capaci di condensarsi in una nuova visione del mondo. Così è stato fatto, anche se non consapevolmente, per generare il Rinascimento.
Oggi esiste una “montagna” di nuovi modelli e metafore per capire e parlare del mondo che sono raccolti nel nome “complessità”.
Allora, prima ed a monte degli sforzi di migliorare i mercati finanziari perché rendano disponibili nuove risorse finanziarie, è necessario rendere disponibili nuove risorse di conoscenza: i nuovi modelli e le nuove metafore per progettare un nuovo mondo.
In concreto, il G20 avrebbero potuto organizzare un grande Expo della conoscenza, che avesse l’obiettivo di raccogliere, sintetizzare e diffondere questi modelli e queste metafore.
Ma, forse, è chiedere troppo alle attuali classi dirigenti. Allora, forse, è possibile avviare un movimento dal basso che si ponga l’obiettivo di avviare un reticolare Expo della conoscenza.
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...continua
Ce ne stiamo accorgendo a colpi di crisi ricorrentesi in ogni dimensione dell'umano. E' evidente che dovunque guardiamo c'è qualcosa che, gravemente, non va: lo sviluppo economico, la povertà, il rapporto con la natura, la soddisfazione sul lavoro e le profonde esigenze di realizzare una vita degna... E allora vogliamo smetterla di denunciare il passato? Sta diventando stucchevole cercare l'ennesimo cantuccio della stanza della società industriale e scoprire ancora una volta l'accumularsi di una polvere. E' il momento di lasciar riposare per un po' la denuncia e la protesta anche perché, se siamo onesti, dobbiamo chiederci: ma noi dove eravamo in questi anni?
Vivevamo su Marte e improvvisamente siamo tornati sulla terra ed abbiamo scoperto che quegli inetti di terrestri, dopo la nostra denuncia, non aveva fatto nulla. E tocca ancora a noi risvegliare le coscienze? Certo che no! Noi abbiamo vissuto immersi in questa società. Sono anche le nostre azioni che hanno mantenuta chiusa la stanza. Lasciando accumulare e incancrenire polvere. Viene quasi da dire: l’accumularsi e l’incancrenirsi ci fa comodo perché la nostra unica competenza era il contestare. Visto che sul costruire abbiamo dato tutti pessima prova.
E non si dica che qualche potere forte, da qualche parte ha impedito che le nostre folgoranti idee liberassero la stanza dalla polvere dell’ingiustizia, del privilegio … Quelli che sembrano poteri forti lo sono solo di fronte alla nostra incapacità di costruire alternative.
Cara e vecchia società di tutti noi, dunque. Che ci ha permesso di superare secolari infelicità … Certo non tutte, certo non a tutti, certo non ugualmente, ma molto.
Cara e vecchia società dalla quale ora dobbiamo allontanarci con un pizzico di nostalgia. Portandoci dentro lo zaino che accompagna ogni viaggio tutto quello che di buono ha prodotto.
E con il passo che diventa sempre più baldanzoso a mano a mano che diventa chiaro il luogo, la nuova società verso la quale siamo diretti ..
Ma verso quale luogo vogliamo dirigerci? Quale nuova società vogliamo costruire?
Noi certo non lo sappiamo! Sappiamo solo come fare a costruirla!
Allora la nostra proposta è strana. Non abbiamo soluzioni, linee politiche, idee originali. Ma un metodo con il quale generarle.
Primo passo di questo metodo: cambiamo i linguaggi. Secondo usiamo questi nuovi linguaggi per progettare insieme .. Accidenti, mi rendo conto che mi sto avventurando in un sentiero accidentato …
Allora provo con una storiella. Pensiamo di indossare occhiali verdi e di dover dipingere una parete di un nuovo colore: il verde ci ha seccati. Ai nostri piedi abbiamo una vasta gamma di barattoli di vernice. Ma tutti i colori ci sembrano gradazioni del verde. E, così, piano piano ci sembra inutile ridipingere una stanza di un nuovo colore che potrà essere solo una gradazione di verde. Accidenti ai poteri forti che ci costringono a dipingere sempre e solo di verde …
Ma poi arriva qualcuno che ci convince che un certo barattolo contiene il rosso. Ma apparirà rosso solo quando lo stendiamo sulla parete … Così, spinti da nuova fiducia e dalla voglia di avere nuova fiducia, cominciamo a dipingere. Ma, anche dopo averlo steso sulla parete, quel colore continua ad essere l’ennesima gradazione del verde. Allora la nostra collera e massima: certo solo un grande complotto di qualche potentato molto potente ci può costringere a naufragare in un mare di verde …
Maledetti poteri forti .. .
Così attiviamo un Gruppo antiverde. Che, innanzitutto, continua ossessivamente a dimostrare che tutto è di quel verde che, oramai invece di speranza, sta a segnalare schifezza. E poi cerca di buttare via tutti i barattoli …
Cosa significa partire dai linguaggi e dal metodo per usarli?
Significa togliersi gli occhiali verdi. E riuscire così a scoprire che tutti i barattoli sono effettivamente di mille colori. Riuscendo a vedere mille colori rinasce davvero la speranza di poter dipingere diversamente la stanza. Ma non possiamo stare senza occhiali ed ogni tipo di occhiale, anche il più sofisticato, altera i colori … Anche il rosso più sfavillante sarà, poi, sempre, ideologicamente, rosso … Ed allora che fare? Impariamo a cambiare occhiali quando vogliamo vedere cose diverse. Ma, poi, come dipingiamo quella stanza? Inevitabilmente tutti insieme con occhiali diversi. Perché ognuno può portare un solo tipo di occhiali per volta. E per fare della stanza un capolavoro, sono necessari tutti i colori. Quando il dipinto a mille mani sarà finito potremmo vedere un miracolo che piacerà a tutti e che tutti potranno vederlo in modo sempre diverso. Basterà indossare gli occhiali degli altri e se ne scoprirà un bellezza diversa.
Allora il nostro programma è molto semplice. Apparirà forse banale e ininfluente: diffonderemo nuovi linguaggi ed attiveremo gruppi progettuali che li useranno per progettare i mille aspetti di una nuova società.
I linguaggi sono i modelli e le metafore che nell'ultimo secolo, provenendo sostanzialmente dalle scienze della natura, si sono aggiunti a quelli tipici della società industriale.
Il metodo con il quale li useremo sarà Sorgente Aperta …
Ma perché “balbettanti”? Perché nel progettare un nuovo mondo ci rendiamo conto che il primo esprimersi non sarà che un balbettio. E, perché “poietici”? Perché il balbettio dovrà essere fecondo. Si trasformerà certamente in storie che cominceranno ad essere vissute.
Allora anche questo manifesto è un balbettio poietico? Certamente. Speriamo di doverlo riscrivere al più presto meno balbettante e più fecondo.