venerdì 7 dicembre 2012

Requiem...

...per la società industriale
di
Luciano Martinoli
l.martinoli@cse-crescendo.com

Di ritorno dall'ennesimo convegno sulla "crisi". 
"Crisi".
Parola che ci trae in inganno, già nella sua morfologia nasconde la sua natura multipla: è identica sia al singolare che al plurale.
E infatti si è parlato di crisi economica, finanziaria, sociale, umana, di valori, di conoscenze, di diritti...
Voglio allora solo apparentemente cambiare discorso parlandovi di una persona, non una in particolare ma una qualsiasi che, però,  non sta bene. 
Ha una aritmia cardiaca seria, difficoltà di respiratorie, è diabetica, si sta debilitando. Da alcune settimane è a letto, mangia poco e, quindi, perde peso. In parole povere è in "crisi".

Di fronte ad un caso come questo chi non si mobiliterebbe per cercare di far star meglio quella persona, permettergli di ritornare come prima, di vivere normalmente, di consentirgli una "ripresa". 
Ma se vi dicessi che questa persona ha 98 anni?

Certo tutti i nobili sentimenti che avete provato pocanzi rimangono intatti, diamine siamo davanti ad una sofferenza umana. Ma le motivazioni, e le aspettative, del nostro darci da fare cambierebbero radicalmente. Nessuno si aspetterebbe una "ripresa", che tornasse a fare la vita di prima, al massimo di alleviargli le sofferenze. Addirittura se ciò non fosse possibile ci augureremmo che la sua vita finisse per risparmiargli ulteriori sofferenze. Purtroppo una volta nati, poi, si muore.
Certo la morte di quella persona non significherà la morte della vita, essa continuerebbe con il figlio, il nipote, forse un pronipote che se anche avesse il suo nome, continuando una antica tradizione, darebbe l’impressione di continuare la sua di vita. Ma così non sarebbe. Quel ragazzo avrebbe sì lo stesso nome ma sarebbe una persona diversa, completamente diversa, perché avrebbe  una identità nuova e diversa dal suo avo.

Sappiamo che una mosca vive al massimo 48 ore, un elefante più di un secolo, un albero può arrivare a mezzo millennio. E poi ci sono i pianeti, le lune, i soli, che hanno cicli vitali di milioni di anni ma, alla fine, anche loro muoiono e, sulla scia delle loro spoglie, spesso nascono nuove vite cosmiche.
Se questo è il destino dell’uomo, se questo è il destino delle piante, degli animali, dei corpi celesti, se è terminata la civiltà egiziana e greca, caduto l’impero romano, terminato il medioevo, estinto il rinascimento, rovinati gli imperi coloniali, gli “ismi” del secolo scorso, perché, dico PERCHE’ la società industriale dovrebbe durare all’infinito?

Io ritengo che la “crisi” di cui parliamo sia la crisi del 98enne descritto sopra. Dobbiamo alleviare le sue, le nostre, sofferenze coscienti che non ci sarà nessuna “ripresa” ma solo nuova vita caratterizzata da nuova identità. Una identità che è nostro dovere progettare e costruire, salvaguardando e conservando ciò che questo grande vecchio ci ha donato, eredità da accogliere come solida fondamenta per uno sviluppo totalmente diverso e migliore del passato.
Perchè invece si parla, in maniera miope, di ridar vita nuova ad una presona di 98 anni?

Supponiamo ora che il grande e glorioso 98enne sia morto, cosa significa “concepire nuova vita”?
Già il porsi la domanda è preoccupante. Siamo nella situazione di quella persona che essendosi presa cura di un padre o una madre o qualsiasi caro per anni, nel momento in cui scompare, si accorge che il senso della sua vita era proprio quella occupazione. 
Immersi totalmente nel paradigma industriale, in quella idea di "macchina" che ha pervaso tutta la nostra esistenza, nel glorioso ricordo del suo funzionamento ottimale, e dei benefici che, munifica, distribuiva su tutto il genere (una parte) umano, non sappiamo immaginare altro che una sua “ripresa”.

