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martedì 30 agosto 2016

Zuckerberg il Corriere e le sciocchezze

di
Francesco Zanotti

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La frase è tra virgolette, quindi l’ipotesi è che l’abbiamo pronunciata proprio Mr. Facebook. Sta parando di un sistema di intelligenza artificiale che lo aita a governar la sua casa e tra le altre cose dice “ … le realtà virtuale è programmata per funzionare esattamente come il cervello”.
Ora si tratta di una frase che dal punto di vista scientifico è una solenne sciocchezza. Primo perché non sappiamo come funziona il cervello. Non sappiamo neppure se il verbo “funzionare” è corretto. Secondo perché i computer che usa per costruire realtà virtuali sono macchine di Turing il cui funzionamento non ha nulla a che vedere con il cervello.
Ovviamente non sono solo io che sostengo che questa frase sia una sciocchezza. Al contrario, non esiste nessuno scienziato cognitivo, nessun matematico, nessuno filosofo che sostenga sia corretta.
Allora la domanda è: perché il più importante giornale italiano si lascia andare a pubblicare sciocchezze scientifiche come se fossero verità indiscutibili? Giornalista impreparato? Desiderio agiografico (gli eroi devo essere senza macchia e senza paura). Scarso controllo?
Io compro il Corriere tutti i giorni e intendo continuare a comprarlo, ma mi piacerebbe non leggere sciocchezze scientifiche raccontare con fatua leggerezza.


domenica 24 gennaio 2016

Intelligenza artificiale?

di
Francesco Zanotti

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Si intende ovviamente, la possibilità che un computer digitale possa simulare le prestazioni cognitive dell’uomo.
Ora il primo problema è che non sappiamo descrivere esattamente (forse neanche genericamente) quali siano le prestazioni cognitive dell’uomo. Si riescono a descrivere decentemente solo operazioni molto semplici come ad esempio qualche forma di decisione. Ma, se non sappiamo quali siano e, tanto meno, come si possano descrivere le operazioni cognitive di un essere umano, come possiamo costruire un computer che fa altrettanto?
Ma non può darsi che un domani noi si riesca a descrivere quali siano le operazioni cognitive dell’uomo e si riesca costruire un aggeggio artificiale (che non potremo chiamare macchina) che esegua le stesse operazioni?
Non lo so. Certo questo aggeggio non sarà un computer digitale, qualunque sia la sua velocità che, ovviamente, non potrà mai essere infinita.
Le ragioni matematiche per cui questo non può accadere sono molte, ma ve ne propongo una ulteriore e molto semplice. Se guardate un uovo che cade e si rompe per terra non siete in grado di invertire il processo. Se, invece, filmate la caduta con una telecamera digitale, poi il computer riesce a far girare il filmato all’indietro e tornare all’uovo intero. Questo vuol dire che i processi di un computer sono sempre invertibili. Molto (quasi tutto?) di quello che accade nella Natura, no! E’ frutto di processi unici, imprevedibili e non riproducibili.
Forse davvero riusciremo davvero a costruire “aggeggi” che sappiano fare le operazioni cognitive che fa l’uomo. Beh è tutta una storia che ci stiamo riuscendo. E questi processi di costruzione si chiama “riproduzione”.



giovedì 26 novembre 2015

Lezioni di futuro dal Sole24Ore

di
Francesco Zanotti


Ogni giovedì troverete allegato al Sole 24 Ore un volumetto della serie “Lezioni di Futuro”. Ovviamente si tratta di una lodevolissima iniziativa.
Noi proveremo a dare il nostro contributo di idee, approfondimenti. Niente di sistematico, ma speriamo quasi tutto di intrigante.
Forse qualche commento avrà la parvenza della critica. Ma è colpa del male della mia generazione. Siamo stati contagiati dal virus della contestazione: capiteci e perdonateci. E non buttate le idee perché sono appesantite dal sapore della critica.

Innanzitutto un commento generale sulla collana: io propongo di cambiare in molti casi la forma comune dei sottotitoli: “come funziona”. Per molti tipi di sistemi la metafora fondamentale non dovrebbe essere il “funzionamento”, ma l’ “evoluzione”. Ad esempio: “come funzionano i geni” andrebbe sostituito con “come evolve il sistema dei geni”. Intendendo: “come evolve all’interno del corpo umano e nelle relazioni con l’ambiente esterno”.

