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sabato 13 maggio 2017

Anche la pubblicità è spaventata di fronte al futuro

di
Francesco Zanotti

Risultati immagini per vortici

Mi riferisco ad una pubblicità di Audi presente oggi sui giornali.
Suona così: “C’è chi insegue il progresso e chi lo anticipa”. Perché dico che questo è un ulteriore segnale di paura di fronte al futuro?

Perché si immagina che esista un progresso che … progredisce da solo. Il progresso progredisce, i più sfigati lo inseguono, mentre i più bravi lo anticipano …
Manca, però, completamente l’assunzione della responsabilità di fronte al progresso.
Credo che sia il momento di accettare che non esiste alcun progresso che si sviluppa autonomamente, quasi a percorrere una via di futuro obbligata. Siamo noi che costruiamo il progresso e uno specifico progresso tra gli infiniti possibili.

A quando l’emergere di questa consapevolezza? A quando una seria (e non isterica o retorica) assunzione di una forte responsabilità progettuale verso il futuro?

venerdì 17 aprile 2015

Cosa perdincibacco è la cultura?

di
Francesco Zanotti


Ho una mia idea, ma, in questo post voglio fare alcun domande.
Che differenza vi è tra cultura e conoscenza? Un qualche legame ci deve essere …
Perché si usa sempre la parola “cultura” e non “conoscenza”? Una qualche ragione ci deve essere …
Butto lì qualche suggerimento.
Quando si parla di cultura si pensa sostanzialmente ai manufatti del passato. Per valorizzarli. Parlando di cultura le classi dirigenti non si sentono scosse: poste così le cose, il problema non li tocca personalmente. Devono solo fare finta di (o anche essere impegnati convintamente a) cercare i soldi per promuoverla.

Se si usasse la parola conoscenza le cose diventerebbero un po’ più complicate. Conoscenza e quella cosa che cresce e si rinnova. Che richiama almeno alla responsabilità di investimento per farla progredire, sperimentazione per renderla utile, insegnamento e apprendimento per diffonderla. Allora la conoscenza tocca personalmente le classi dirigenti: di quanta e quale conoscenza dispongono? Come promuovo lo sviluppo di nuova conoscenza? Quali processi di apprendimento mettono in atto?

Allora il problema del rapporto tra cultura e conoscenza non è banale, anche dal punto di vista del costruire il mondo prossimo venturo.

Allora vale la pena di approfondire questo tema. Che ne pensano i lettori di questo blog?


lunedì 20 maggio 2013

Il lavoro e il bene comune: da san Paolo alla nostra Costituzione


di 
Cesare Sacerdoti
c.sacerdoti@cse-crescendo.com 




Oggi per i cristiani cattolici si festeggia la Pentecoste, irruzione del Cielo sulla Terra in cui “tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi” (Atti degli Apostoli 2, 1-11). San Paolo, commentando l’avvenimento, sottolinea che “A ciascuno è data una manifestazione particolare dello spirito per il bene comune" (1 Cor 12, 7).
Questa frase mi richiama l’articolo 4 comma 2 della Costituzione Italiana: “ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”
Trovo straordinario come i due scritti, seppur a distanza di quasi due millenni e partendo da logiche e presupposti molto diversi, giungano entrambi a richiedere a ogni persona di contribuire, secondo le proprie caratteristiche, alla costruzione di un bene comune che non può essere immediato e statico, ma che deve progredire tenendo conto anche delle generazioni future.
E lo strumento per la costruzione di questo bene comune è il lavoro, il nostro lavoro di tutti i giorni, quello dei lavoratori, degli artigiani, dei manager, dei professionisti, dei casalinghi, degli imprenditori, degli studiosi, dei religiosi e dei politici, ma, anche se in modo diverso, anche degli studenti e dei pensionati.
Allora il lavoro si arricchisce di una responsabilità, non solo verso il fruitore diretto del proprio operato (datore di lavoro o “cliente”), non solo verso se stessi e la propria dignità, ma anche verso la collettività, presente e futura.
Ma se così è, ne consegue che ciascuno di noi è chiamato a partecipare alla creazione del mondo attuale e futuro, perché, come dice Zagrebelsky “il lavoro è anche compimento della persona, della sua capacità creatrice, quasi compartecipazione all'opera del Creatore” (da: Fondata sul lavoro, Einaudi 2013).

venerdì 29 marzo 2013

Delegittimare o studiare?