Noi siamo ciò che pensiamo e se dobbiamo iniziare a progettare qualcosa di diverso, radicalmente diverso, dobbiamo iniziare dai pensieri, dal dotarci di nuovi strumenti cognitivi, gli unici che potranno aiutarci a concepire “nuove vite” sociali. 

All'inizio della seconda guerra mondiale il Regno Unito versava in una situazione economica drammatica, il cibo scarseggiava, le bombe tedesche iniziavano a piovere su Londra e altre città inglesi. In udienza col re Giorgio VI per decidere cosa fare in quel terribile frangente della nazione Churchill disse: Non abbiamo più denaro, non abbiamo più tempo, è ora di pensare.
Incoscienza o lungimiranza? Quanti avrebbero liquidato questo comportamento come "poco concreto"?
E' invece è vero proprio il contrario.
La concretezza non è altro che il sinonimo di ciò che si sa: vedo “concreto” quello che capisco, capisco quello che so. Dunque rifiutare nuovi pensieri ci imprigiona in una gabbia che ci siamo costruiti inibendoci nuove e più potenti “concretezze”.
Ecco che allora l’affannarci a mettere a posto l’oggi, per poi riservarci domani di pensare, è sterile perché così facendo il domani sarà ancora peggio di oggi. Fare progetti per aggiustare ciò che c’è, per poi riservarsi dopo di costruire il nuovo, è illusorio perché ciò che c’è si romperà con sempre maggior frequenza e disastri. Affannarsi dietro le urgenti contigenze quotidiane, riservandosi di pensare “quando si avrà tempo”, non farà altro che aumentare le urgenze e quel "tempo" non verrà mai.

Allora affrettiamoci al capezzale del vecchio per evitare a lui, e a noi, inutili ulteriori sofferenze, ma al tempo stesso smettiamola di parlare di sua "ripresa" che non ci sarà mai. Pensiamo alla nuova vita da concepire e far nascere, a partire dai nostri pensieri, con nuove risorse cognitive, nuova conoscenza, unica strada concreta per costruire futuro e generare nuova vita.

1 commento:

  1. E' una visione comune per pochi. Promuoviamola

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...continua

Ce ne stiamo accorgendo a colpi di crisi ricorrentesi in ogni dimensione dell'umano. E' evidente che dovunque guardiamo c'è qualcosa che, gravemente, non va: lo sviluppo economico, la povertà, il rapporto con la natura, la soddisfazione sul lavoro e le profonde esigenze di realizzare una vita degna... E allora vogliamo smetterla di denunciare il passato? Sta diventando stucchevole cercare l'ennesimo cantuccio della stanza della società industriale e scoprire ancora una volta l'accumularsi di una polvere. E' il momento di lasciar riposare per un po' la denuncia e la protesta anche perché, se siamo onesti, dobbiamo chiederci: ma noi dove eravamo in questi anni?

Vivevamo su Marte e improvvisamente siamo tornati sulla terra ed abbiamo scoperto che quegli inetti di terrestri, dopo la nostra denuncia, non aveva fatto nulla. E tocca ancora a noi risvegliare le coscienze? Certo che no! Noi abbiamo vissuto immersi in questa società. Sono anche le nostre azioni che hanno mantenuta chiusa la stanza. Lasciando accumulare e incancrenire polvere. Viene quasi da dire: l’accumularsi e l’incancrenirsi ci fa comodo perché la nostra unica competenza era il contestare. Visto che sul costruire abbiamo dato tutti pessima prova.
E non si dica che qualche potere forte, da qualche parte ha impedito che le nostre folgoranti idee liberassero la stanza dalla polvere dell’ingiustizia, del privilegio … Quelli che sembrano poteri forti lo sono solo di fronte alla nostra incapacità di costruire alternative.
Cara e vecchia società di tutti noi, dunque. Che ci ha permesso di superare secolari infelicità … Certo non tutte, certo non a tutti, certo non ugualmente, ma molto.
Cara e vecchia società dalla quale ora dobbiamo allontanarci con un pizzico di nostalgia. Portandoci dentro lo zaino che accompagna ogni viaggio tutto quello che di buono ha prodotto.
E con il passo che diventa sempre più baldanzoso a mano a mano che diventa chiaro il luogo, la nuova società verso la quale siamo diretti ..
Ma verso quale luogo vogliamo dirigerci? Quale nuova società vogliamo costruire?
Noi certo non lo sappiamo! Sappiamo solo come fare a costruirla!