E veniamo al primo volumetto sulla robotica. Serio e professionale, opportunamente orientato a informare esaurientemente e a de-emotivizzare il tema con ombre poco scientifiche come la “guerra tra umani e robot” spiegando la profonda differenza tra il funzionamento di una mente artificiale e la vita evolutiva di una mente naturale.
Propongo, però, qualche tema che affronterei (magari in connessione con il tema dell’intelligenza artificiale) che non è stato affrontato, ma sarebbe necessario farlo.
Innanzitutto, penso che occorra cambiare alcune delle parole chiave in uso. Ad esempio la parola “apprendimento”. Il processo di “apprendimento” di una macchina è ben definito: si sa esattamente in cosa consista. Il processo di apprendimento di un uomo è cosa radicalmente diversa e non sappiamo esattamente in cosa consista. Allora se usiamo la stessa parola per indicare due processi che sono radicalmente diversi, certamente generiamo confusione. Io non userei la parola “apprendimento” per le macchine.

Poi credo che occorra anche riflettere sul processo decisionale. In questo caso, penso sia corretto fare il contrario. Penso sia corretto usare l’espressione “presa di decisione” per quanto riguarda un robot (più generalmente, per una macchina di Turing). Ma non penso sia corretto usarla per un essere umano. Un essere umano non prende decisioni costruisce continuamente storie e mondi. 

domenica 25 ottobre 2015

Macchine “intelligenti”: c’è chi dice le cose come stanno

di
Francesco Zanotti

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Umberto Bottazzini presenta sul “Domenica” del Sole 24 Ore un libro (Umani e umanoidi: vivere con il robot) di Roberto Cingolani e Vittorio Metta che aiuta a fare chiarezza.
Citando gli Autori “una macchina è in grado di interagire con gli umani seguendo algoritmi di intelligenza artificiale che, per quanto sofisticati, … non hanno alcunché di sentimentale, di personale o di emozionale”. E poi ancora “Non esiste tecnologia che possa rendere una macchina intelligente anche dotata di emozioni e di autocoscienza”.
Il problema sta nel “digitale”.  Descrivere con tecniche digitali il mondo significa farne una semplificazione lineare. Ed ognuno può costruire la sua semplificazione che non è, nel profondo, equivalente alle altre. Costruire un mondo digitale significa costruire un mondo anche scintillante, estremamente funzionale, ma che può essere solo strumentale (utilizzato). Non è dotato di capacità autonoma di progettualità.
Ma fino a qui siamo solo a dire cosa non è possibile. Gli Autori (sempre secondo la recensione di Bottazzini) cercano una tecnologia bioispirata. Una tecnologia, cioè, che riproduce quello che l’evoluzione biologica è riuscita a fare.
E qui si apre un mondo. Che ha certamente incognite rilevanti. Ma che non sono quelle di robot digitali contro uomini, che è una sciocchezza scientifica. Potremmo diventare in grado di costruire sistemi biologici che abbiano prestazioni umane. Ma potremmo anche inventare nuovi sistemi biologici che abbiano prestazioni diverse da quelle umane. Potremmo arrivare a costruire veri e propri alieni. Inventare, costruire ... forse sono le parole sbagliate. Forse riusciremo a far emergere modalità di evoluzione e riproduzione di altri mondi biologici. Con tutto lo spavento (ma anche la speranza) che questa possibilità porta con sé.


giovedì 9 aprile 2015

Intelligenza artificiale: non si può cavare sangue dalle rape

di
Francesco Zanotti

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La speranza di costruire machine intelligenti cala e cresce ad ondate.
Oggi siamo su di una onda crescente di speranze, e veniamo da una stagione di delusioni.
E’ possibile trovare qualche aggancio solido in questo altalenare?
La risposta è decisamente sì!
Siamo assolutamente sicuri che con il computer digitale (la realizzazione concreta del modello della macchina di Turing) non è possibile realizzare una macchina intelligente.
Con questo non sostengo che è impossibile costruire macchine intelligenti. Sostengo (ma non è una opinione: ne abbiamo una dimostrazione matematica) solo che non potranno essere fondate sul computer digitale. E la speranza che aumentando la velocità del processare si possa ottenere prestazioni intelligenti è una sciocchezza.
Se qualcuno ha qualche altra idea su qualche altra via che non sia quella del computer digitale, si faccia avanti.
Il mio sospetto è che quando qualcuno costruirà una “macchina” intelligente, si accorgerà che non sarà una macchina: avrà una sua volontà, non potrà essere usata da un terzo, auto evolverà costruendo un suo ambiente specifico.
Non è detto che questa entità artificiale intelligente debba disporre di un cervello simile a quello di un uomo. Potrà anche avere una struttura completamente diversa, essere “aliena”. Ma non sarà mai un computer digitale. Il computer digitale è la rapa dalla quale non si può sperare emerga il sangue dell’intelligenza.