di
Francesco Zanotti





Tu non sei presentabile, io sì! Io devo difendere la mia storia passata. Sono stato un uomo integerrimo … Il tuo passato, invece, è almeno “oscuro”, non sei un uomo integerrimo.
I media sono pieni di questo sforzo di legittimare se stessi perché “buoni” e delegittimare gli altri perché “cattivi” …

Allora guardiamo alla situazione di questo Paese e del mondo. E, poi, guadiamoci negli occhi per riuscire a leggere l’animo profondo.
Noi, che ci legittimiamo e delegittimiamo gli altri, facciamo parte, da tanti anni, della classe dirigente di questo Paese. Dovremmo, allora, tutti, auto-delegittimarci perché non possiamo chiamarci fuori: siamo noi che abbiamo costruito la situazione in cui viviamo. Più siamo classe dirigente, più dobbiamo sentire il peso di un fallimento che, prima che di risultati, è di vita.
Ma riconoscere il fallimento non basta! Poiché, non certo con merito, facciamo ancora parte di questa classe dirigente, ci dobbiamo assumere la responsabilità di trovare una strategia capace di costruire un nuovo sviluppo etico ed estetico. Il primo passo è inevitabilmente uno solo: cambiare noi stessi. Non è retorica, vi è una precisa “cosa” da cambiare immediatamente: i nostri sistemi di conoscenze. Immersi in una continua ed asfissiante battaglia di delegittimazione reciproca, ci siamo persi nel gorgo del non conoscere. Abbiamo snobbato tutte le conoscenze che l’uomo ha prodotto negli ultimi decenni. Siamo rimasti con quelle stesse due idee in croce che ripetiamo da decenni, che ci impediscono di vedere i segni dei tempi futuri, che ci impediscono di progettare un nuovo mondo. Allora la prima cosa da fare per riuscire a costruire una nostra reputazione presso le generazioni future è semplice: studiare! Acquisire tutte le conoscenze che sono indispensabili per svolgere realmente il nostro ruolo di classe dirigente e che ci mancano quasi totalmente.

mercoledì 28 dicembre 2011

Un futuro responsabile

di
Francesco Zanotti


Stamattina, sulla banchina della metropolitana ... Alzo gli occhi verso nuovi schermi da poco installati e vedo uno spot del Governo.
Una ragazza (dolcemente carina, del tipo “acqua e sapone”), seduta su di una scalinata della quale non si vede il contesto (da dove viene, dove porta), con aria spersa. Si guarda intorno come a cercare non sa neanche bene lei cosa e le arriva (non si sa da dove e da chi) un libro. Lo apre (dolcemente, ovviamente) e, poi, sorride non più spersa su di una scalinata che sembra nascere nel nulla e nello stesso nulla scendere. Appare una scritta: Diritto al futuro …
E la pelle mi si accappona, il sangue mi sale alla testa …
Ma come, il futuro è un diritto che qualcuno graziosamente concede ai giovani o crudelmente glielo toglie??? Ma dai...

...continua

Ce ne stiamo accorgendo a colpi di crisi ricorrentesi in ogni dimensione dell'umano. E' evidente che dovunque guardiamo c'è qualcosa che, gravemente, non va: lo sviluppo economico, la povertà, il rapporto con la natura, la soddisfazione sul lavoro e le profonde esigenze di realizzare una vita degna... E allora vogliamo smetterla di denunciare il passato? Sta diventando stucchevole cercare l'ennesimo cantuccio della stanza della società industriale e scoprire ancora una volta l'accumularsi di una polvere. E' il momento di lasciar riposare per un po' la denuncia e la protesta anche perché, se siamo onesti, dobbiamo chiederci: ma noi dove eravamo in questi anni?