Allora la nostra proposta è strana. Non abbiamo soluzioni, linee politiche, idee originali. Ma un metodo con il quale generarle.
Primo passo di questo metodo: cambiamo i linguaggi. Secondo usiamo questi nuovi linguaggi per progettare insieme .. Accidenti, mi rendo conto che mi sto avventurando in un sentiero accidentato …
Allora provo con una storiella. Pensiamo di indossare occhiali verdi e di dover dipingere una parete di un nuovo colore: il verde ci ha seccati. Ai nostri piedi abbiamo una vasta gamma di barattoli di vernice. Ma tutti i colori ci sembrano gradazioni del verde. E, così, piano piano ci sembra inutile ridipingere una stanza di un nuovo colore che potrà essere solo una gradazione di verde. Accidenti ai poteri forti che ci costringono a dipingere sempre e solo di verde …
Ma poi arriva qualcuno che ci convince che un certo barattolo contiene il rosso. Ma apparirà rosso solo quando lo stendiamo sulla parete … Così, spinti da nuova fiducia e dalla voglia di avere nuova fiducia, cominciamo a dipingere. Ma, anche dopo averlo steso sulla parete, quel colore continua ad essere l’ennesima gradazione del verde. Allora la nostra collera e massima: certo solo un grande complotto di qualche potentato molto potente ci può costringere a naufragare in un mare di verde …
Maledetti poteri forti .. .
Così attiviamo un Gruppo antiverde. Che, innanzitutto, continua ossessivamente a dimostrare che tutto è di quel verde che, oramai invece di speranza, sta a segnalare schifezza. E poi cerca di buttare via tutti i barattoli …
Cosa significa partire dai linguaggi e dal metodo per usarli?
Significa togliersi gli occhiali verdi. E riuscire così a scoprire che tutti i barattoli sono effettivamente di mille colori. Riuscendo a vedere mille colori rinasce davvero la speranza di poter dipingere diversamente la stanza. Ma non possiamo stare senza occhiali ed ogni tipo di occhiale, anche il più sofisticato, altera i colori … Anche il rosso più sfavillante sarà, poi, sempre, ideologicamente, rosso … Ed allora che fare? Impariamo a cambiare occhiali quando vogliamo vedere cose diverse. Ma, poi, come dipingiamo quella stanza? Inevitabilmente tutti insieme con occhiali diversi. Perché ognuno può portare un solo tipo di occhiali per volta. E per fare della stanza un capolavoro, sono necessari tutti i colori. Quando il dipinto a mille mani sarà finito potremmo vedere un miracolo che piacerà a tutti e che tutti potranno vederlo in modo sempre diverso. Basterà indossare gli occhiali degli altri e se ne scoprirà un bellezza diversa.
Allora il nostro programma è molto semplice. Apparirà forse banale e ininfluente: diffonderemo nuovi linguaggi ed attiveremo gruppi progettuali che li useranno per progettare i mille aspetti di una nuova società.
I linguaggi sono i modelli e le metafore che nell'ultimo secolo, provenendo sostanzialmente dalle scienze della natura, si sono aggiunti a quelli tipici della società industriale.
Il metodo con il quale li useremo sarà Sorgente Aperta …
Ma perché “balbettanti”? Perché nel progettare un nuovo mondo ci rendiamo conto che il primo esprimersi non sarà che un balbettio. E, perché “poietici”? Perché il balbettio dovrà essere fecondo. Si trasformerà certamente in storie che cominceranno ad essere vissute.
Allora anche questo manifesto è un balbettio poietico? Certamente. Speriamo di doverlo riscrivere al più presto meno balbettante e più fecondo.