martedì 24 febbraio 2015

Intelligenza artificiale?

di
Francesco Zanotti

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Anche oggi sul Corriere si ripropone il tema dell’intelligenza artificiale. Come al solito non si ha il coraggio di andare alle origini. E, così, si coltivano illusioni o paure insensate.
Oggi un autorevole esperto sostiene che anche i computer più intelligenti sono “imbranati” perché sono privi di ogni abilità manuale. E’ assolutamente vero.
Ma questo non significa che possiamo mettere le mani ad un computer …
Tutti gli specialisti lo sanno, ma nessun giornale ne parla perché, anche se è fondamentale, non è scandalistica, drammatica o “strana” … Cosa? Che anche il computer più potete continua ad essere quella che viene definita una “Macchina di Turing”. E questo tipo di macchine non funziona come un cervello, non potrà mai avere le mani. Infatti.
Un computer segue solo programmi “lineari” che non riusciranno mai a descrivere esattamente fenomeni non lineari, come tutti coloro che costruiscono soluzioni numeriche alle equazioni differenziali alle derivate parziali (gli ingegneri ad esempio) sanno benissimo.
Un computer non riuscirà mai a descrivere la dimensione olistica di un sistema.
Un computer ha delle limitazioni funzionali irrimediabili descritte dai Teoremi di Godel (se volete guardare la cosa dal punto di vista della “struttura”) e dal problema dell’alt di Turing (se volete guardare le cose dal punto di vista del “processo”).
Se non teniamo conto di tutto questo, creiamo miti. Forse il più comune: vi sono computer che apprendono. Quando si legge che un computer apprende, questo apprendere non ha nulla a che vedere con l’apprendimento del cervello.
Ma allora costruiamo computer che non siano macchine di Turing così apprenderanno davvero e potremo dargli le mani. Ma lo stiamo facendo da sempre: la riproduzione e la crescita sono il processo attraverso il quale costruiamo macchine non di Turing, capace di sostituire gli esseri uomini … con altri esseri umani. Certamente questo tipo di “computer” ha le mani …


...continua

Ce ne stiamo accorgendo a colpi di crisi ricorrentesi in ogni dimensione dell'umano. E' evidente che dovunque guardiamo c'è qualcosa che, gravemente, non va: lo sviluppo economico, la povertà, il rapporto con la natura, la soddisfazione sul lavoro e le profonde esigenze di realizzare una vita degna... E allora vogliamo smetterla di denunciare il passato? Sta diventando stucchevole cercare l'ennesimo cantuccio della stanza della società industriale e scoprire ancora una volta l'accumularsi di una polvere. E' il momento di lasciar riposare per un po' la denuncia e la protesta anche perché, se siamo onesti, dobbiamo chiederci: ma noi dove eravamo in questi anni?

Vivevamo su Marte e improvvisamente siamo tornati sulla terra ed abbiamo scoperto che quegli inetti di terrestri, dopo la nostra denuncia, non aveva fatto nulla. E tocca ancora a noi risvegliare le coscienze? Certo che no! Noi abbiamo vissuto immersi in questa società. Sono anche le nostre azioni che hanno mantenuta chiusa la stanza. Lasciando accumulare e incancrenire polvere. Viene quasi da dire: l’accumularsi e l’incancrenirsi ci fa comodo perché la nostra unica competenza era il contestare. Visto che sul costruire abbiamo dato tutti pessima prova.
E non si dica che qualche potere forte, da qualche parte ha impedito che le nostre folgoranti idee liberassero la stanza dalla polvere dell’ingiustizia, del privilegio … Quelli che sembrano poteri forti lo sono solo di fronte alla nostra incapacità di costruire alternative.
Cara e vecchia società di tutti noi, dunque. Che ci ha permesso di superare secolari infelicità … Certo non tutte, certo non a tutti, certo non ugualmente, ma molto.
Cara e vecchia società dalla quale ora dobbiamo allontanarci con un pizzico di nostalgia. Portandoci dentro lo zaino che accompagna ogni viaggio tutto quello che di buono ha prodotto.
E con il passo che diventa sempre più baldanzoso a mano a mano che diventa chiaro il luogo, la nuova società verso la quale siamo diretti ..
Ma verso quale luogo vogliamo dirigerci? Quale nuova società vogliamo costruire?
Noi certo non lo sappiamo! Sappiamo solo come fare a costruirla!