Vivevamo su Marte e improvvisamente siamo tornati sulla terra ed abbiamo scoperto che quegli inetti di terrestri, dopo la nostra denuncia, non aveva fatto nulla. E tocca ancora a noi risvegliare le coscienze? Certo che no! Noi abbiamo vissuto immersi in questa società. Sono anche le nostre azioni che hanno mantenuta chiusa la stanza. Lasciando accumulare e incancrenire polvere. Viene quasi da dire: l’accumularsi e l’incancrenirsi ci fa comodo perché la nostra unica competenza era il contestare. Visto che sul costruire abbiamo dato tutti pessima prova.
E non si dica che qualche potere forte, da qualche parte ha impedito che le nostre folgoranti idee liberassero la stanza dalla polvere dell’ingiustizia, del privilegio … Quelli che sembrano poteri forti lo sono solo di fronte alla nostra incapacità di costruire alternative.
Cara e vecchia società di tutti noi, dunque. Che ci ha permesso di superare secolari infelicità … Certo non tutte, certo non a tutti, certo non ugualmente, ma molto.
Cara e vecchia società dalla quale ora dobbiamo allontanarci con un pizzico di nostalgia. Portandoci dentro lo zaino che accompagna ogni viaggio tutto quello che di buono ha prodotto.
E con il passo che diventa sempre più baldanzoso a mano a mano che diventa chiaro il luogo, la nuova società verso la quale siamo diretti ..
Ma verso quale luogo vogliamo dirigerci? Quale nuova società vogliamo costruire?
Noi certo non lo sappiamo! Sappiamo solo come fare a costruirla!

Allora la nostra proposta è strana. Non abbiamo soluzioni, linee politiche, idee originali. Ma un metodo con il quale generarle.
Primo passo di questo metodo: cambiamo i linguaggi. Secondo usiamo questi nuovi linguaggi per progettare insieme .. Accidenti, mi rendo conto che mi sto avventurando in un sentiero accidentato …
Allora provo con una storiella. Pensiamo di indossare occhiali verdi e di dover dipingere una parete di un nuovo colore: il verde ci ha seccati. Ai nostri piedi abbiamo una vasta gamma di barattoli di vernice. Ma tutti i colori ci sembrano gradazioni del verde. E, così, piano piano ci sembra inutile ridipingere una stanza di un nuovo colore che potrà essere solo una gradazione di verde. Accidenti ai poteri forti che ci costringono a dipingere sempre e solo di verde …
Ma poi arriva qualcuno che ci convince che un certo barattolo contiene il rosso. Ma apparirà rosso solo quando lo stendiamo sulla parete … Così, spinti da nuova fiducia e dalla voglia di avere nuova fiducia, cominciamo a dipingere. Ma, anche dopo averlo steso sulla parete, quel colore continua ad essere l’ennesima gradazione del verde. Allora la nostra collera e massima: certo solo un grande complotto di qualche potentato molto potente ci può costringere a naufragare in un mare di verde …
Maledetti poteri forti .. .
Così attiviamo un Gruppo antiverde. Che, innanzitutto, continua ossessivamente a dimostrare che tutto è di quel verde che, oramai invece di speranza, sta a segnalare schifezza. E poi cerca di buttare via tutti i barattoli …
Cosa significa partire dai linguaggi e dal metodo per usarli?
Significa togliersi gli occhiali verdi. E riuscire così a scoprire che tutti i barattoli sono effettivamente di mille colori. Riuscendo a vedere mille colori rinasce davvero la speranza di poter dipingere diversamente la stanza. Ma non possiamo stare senza occhiali ed ogni tipo di occhiale, anche il più sofisticato, altera i colori … Anche il rosso più sfavillante sarà, poi, sempre, ideologicamente, rosso … Ed allora che fare? Impariamo a cambiare occhiali quando vogliamo vedere cose diverse. Ma, poi, come dipingiamo quella stanza? Inevitabilmente tutti insieme con occhiali diversi. Perché ognuno può portare un solo tipo di occhiali per volta. E per fare della stanza un capolavoro, sono necessari tutti i colori. Quando il dipinto a mille mani sarà finito potremmo vedere un miracolo che piacerà a tutti e che tutti potranno vederlo in modo sempre diverso. Basterà indossare gli occhiali degli altri e se ne scoprirà un bellezza diversa.
Allora il nostro programma è molto semplice. Apparirà forse banale e ininfluente: diffonderemo nuovi linguaggi ed attiveremo gruppi progettuali che li useranno per progettare i mille aspetti di una nuova società.
I linguaggi sono i modelli e le metafore che nell'ultimo secolo, provenendo sostanzialmente dalle scienze della natura, si sono aggiunti a quelli tipici della società industriale.
Il metodo con il quale li useremo sarà Sorgente Aperta …
Ma perché “balbettanti”? Perché nel progettare un nuovo mondo ci rendiamo conto che il primo esprimersi non sarà che un balbettio. E, perché “poietici”? Perché il balbettio dovrà essere fecondo. Si trasformerà certamente in storie che cominceranno ad essere vissute.
Allora anche questo manifesto è un balbettio poietico? Certamente. Speriamo di doverlo riscrivere al più presto meno balbettante e più fecondo.