Allora la nostra proposta è strana. Non abbiamo soluzioni, linee politiche, idee originali. Ma un metodo con il quale generarle.
Primo passo di questo metodo: cambiamo i linguaggi. Secondo usiamo questi nuovi linguaggi per progettare insieme .. Accidenti, mi rendo conto che mi sto avventurando in un sentiero accidentato …
Allora provo con una storiella. Pensiamo di indossare occhiali verdi e di dover dipingere una parete di un nuovo colore: il verde ci ha seccati. Ai nostri piedi abbiamo una vasta gamma di barattoli di vernice. Ma tutti i colori ci sembrano gradazioni del verde. E, così, piano piano ci sembra inutile ridipingere una stanza di un nuovo colore che potrà essere solo una gradazione di verde. Accidenti ai poteri forti che ci costringono a dipingere sempre e solo di verde …
Ma poi arriva qualcuno che ci convince che un certo barattolo contiene il rosso. Ma apparirà rosso solo quando lo stendiamo sulla parete … Così, spinti da nuova fiducia e dalla voglia di avere nuova fiducia, cominciamo a dipingere. Ma, anche dopo averlo steso sulla parete, quel colore continua ad essere l’ennesima gradazione del verde. Allora la nostra collera e massima: certo solo un grande complotto di qualche potentato molto potente ci può costringere a naufragare in un mare di verde …
Maledetti poteri forti .. .
Così attiviamo un Gruppo antiverde. Che, innanzitutto, continua ossessivamente a dimostrare che tutto è di quel verde che, oramai invece di speranza, sta a segnalare schifezza. E poi cerca di buttare via tutti i barattoli …
Cosa significa partire dai linguaggi e dal metodo per usarli?
Significa togliersi gli occhiali verdi. E riuscire così a scoprire che tutti i barattoli sono effettivamente di mille colori. Riuscendo a vedere mille colori rinasce davvero la speranza di poter dipingere diversamente la stanza. Ma non possiamo stare senza occhiali ed ogni tipo di occhiale, anche il più sofisticato, altera i colori … Anche il rosso più sfavillante sarà, poi, sempre, ideologicamente, rosso … Ed allora che fare? Impariamo a cambiare occhiali quando vogliamo vedere cose diverse. Ma, poi, come dipingiamo quella stanza? Inevitabilmente tutti insieme con occhiali diversi. Perché ognuno può portare un solo tipo di occhiali per volta. E per fare della stanza un capolavoro, sono necessari tutti i colori. Quando il dipinto a mille mani sarà finito potremmo vedere un miracolo che piacerà a tutti e che tutti potranno vederlo in modo sempre diverso. Basterà indossare gli occhiali degli altri e se ne scoprirà un bellezza diversa.
Allora il nostro programma è molto semplice. Apparirà forse banale e ininfluente: diffonderemo nuovi linguaggi ed attiveremo gruppi progettuali che li useranno per progettare i mille aspetti di una nuova società.
I linguaggi sono i modelli e le metafore che nell'ultimo secolo, provenendo sostanzialmente dalle scienze della natura, si sono aggiunti a quelli tipici della società industriale.
Il metodo con il quale li useremo sarà Sorgente Aperta …
Ma perché “balbettanti”? Perché nel progettare un nuovo mondo ci rendiamo conto che il primo esprimersi non sarà che un balbettio. E, perché “poietici”? Perché il balbettio dovrà essere fecondo. Si trasformerà certamente in storie che cominceranno ad essere vissute.
Allora anche questo manifesto è un balbettio poietico? Certamente. Speriamo di doverlo riscrivere al più presto meno balbettante e più fecondo.